martedì 29 ottobre 2013

Condanna Mediaset: le Motivazioni (testo)


Agghiacciante, come al solito. Faccio una solenne pernacchia a quei colletti bianchi che in udienza si arrampicano sugli specchi e prendono sonori ceffoni dalla Giustizia, e riescono a spuntarla solo quando barano in Parlamento, cambiando le regole del gioco con leggi frequentemente dichiarate incostituzionali. La vostra condizione è misera. La vostra coscienza è inesistente. Il vostro amor proprio pure. Continuate a sbattervi per l'osso: la Società Civile ride di voi.



Mediaset, corte d’appello: “Frode di Berlusconi da ruolo politico: è ancora più grave”

 

Le motivazioni dei giudici di Milano per i 2 anni di interdizione dai pubblici uffici: "Particolare intensità del dolo e perseveranza nel reato". Non solo: "Non ha estinto il debito con il Fisco". E la legge Severino "non riguarda questo processo"

 
di Redazione Il Fatto Quotidiano

“Il ruolo pubblicamente assunto dall’imputato e soprattutto come uomo politico, aggrava la valutazione della sua condotta”: è un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui per Silvio Berlusconi è stata disposta l’interdizione dai pubblici uffici per 2 anni nell’ambito del processo sul caso Mediaset, alla fine del quale il Cavaliere è stato condannato a 4 anni di reclusione.  I giudici della Terza Corte d’Appello di Milano, nelle 10 pagine di motivazioni, hanno sostenuto, in linea con le sentenze di primo e secondo grado, che la sentenza “ha definitivamente accertato che Berlusconi è stato l’ideatore e l’organizzatore negli anni Ottanta della galassia di società estere, alcune delle quali occulte, collettrici di fondi neri e – per quanto qui interessa – apparenti intermediarie nell’acquisto dei diritti televisivi”. I giudici aggiungono che gli accertamenti nella sentenza definitiva “dimostrano la particolare intensità del dolo” di Berlusconi “nella commissione del reato contestato e perseveranza in esso”. Le motivazioni arrivano peraltro nel giorno in cui la giunta del regolamento del Senato è chiamata a pronunciarsi sul voto palese per la decadenza di Berlusconi da senatore. 

I giudici: “Nessuna prova che abbia estinto il debito con il Fisco”
L’interdizione è stata fissata a due anni, spiega la Corte d’appello, poiché “la durata della pena accessoria dai pubblici uffici” deve essere “commisurata alla oggettiva gravità dei fatti contestati” e quindi non può essere inflitto il “minimo della pena”, ossia un anno di interdizione. Ma non solo. Il collegio giudicante spiega anche che non c’è prova che il Cavaliere abbia estinto il suo “debito tributario”: si è limitato a formulare “una mera ‘proposta di adesione’ alla conciliazione extra giudiziale”. I giudici citano per altro una sentenza della Cassazione secondo la quale l’attenuante si applica in caso di “integrale estinzione dell’obbligazione tributaria”. E quindi, nota la Corte d’appello, “nulla precludeva, invero, a Berlusconi, estraneo alla formale gestione della società, di attivarsi personalmente per estinguere il debito tributario in questione, gravante su Mediaset”. Tuttavia, l’unico limite – come ricorda la stessa Corte – è “lo sbarramento temporale dell’adempimento che deve comunque intervenire prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado”. E quindi “non può quindi ora l’imputato (Berlusconi, ndr) dolersi del mancato tempestivo pagamento da parte dei formali amministratori delle sue società del predetto debito di imposta che ben avrebbe potuto estinguere personalmente”.

“Berlusconi ha continuato nella frode anche dopo la quotazione in Borsa”
Poi il collegio ribadisce un concetto già più volte ripetuto dai giudici che hanno vagliato la posizione di Berlusconi in questo processo. Nelle motivazioni Maria Rosaria Mandrioli, il giudice estensore della terza sezione della Corte d’Appello presieduta da Arturo Soprano, in linea con i giudizi di primo, di secondo grado e della stessa Cassazione ha sostenuto che l’ex presidente del Consiglio è stato “ideatore” e “organizzatore del sistema” creato per frodare il Fisco e “operante in vaste aree del mondo, attraverso numerosi soggetti, società fittizie di proprietà di Berlusconi o di fatto facenti capo a Fininvest’’. Per i magistrati “l’oggettiva gravità del fatto deriva dalla complessità” di tale sistema. Berlusconi “ha continuato ad avvantaggiarsi del medesimo meccanismo” di frode con una “galassia di società estere” anche “dopo la quotazione in borsa di Mediaset nel 1994”, “avvalendosi sempre della collaborazione dei medesimi soggetti a lui molto vicini”. sentenza definitiva per il caso Mediaset e sostenendo che “Berlusconi aveva continuato a partecipare alle riunioni ‘per decidere le strategie del gruppo’”.

La legge Severino “non c’entra niente con il processo”
Infine un passaggio è dedicato alla legge Severino sull’incandidabilità dei condannati: “Ha un ambito di applicazione distinto, ben diverso e certamente non sovrapponibile” con quello del processo penale con al centro il caso Mediaset, scrive la Corte d’appello. Per i giudici la legge Severino stabilisce “che coloro che hanno subito determinate condanne penali non possono candidarsi nelle liste elettorali in occasione delle elezioni della Camera e del Senato, nelle elezioni del Parlamento Europeo, nelle elezioni regionali, e non possono assumere le cariche di governo; la legge – scrivono ancora – disciplina l’ipotesi in cui la sentenza di condanna intervenga a carico di taluno nel corso del suo mandato elettorale”. “Tutto ciò rende evidente che la condanna penale è presa in considerazione come presupposto per l’incandidabilità” per questo “ne consegue la normativa in questione non riguarda le pene accessorie”.


Ecco il documento integrale:

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Berlusconi Silvio è stato condannato per il reato di frode fiscale commesso in concorso con altri, già giudicati in via definitiva, con riferimento alle dichiarazioni dei redditi di Mediaset s.p.a. relative agli anni 2002-2003, essendo gli stessi reati relativi agli anni precedenti estinti per prescrizione. La Corte d’Appello di Milano in data 8/5/2013, confermando la sentenza del Tribunale di Milano del 26/10/2012, ha, infatti, condannato Berlusconi alla pena principale di 4 anni di reclusione (condonata nella misura di tre anni) e alle seguenti pene accessorie: interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese e incapacità di contrattare con la P.A., per la durata di anni 3; interdizione dalle funzioni d rappresentanza e assistenza in materia tributaria per la durata di anni 4; interdizione perpetua dall’ufficio di componente di commissione tributaria; interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni 5.

In questa sede, la Corte d’Appello di Milano è chiamata a decidere, su rinvio dalla Corte di Cassazione, che con sentenza in data 1/8/2013 ha annullato la citata sentenza della Corte d’Appello meneghina, limitatamente alla statuizione relativa all’applicazione, nei confronti di Berlusconi Silvio, della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni 5, per violazione dell’art. 12 co. 2° della L. 74/2000 ed ha disposto che altra sezione della Corte milanese ridetermini la suddetta pena accessoria nei limiti fissati dall’art. 12, ai sensi dell’art. 133 c.p.. La Suprema Corte infatti, in accoglimento parziale del 46° motivo di ricorso formulato dai Difensori di Berlusconi, ha rilevato che, in materia di frode fiscale ex art. 2 L. 74/2000, le pene accessorie devono essere determinate, in ogni caso, alla luce della normativa speciale di cui all’art. 12 della medesima legge (anche nell’ipotesi in cui la pena principale inflitta superi – come nel caso in esame- quella di tre anni di reclusione) e non dell’art. 29 c.p., come ritenuto, invece, dalla Corte territoriale.

All’udienza del 19/10/2013, celebrata in assenza di Berlusconi Silvio, svolta l’esposizione introduttiva, il P.G. ha chiesto che la durata della pena accessoria della interdizione dai Pubblici Uffici, nei confronti dell’imputato, sia determinata in anni due, ritenendo opportuno parametrare la durata della pena accessoria all’entità di quella principale inflitta. La Difesa di Berlusconi ha preliminarmente chiesto l’acquisizione di varia documentazione (prodotta in udienza), attestante la pendenza del ricorso da quest’ultimo presentato innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Ha, poi, eccepito l’incostituzionalità dell’art. 13 del Decreto Legislativo n. 235/2012, (cd. Legge Severino), per violazione dell’art. 25 della Costituzione; Ha, infatti, sostenuto che la predetta normativa – già ritenuta applicabile al caso de quo dal Senato della Repubblica – avrebbe comportato un riordino globale della disciplina riguardante l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici, con implicita abrogazione dell’art. 28 co. 2° n.1) c.p., che prevede in sede penale la perdita del diritto di eleggibilità e di ogni altro diritto politico. In particolare – ha rilevato la Difesa dell’imputato – la “legge Severino”, disciplinando, all’art. 13, la durata del periodo di incandidabilità del condannato, ha previsto che lo stesso debba avere una durata minima di 6 anni (aumentabile di un terzo nel caso in cui il reato presupposto sia stato commesso con abuso di poteri o con violazione dei doveri connessi al mandato elettivo).

Nel sistema della legge, l’irrogazione della sanzione in esame – ad avviso della Difesa di Berlusconi – sarebbe, tuttavia, riservata non già dall’Autorità Amministrativa ma a quella Giudiziaria, con conseguente reformatio in pejus della disciplina prevista, in materia, dal vigente codice penale e dallo stesso D. L.vo n° 74/2000; più precisamente, la norma in esame consentirebbe di irrogare, a carico del condannato, una sanzione accessoria di incandidabilità in misura di gran lunga superiore a quella della interdizione dai P.U. prevista, invece, dal codice penale e dalla predetta legge speciale n. 74/2000.

Dall’applicazione della citata normativa deriverebbe, quindi, sempre a giudizio della Difesa di Berlusconi, una evidente violazione dell’art. 25 della Costituzione. La Difesa di Berlusconi ha, poi, evidenziato l’opportunità di attendere nel presente giudizio, in ogni caso, l’esito della decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul ricorso presentato dell’imputato che ha lamentato, in quella sede, la violazione del principio di legalità della pena. La Difesa ha, infine, sollevato questione di costituzionalità dell’art. 13 D. L.vo n° 74/2000, per violazione dell’art. 3 della Carta Costituzionale, per disparità di trattamento.

Sul punto, il Difensore di Berlusconi ha, invero, rilevato che l’art. 13 del D. L.vo. cit. prevede la concessione di una circostanza attenuante e l’esclusione dell’applicazione delle pene accessorie di cui all’art. 12 della medesima legge, nell’ipotesi in cui “prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei delitti medesimi siano stati estinti mediante pagamento, (anche a seguito di procedure conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie)”. La Difesa ha, invero, sottolineato che, nel caso di specie, l’imputato, essendo divenuto, all’epoca dei reati, estraneo all’amministrazione ed alla effettiva gestione della società Mediaset, non avrebbe potuto indurre la debitrice di imposta ad eseguire il pagamento del debito tributario, così consentendogli di beneficiare del trattamento più favorevole preveduto dal richiamato art. 13 D.L.vo 74/2000. Tale norma – a giudizio del Difensore – consentendo ai soli amministratori di società di poter efficacemente estinguere il debito di imposta della società, determinerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento nei confronti di coloro i quali, divenuti, come Berlusconi, estranei alla amministrazione della società, non potrebbero beneficiare dell’effetto premiale della predetta norma.

Il richiamato art. 13 D. L.vo n° 74/2000, prevedendo, inoltre, ai fini della configurabilità della predetta attenuante e dell’esclusione delle sanzioni accessorie, con riferimento all’epoca del pagamento del debito tributario, uno sbarramento temporale (- l’apertura del dibattimento di primo grado-), sarebbe – a giudizio della Difesa di Berlusconi Silvio – ulteriormente discriminante nei confronti degli imputati destinatari successivamente all’apertura del dibattimento, di una contestazione suppletiva che, ove formulata, invece, anteriormente alle ricordate formalità di apertura del dibattimento, gli avrebbe consentito di estinguere il debito tributario, con i ricordati effetti premiali. 

MOTIVI DELLA DECISIONE
Si osserva, preliminarmente, che la documentazione prodotta dalla Difesa dell’imputato nel corso dell’odierna udienza è priva di rilevanza ai fini del decidere sulla questione oggetto del disposto rinvio dalla S.C. La pendenza del ricorso proposto da Berlusconi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, riguardante l’ipotizzata retroattività della Legge Severino, non incide in alcun modo sull’applicabilità, nel caso di specie, della disciplina prevista dall’art. 12 L. 74/2000. In questa sede non si verte sull’applicazione o meno della disciplina della cd. legge Severino che, peraltro, per quanto sarà evidenziato nel prosieguo della presente motivazione, ha un ambito di applicazione distinto, ben diverso e certamente non sovrapponibile con quello – oggetto del presente giudizio di rinvio - afferente l’applicazione della pena accessoria di cui all’art. 12 del D. L.vo n° 74/2000.
Secondo il principio di diritto stabilito dalla ricordata sentenza della Corte di Cassazione, ogni altra questione relativa alla sussistenza del reato, alla responsabilità dell’imputato, all’entità del trattamento sanzionatorio, all’applicabilità delle pene accessorie esorbita dal potere decisionale di questa Corte; ogni altra questione, diversa da quella devoluta, è, pertanto, definitivamente coperta dal “giudicato” derivante dal rigetto da parte della Corte di Cassazione di tutti i motivi di ricorso, diversi da quello n. 46, del ricorrente Berlusconi.

Entrambe le eccezioni di incostituzionalità sollevate dalla Difesa vanno innanzitutto respinte in quanto irrilevanti nel presente giudizio, essendo volte l’una a contestare l’applicabilità della disciplina di cui all’art. 12 L. 74/2000, applicabilità riconosciuta, invece, in via definitiva, dalla S.C. e, quindi, dalla sentenza passata in giudicato, e l’altra a sostenere l’incostituzionalità di una disciplina premiale (art. 13 L.74/2000) la cui applicabilità, nel caso concreto, alla luce della ricordata decisione dei Giudici di legittimità, esorbita dal disposto rinvio e deve ritenersi oramai non più consentita, all’esito del predetto giudicato.
Si rileva, in ogni caso, che entrambe le eccezioni sono infondate. La prima questione di costituzionalità sollevata dalla Difesa Berlusconi è, invero, fondata sull’erroneo presupposto che l’art. 13 della cd. Legge Severino contenga un riordino globale della disciplina della interdizione temporanea dai Pubblici Uffici. L’assunto difensivo non è condivisibile. La Legge Severino si intitola “Testo Unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi “; Tutta la normativa in essa contenuta mira a definire le ipotesi in cui coloro che hanno subito determinate condanne penali non possono candidarsi nelle liste elettorali in occasione delle elezioni della Camera e del Senato della Repubblica (art. 1), nelle elezioni del Parlamento Europeo (art.4), nelle elezioni regionali (art. 7) e non possono assumere cariche di Governo; La legge in esame disciplina, inoltre, l’ipotesi in cui la sentenza di condanna intervenga a carico di taluno nel corso del suo mandato elettorale.
Tutto ciò rende evidente che la condanna penale è presa in considerazione come presupposto per la incandidabilità del soggetto ovvero per la valutazione della sua decadenza dal mandato elettorale conferitogli e che la sussistenza o la sopravvenienza della condanna penale per determinati reati creano una sorta di status negativo del soggetto che ne impediscono la candidabilità. Ne consegue che la normativa in questione non riguarda le pene accessorie e ciò emerge chiaramente dal tenore letterale del primo comma dell’art. 13, intitolato alla “durata della incandidabilità”; tale norma stabilisce che “l’incandidabilità…decorre dalla data del passaggio in giudicato della sentenza stessa ed ha effetto per un periodo corrispondente al doppio della durata della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici comminata dal giudice. In ogni caso l’incandidabilità , anche in assenza di una pena accessoria, non è inferiore a sei anni”.
E’ allora evidente che il legislatore, con la cd. legge Severino, non ha inteso sostituire – come sostenuto, invece, dalla Difesa di Berlusconi – la disciplina di durata delle pene accessorie previste dal codice penale e dalla L. 74/2000, ma ha tenuto ben distinte le differenti discipline: da un lato, le pene accessorie penali che devono essere irrogate dall’Autorità Giudiziaria e, dall’altro, la sanzione di incandidabilità, discendente dalle sentenza di condanna, riservata all’Autorità Amministrativa. Non è neppure revocabile in dubbio che l’Autorità competente ad irrogare tale ultima sanzione (ben diversa da quella penale) sia l’Autorità Amministrativa e non l’Autorità Giudiziaria, come si evince dalla stessa L. Severino (artt.2 e 3) che attribuisce tale competenza all’Ufficio elettorale regionale, in fase di procedimento di elezione e di nomina, ovvero direttamente alla Camera di appartenenza del destinatario della sanzione, ai sensi dell’art. 66 della Costituzione, in caso di condanna intervenuta nel corso di mandato elettivo.

Può, quindi, convincentemente sostenersi che nessuna implicita abrogazione delle norme del codice penale e del D. Lvo n° 74/2000 in tema di interdizione dai P.U. sia stata effettuata con la cd. Legge Severino, norme che, al contrario, vengono utilizzate come parametro per la determinazione della durata dello status di incandidabilità. Non appare, del resto, fondata la questione di costituzionalità in esame, sollevata dalla Difesa, sotto il profilo della violazione del principio di legalità, in quanto l’attribuzione dello status di incandidabile ad un soggetto condannato per determinati reati non integra alcuna sanzione penale accessoria di durata maggiore (perché è previsto un minimo di 6 anni) rispetto a quanto precedentemente previsto dall’art. 12 della legge speciale n.74/2000.
Parimenti infondata è la seconda questione di costituzionalità. Sul punto, si osserva che il trattamento favorevole previsto dall’art. 13 L. 74/2000 è concesso solo a condizione che prima dell’apertura del dibattimento “i debiti tributari siano stati estinti, …anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie”. Nel caso di specie, non esiste innanzitutto prova alcuna (neppure allegata) di tale estinzione. La difesa di Berlusconi si è, invero, limitata a produrre in causa una mera “proposta di adesione” alla “Conciliazione extragiudiziale” formulata solo in data 11/9/2013, con previsione di rateizzazione dei pagamenti a partire dal 22/10/2013 con scadenza al 22/7/2016. Va, invece, sottolineato che “in tema di reati finanziari, l’attenuante speciale del pagamento del debito tributario, prevista dall’art. 13 D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, non è applicabile in caso di adesione all’accertamento, atteso che il suo riconoscimento è subordinato all’integrale estinzione dell’obbligazione tributaria mediante il pagamento anche in caso di espletamento delle speciali procedure conciliative previste dalla normativa fiscale”. (Sez. 3, Sentenza n. 176 del 05/07/2012 Ud. (dep. 07/01/2013 ) Rv. 254146).

La documentazione della semplice proposta di adesione non costituisce comunque presupposto per l’applicazione della disciplina di cui all’art. 13 L. 74/2000 e non è pertanto sufficiente, ex se, per fruire dell’eventuale trattamento premiale di cui all’art. 13 del D. Lvo in esame. E tanto va detto senza trascurare di evidenziare che, ove anche si volesse prescindere dalle (assorbenti) considerazioni innanzi svolte in ordine alla irrilevanza della mera proposta di adesione alla conciliazione formulata dal debitore tributario, si dovrebbe, in ogni caso, rilevare l’infondatezza della questione di costituzionalità, così come proposta. Nulla precludeva, invero, a Berlusconi Silvio, estraneo alla formale gestione della società, di attivarsi personalmente per estinguere il debito tributario in questione, gravante su Mediaset s.p.a. L’art. 13 del decreto legislativo in esame, a differenza dell’art. 62 n° 6 del codice penale che disciplina un’attenuante di carattere squisitamente soggettivo, non esige che il pagamento del debito tributario avvenga ad opera dell’obbligato, consentendo, invece, che l’adempimento possa essere effettuato anche da terzi (o, meglio, da persone diverse dal formale soggetto passivo della pretesa tributaria); la norma pretende, infatti, l’oggettivo pagamento del tributo, senza riferirlo alla condotta del soggetto; unico limite è lo sbarramento temporale dell’adempimento, che deve comunque intervenire “prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado”.
Non può quindi ora l’imputato dolersi del mancato tempestivo pagamento, da parte dei formali amministratori delle sue società, del predetto debito di imposta che ben avrebbe potuto estinguere personalmente. Il fatto infine che il presente reato sia stato frutto di una contestazione suppletiva in corso di dibattimento non impediva certamente a Berlusconi di provvedere immediatamente al pagamento del debito tributario con richiesta in sede di giudizio dell’applicazione della disciplina più benevola o , in caso di rigetto della richiesta, di riproporre la questione con i motivi di appello; ogni questione o eccezione sollevata sul punto in questa sede è tardiva ed inammissibile, perché – si ripete – nel presente giudizio di rinvio non si può più discutere sull’an dell’applicazione delle pene accessorie, ma solo sul quantum, essendo la decisione sull’an già coperta da giudicato.

Esaminando ora il reale oggetto del presente giudizio, si osserva che la condotta ascritta all’imputato consiste in una complessa attività finalizzata a realizzare un’imponente evasione fiscale. E’ stato accertato con le sentenze di primo e secondo grado, passate al vaglio della Suprema Corte e quindi divenute definitive, ad eccezione della determinazione della durata della pena accessoria della interdizione dai Pubblici Uffici, che fin dalla seconda metà dagli anni ’80, epoca in cui Berlusconi era presidente della Fininvest, era stato ideato e organizzato un sistema in forza del quale le sue società acquistavano diritti di trasmissione televisiva a prezzi artificiosamente lievitati a causa del passaggio dei diritti stessi attraverso una serie di società infragruppo, prima, e società solo apparentemente terze, poi; i passaggi intermedi erano privi di funzione commerciale e quindi solo strumentali all’esposizione nelle dichiarazioni dei redditi delle società di costi gonfiati, con il conseguente risultato di abbassare il reddito relativo e di evadere quindi le imposte.
A partire dal 1994, epoca in cui la società Mediaset è stata quotata in borsa, nel periodo oggetto del giudizio, il meccanismo è rimasto sostanzialmente invariato, se pur realizzato attraverso altri soggetti, tra cui principalmente la IMS società maltese, controllata al 99% da Mediaset . L’imputato è stato ritenuto ideatore, organizzatore del sistema e fruitore dei vantaggi relativi. Compito di questa Corte – come ripetutamente ricordato – è di determinare la durata della pena accessoria nella forbice di durata prevista dall’art. 12 L.74/2000, da uno a tre anni, alla luce dei parametri di cui all’art. 133 c.p.: quindi della valutazione della gravità del fatto e della personalità dell’imputato.

L’oggettiva gravità del fatto deriva: dalla complessità del sistema creato anche per poter più facilmente occultare l’evasione, sistema operante in territorio mondiale, attraverso numerosi soggetti, società fittizie di proprietà di Berlusconi o di fatto facenti capo a Fininvest, e attraverso un meccanismo di contrattazione secretata (creazione di contratti “master” e subcontratti ); dalla durata del protrarsi dell’illecito sistema, ideato a partire dalla metà degli anni ’80, trasformato dal 1995 con la creazione tra l’altro della International Media Service, società maltese di fatto gestita dalla vecchia struttura di Finvest Service di Lugano, e sfruttato ancora ai fini della presentazione delle dichiarazioni dei redditi qui esaminate; dalla gravità del danno provocato all’Erario e quindi allo Stato, danno che solo per i due anni sopravvissuti alla prescrizione ammonta a 7 milioni e 300.000 euro.
Sotto il profilo soggettivo va valutato che gli accertamenti contenuti nella sentenza della Corte d’Appello, divenuta definitiva ad eccezione del capo qui esaminato, dimostrano la particolare intensità del dolo dell’imputato nella commissione del reato contestato e perseveranza in esso. In particolare la sentenza ha definitivamente accertato che Berlusconi è stato l’ideatore ed organizzatore negli anni ’80 della galassia di società estere, alcune delle quali occulte, collettrici di fondi neri e – per quanto qui interessa – apparenti intermediarie nell’acquisto dei diritti televisivi; lo stesso Berlusconi ha continuato ad avvantaggiarsi del medesimo meccanismo anche dopo la quotazione in borsa di Mediaset nel 1994, pur essendo state parzialmente modificate le società intermediarie, in particolare con la già citata costituzione di IMS, avvalendosi sempre della collaborazione dei medesimi soggetti a lui molto vicini: Lorenzano e Bernasconi, quest’ultimo finché in vita; tant’è vero che in quel periodo Berlusconi aveva continuato a partecipare alle riunioni “per decidere le strategie del gruppo”.
A ciò si deve anche aggiungere che il ruolo pubblicamente assunto dall’imputato, non più e non solo come uno dei principali imprenditori incidenti sull’economia italiana, ma anche e soprattutto come uomo politico, aggrava la valutazione della sua condotta. Alla luce di tali considerazioni si ritiene che anche la durata della pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici debba essere commisurata alla oggettiva gravità dei fatti contestati e quindi non possa attestarsi sul minimo della pena. Pare corretto rapportare il criterio di determinazione della durata della pena accessoria allo stesso criterio utilizzato dalla Corte nella determinazione della pena principale: così come tale pena è stata determinata in misura media, con riduzione di un terzo rispetto al massimo previsto dalla legge, così anche la pena accessoria può essere determinata in misura inferiore di un terzo rispetto al massimo di 3 anni previsti dalla legge. Va, pertanto, applicata, nei confronti dell’imputato la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici per il periodo di tre anni.

 P.Q.M.visti gli articoli 627, 605 c.p.p., 12 e ss. D. L.vo 10 marzo 2000 n° 74; decidendo in sede di rinvio dalla S.C. di Cassazione in data 1 agosto 2013; in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Milano in data 26 ottobre 2012, 

DETERMINAin anni due la durata della interdizione dai pubblici uffici disposta nei confronti di Berlusconi Silvio.

Così deciso in Milano il 19 ottobre 2013

Il CONSIGLIERE Est. IL PRESIDENTE
(dr. Maria Rosaria Mandrioli) (dr. Arturo Soprano)

giovedì 24 ottobre 2013

Berlusconi rinviato a giudizio per corruzione di senatori


Il delinquente di Stato (la sentenza è passata in giudicato) ha un nuovo rinvio a giudizio. Gli esecutori della corruzione di senatori che fece cadere il secondo governo Prodi (il primo lo fece cadere D'Alema, quello che era andato a cena ad Arcore) stanno parlando, e spifferano tutto, anche se qualcuno prova a salvare la faccia davanti al kaiser. La mole di prove raccolte è impressionante, e costoro preferiscono collaborare con la Giustizia sperando in uno sconto di pena piuttosto che andare incontro alle bastonate solenni che la Magistratura tirerà in testa all'utilizzatore finale (a.k.a.: organizzatore) del reato.

Sorrido nel pensare a quali artifizi sintattici arriverà nell'arrampicata sugli specchi il team di colletti bianchi del Delinquente (le stesse persone che barano in Parlamento modificando le leggi scomode al Padrone, e che in udienza fanno figuracce sesquipedali), così come quella stampa che usa l'arte (?) della manipolazione per salvare i consensi al padrone, lo stesso.


Compravendita senatori, a giudizio B. e Lavitola (corruttore a sua insaputa)

 

Il processo a Napoli inizierà l'11 febbraio. L'ex premier imputato per corruzione. Secondo l'accusa versò 3 milioni di euro all'ex senatore Idv perché determinasse la crisi del governo Prodi. L'ex senatore De Gregorio patteggia pena a 20 mesi. Oggi l'ex direttore dell'Avanti ha reso dichiarazioni spontanee: "Anche ammesso abbia effettuato i pagamenti, ero inconsapevole"


Redazione del Fatto Quotidiano

E’ arrivato il primo punto giudiziario sulla vicenda della compravendita dei senatori. Silvio Berlusconi e Valter Lavitola saranno processati dai giudici della IV sezione penale di Napoli a partire dall’11 febbraio 2014. Per Sergio De Gregorio il giudice per l’udienza preliminare Amelia Primavera ha ratificato il patteggiamento a 20 mesi. Prima però c’erano state le mezze verità del giornalista corruttore a sua insaputa.

Cuore del processo il versamento dell’ex presidente del Consiglio di 3 milioni di euro a De Gregorio perché cambiasse schieramento e contribuisse a determinare la crisi del governo Prodi dopo le elezioni del 2006. La procura di Napoli aveva chiesto il giudizio immediato nei confronti del leader del Pdl, dell’ex senatore dell’Idv e dell’ex direttore dell’Avanti, ma il gip aveva respinto e si è quindi celebrata l’udienza preliminare. 

Lavitola, nelle sue dichiarazioni spontanee davanti al giudice, aveva sostenuto di non sapere di essere stato solo il veicolo della corruzione: “Sono stato corriere inconsapevole. Mi si accusa di avere portato mezzo milione di euro a De Gregorio in un pacchettino. Io ho dato questi soldi black (in nero, ndr), ma sono stato solo un postino, non conoscevo la ragione del pagamento”. La sua deposizione, però, è stata a tratti ambigua, ed è stato difficile distinguere le ammissioni di Lavitola dalle citazioni tratte dalle carte dell’accusa. 

Dopo questa frase nella quale l’ex direttore dell’Avanti sembrava ammettere quindi di aver portato mezzo milione in contanti al senatore De Gregorio per conto di Berlusconi, anche se da mero “corriere inconsapevole”, nel prosieguo delle sue dichiarazioni spontanee ha lasciato un velo di ambiguità: “Anche ammesso che io abbia effettuato questi pagamenti, sono stato un corriere”. Le sue dichiarazioni sono state interrotte dai pm in alcuni passaggi, ma Lavitola ha potuto comunque dare sfogo alla sua verve nei confronti dell’avvocato Niccolò Ghedini sulla cui professionalità ha usato parole pesanti e anche nei confronti di sua moglie: “Per fortuna mi hanno arrestato, la convivenza stava diventando impossibile”.

Nell’udienza è stata ufficializzata anche la nomina del parlamentare Pdl Maurizio Paniz, celebre per aver sostenuto alla Camera che Berlusconi fosse davvero convinto della parentela di Ruby, la giovane marocchina protagonista del processo che ha visto l’ex premier condannato in primo grado per concussione e prostituzione minorile, con l’ex presidente egiziano Mubarak.

L’avvocato di Silvio Berlusconi, Michele Cerabona, ha poi voluto precisare che Lavitola non ha fatto “ammissioni”, come riportato da “alcuni organi di stampa”, ma ha parlato per via “ipotetica”. L’avvocato Cerabona ha preannunciato inoltre che la sua linea sarà quella di sostenere che il reato di corruzione non si configura, dal momento che i parlamentari sono liberi di esercitare le loro funzioni.

Lavitola ha anche affermato di avere consegnato a De Gregorio consistenti somme di denaro provenienti dal finanziamento al quotidiano L’Avanti!, dei quali entrambi erano soci, e che parte del denaro era stato in precedenza prestato da De Gregorio allo stesso Lavitola.

giovedì 17 ottobre 2013

Il testo integrale della Legge di Stabilità (da scaricare)


Oggi la chiamano Legge di Stabilità, ma non è altro che la Finanziaria. Come al solito ci sono contenti e scontenti. A coda il commento del Fatto Quotidiano. Diamogli una lettura va!

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Legge di stabilità: Trise non potrà superare Imu. Mini taglio al cuneo fiscale

 

Nella manovra è stato fissato il tetto massimo per la nuova tassa sugli immobili. Ecobonus e incentivi per le ristrutturazioni invariati anche nel 2014 al 65 e 50%. Proroga della stangata del 3% sui redditi superiori a 300mila euro. Prevista anche la tutela per seimila esodati


di Redazione Il Fatto Quotidiano

Una manovra che divide i partiti ma evita il temuto taglio alla Sanità. Tuttavia, le misure per la crescita sono poche nella legge di Stabilità, che prevede oneri di 11,9 miliardi in tre anni a carico dello Stato (fino al 2016) e nel complesso smuove 27,3 miliardi. La Trise, la nuova imposta sugli immobili, avrà un tetto: il primo anno non potrà superare il gettito previsto con l’aliquota massima dell’Imu. E per la prima casa l’aliquota “service” sarà al massimo al 2,5%. Gli ecobonus e gli incentivi per le ristrutturazioni rimarranno poi invariati anche nel 2014 al 65 e 50%. Anche su mobili ed elettrodomestici. Poi la proroga della stangata del 3% sui Paperoni con oltre 300mila euro di reddito e un mini-sconto fiscale per i lavoratori dipendenti di 152 euro massimi, oltre alla tutela per seimila esodati. Ecco alcune delle norme principali e gli effetti che produrranno:  

Mini taglio al cuneo, 2,5 miliardi nel 2014 –  La manovra prevede per il 2014 sgravi fiscali per 3,7 miliardi, di questi 2,5 miliardi sono per il cuneo fiscale. Sarà il Parlamento a decidere come ripartire il beneficio tra i lavoratori. Per esempio, i lavoratori che percepiscono un reddito lordo annuo tra 15.001 e 20mila euro registreranno un risparmio di 152 euro. Deduzione dall’Irap del costo del personale per i nuovi assunti a tempo indeterminato a partire dall’anno di imposta 2014 per un massimo di 15mila euro all’anno per ciascun nuovo assunto.

Trise – La nuova imposta Trise avrà un tetto: non potrà superare il valore stabilito con l’aliquota massima dell’Imu. Per la prima casa, invece, la parte sui “servizi indivisibili” non potrà essere sopra il 2,5 per mille. La tassa rifiuti (Tari) è calcolata in base ai metri quadrati o alla quantità di rifiuti e la versa chi occupa l’immobile. La tassa sui servizi indivisibili offerti dai comuni (Tasi) è calcolata sul valore catastale ed è pagata dai proprietari. Nel caso di immobili affittati il conduttore partecipa per una quota tra il 10 e il 30%.

Prorogato ecobonus e ristrutturazioni, anche mobili – Varranno anche per il 2014 gli sconti al 65 e 50% per ecobonus e ristrutturazioni. La proroga vale anche per mobili ed elettrodomestici. Poi lo sconto cala rispettivamente al 50 e 40% per il biennio 2015-16

Fondo Pmi - Rifinanziato il Fondo di Garanzia per le Pmi per 1,8 miliardi di euro.

Esodati - Saranno altri seimila i lavoratori ammessi al pensionamento con le vecchie regole.

No tagli sanità e tasse rendite – Saltano i paventati tagli alla sanità per 2,6 miliardi. Salta anche la tassa sulle rendite finanziarie prevista dalle bozze. Sarebbe passata dal 20% al 22%. Ma 3,8 miliardi arriveranno in tre anni dagli aumenti dell’imposta di bollo.

Missioni estero – 850 milioni per le missioni all’estero.

Comunicazioni web – Arriva un rincaro per le comunicazioni sui prodotti finanziari e per le comunicazioni web della Pubblica amministrazione (16 euro indipendentemente dalla grandezza).

Taglio 500 milioni a sconti fisco – Arriva una prima sforbiciata agli sconti fiscali. Vale 500 milioni entro gennaio prossimo.

Cig in deroga – Gli ammortizzatori in deroga saranno rifinanziati per un 600 milioni. Per il 2014 sono disponibili 2 miliardi. Per la social card +250 milioni.

Pensioni, stretta su quelle ricche – Le pensioni sopra i tremila euro non saranno adeguate al costo della vita nel 2014. Mazzata per quelle d’oro: sopra i 100mila euro. Sarebbe del 5% per la parte eccedente i 100 mila euro fino 150 mila, del 10% oltre i 150 mila; 15% oltre 200 mila.

Pubblica amministrazione, blocco contratti – Ancora bloccata la contrattazione per il pubblico impiego. Tagli agli straordinari, al turn over. E Tfr in due tranche se è oltre i 50.000 euro.

Dismissioni per 3,2 miliardi; da immobili 1,5 – Dalle dismissioni nel 2014 arriveranno 3,2 miliardi. 500 milioni dalla vendita di immobili (in tre anni 1,5 miliardi). Nello stesso capitolo 2,2 miliardi della revisione del trattamento di perdite di banche, assicurazioni e altri intermediari e 300 milioni da misure per la rivalutazione dei beni delle imprese.

Rientro capitali e Bankitalia – Nuova possibilità di regolarizzare i capitali illecitamente portati all’estero. Verrebbero rivalutate le quote di Bankitalia in mano ai principali istituti bancari.

Stop derivati per regioni – È fatto divieto a Regioni ed enti locali di stipulare contratti relativi a strumenti finanziari derivati.

Sale incentivo Ace – Si incentiva la patrimonializzazione delle imprese che diventano più affidabili per le banche. Cioè sale l’incentivo Ace. Rivalutazione per i beni d’impresa.

Un miliardo ai Comuni – Si prevede per il 2014 il trasferimento di 1 miliardo ai comuni per ridurre il prelievo della nuova tassa sulla casa. E arriva contestualmente l’allentamento del patto di stabilità per i Comuni, sempre per 1 miliardo.

Tutte le mini spese – 130 milioni per l’Iva sulle cooperative sociali; 7 milioni per contributi al trasferimento di contratti da tempo determinato a tempo indeterminato; 300 milioni per la ricostruzione dell’Aquila; 7,5 milioni per il terremoto del Pollino; 300 milioni per la manutenzione straordinaria della rete autostradale; 6 milioni per il semestre di Presidenza Ue; 330 milioni per gli interventi per gli autotrasportatori; 230 per università e policlinici universitari; 100 per i lavoratori socialmente utili: 700 milioni a Rfi per il contratto di programma 2012-2016; 240 milioni ad Anas per la prosecuzione del programma messa in sicurezza di ponti e viadotti, per il completamento asse autostradale Salerno – Reggio Calabria e per il reintegro delle risorse di alcuni contratti; 200 milioni per il completamento dei lavori del Mose.

lunedì 14 ottobre 2013

Quagliariello e l'amnistia pro-Berlusconi. Guarda caso . . .


La notizia la potete leggere un po' ovunque (Repubblica, Fatto Quotidiano e non solo). Guarda caso uno di quei famosi "saggi" che non hanno fatto niente, dopo il presunto allontanamento da Berlusconi si riavvicina inneggiando all'uguaglianza . . . proprio nell'applicazione di amnistie e indulti, come detto qualche giorno fa da Napolitano. E ovviamente Quagliariello ci infila proprio Silvio Berlusconi.

Sinceramente non sono stupito.

Anche Quagliariello mostra di non rispettare la Legge e le sentenze passate in giudicato, e non considera che non si può conasiderare esistente alcun ravvedimento in Silvio Berlusconi, perennemente sommerso nei procedimenti giudiziari di tonnellate di prove a suo carico. Sappiamo che Berlusconi si è salvato spesso in extremis da più di una condanna, modificando i codici - Penale e di Procedura Penale - altrimenti altro che la condanna di qualche settimana fa.

Ecco, Napolitano ha aperto la via, e Quagliariello la segue, per bene, al servizio del capo. A volte lo molla, a volte gli si riavvicina. Del resto . . . se sei del PDL un motivo ci sarà, no?

Leggete quei due articoli, e ricordate le parole di Marco Travaglio dell'altro giorno da Santoro.




domenica 13 ottobre 2013

Manlio Di Stefano (deputato M5S) sulla manifestazione di Roma pro Costituzione


Rodotà, Zagrebelsky, Landini, Carlassarre, don Ciotti, Padellaro e Travaglio con le 420.000 firme raccolte dal loro quotidiano, assieme a decine di migliaia di persone in piazza a Roma per difendere la Costituzione. Non potendolo fare in Parlamento (non sono infatti eletti) sono tutti scesi in piazza, per una manifestazione importantissima.


Ma a qualcuno non è piaciuto, e la bordata - nel perfetto stile del Quartier Generale - è arrivata da un "cittadino" della Camera, Manlio Di Stefano, che è anche delegato italiano per il Consiglio d'Europa. La bordata ha riguardato anche quegli attivisti del M5S che erano mossi dagli stessi sentimenti delle persone di cui sopra per una lotta di civiltà. Ecco lo screenshot (catturato prima che sparisca, non si sa mai):


Di Stefano, le persone che tu definisci "cialtroni esperti in fuffologia" non potevano fare quelle barricate di ostruzionismo in Parlamento semplicemente perché non sono parlamentari. Col parlamentare Civati - uno dei pochi nel PD a ragionare spesso come voi del M5S - veditela a parte poi.

Quelle persone (Landini, Rodotà, Padellaro, Travaglio, Don Ciotti ecc.) fanno a modo loro: raccogliendo firme, sensibilizzando le persone, scendendo in piazza. Ti da fastidio che qualcun altro combatta - ognuno come può - le battaglie che combatti tu? Pazienza. Ognuno fa a modo suo, coi mezzi che ha: raccogliendo firme, occupando una piazza con autorizzazione della Questura (per le manifestazioni è obbligatoria) piuttosto che magari occupando illegittimamente il tetto di una delle Camere (infatti è scattata una sanzione, o sbaglio?). E tieni conto che giuristi come Zagrebelsky e Rodotà così come giornalisti come Padellaro e Travaglio queste battaglie le combattono da ben prima che tu entrassi in Parlamento.

Forse hai la memoria corta. Fatti tuoi.

Ciao, e continuate a lavorare per difendere la Costituzione (è una lotta importante che condivido a pieno), ma senza offendere chi cerca di farlo a modo proprio.


Gomez su Grillo e il Fatto. E: gli altri emendamenti fuori "programma"


Interviene anche Peter Gomez, e dice la sua sua libertà di parola e il diritto di critica: concetti alieni al Quartier Generale e a quella parte dei grillini che si comportano da setta. Per fortuna non tutti i simpatizzanti, iscritti e parlamentari sono come Grillo e Casaleggio. Con buona pace di quel Messora che tutto videoregistra e poco manda in onda sulla rete.


Beppe Grillo, ilfattoquotidiano.it e il diritto di critica


di Peter Gomez

La difesa della libertà di parola e del diritto di critica è sempre stata un valore fondamentale del nostro web giornale. Per questo non ci lamentiamo se sul blog di Beppe Grillo, dopo la scomunica dei parlamentari M5S che avevano presentato un emendamento sull’abolizione del reato di immigrazione clandestina, è stato pubblicato un post in cui un attivista (tale Tinazzi) attacca Il Fatto Quotidiano accusandoci, tra l’altro, “di aver sostituito l’Unità come organo del Pd”. 

Tinazzi è libero di pensarlo, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio sono liberi di mettere on line il suo scritto, così come i lettori sono liberi di farsi un’opinione sulla veridicità di queste affermazioni. Magari – è meglio, ma non obbligatorio – dopo aver dato di nuovo un’occhiata alle centinaia di articoli da noi messi in rete in questi anni su Penati, la segretaria di Bersani e i suoi conti correnti, il Monte Paschi di Siena, Unipol e Matteo Renzi. Storie e notizie scovate e raccontate dai nostri cronisti che, al pari di quelle riguardanti altri partiti e altri personaggi dell’economia e della finanza, sono state spesso utilizzate da Grillo e dal M5S  per fare attività politica e di denuncia.

Un paio di riflessioni sui diritti e i doveri di chi fa informazione e sui principi che, tra molti errori, abbiamo sempre cercato di seguire è però il caso di farne. La tesi forte del post pubblicato sul  blog di Grillo è infatti tutta racchiusa nel titolo: “I falsi amici”. Ed è una tesi che non ci piace. Non perché da quelle parti c’è qualcuno (una piccola minoranza almeno a giudicare dai commenti) che ci considera falsi. Ma perché ancora una volta siamo costretti a constatare come in Italia, tra chi fa politica, resti molto popolare l’idea che  l’esistenza di una stampa amica sia un fatto normale.

Bene: qui al ilfattoquotidiano.it la pensiamo esattamente al contrario. Proprio come insegnò molti anni fa il creatore di Panorama Lamberto Sechi crediamo che “i giornalisti hanno amici, ma i giornali no”. Che le notizie non vanno scelte guardando chi favoriscono o chi danneggiano. Ma che, se sono notizie, vanno sempre e solo pubblicate.

Non basta però. Qui al ilfattoquotidiano.it cerchiamo pure (non siamo perfetti) di seguire delle altre regole: correggersi quando ci si sbaglia, tenere i fatti separati dalle opinioni (per questo è nata la colonna dei blog) e ospitare anche commenti che non corrispondono necessariamente alla linea del nostro web giornale. Pensiamo  che confrontando opinioni diverse tra loro sia possibile, di tanto in tanto, trovare dei punti di vista in comune. A farci paura sono il conformismo e l’unanimismo, non il dibattito, la discussione e le idee controcorrente.

Sul reato di immigrazione clandestina, come su ogni altro aspetto della vita economica e sociale italiana, proviamo poi a essere pragmatici. Prima prima di formulare giudizi etici, morali o  considerazioni di convenienza politica (faccenda quest’ultima che riguarda non la stampa libera, ma chi si presenta alle elezioni) facciamo considerazioni di ordine pratico. È secondo noi stupido intasare i tribunali con migliaia di fascicoli – 12mila solo alla procura di Agrigento – destinati a essere chiusi con condanne a pene pecuniarie che nessun migrante sarà mai in grado di onorare. È  insensato tenere in vita norme che impongono l’apertura di indagini giudiziarie utili solo a sperperare i soldi dei contribuenti per pagare il lavoro infruttuoso di forze dell’ordine, magistrati, cancellieri e avvocati di ufficio. È, per noi, criminale spingere i pescatori a girare al largo dai naufraghi per il timore di essere indagati per favoreggiamento.

L’obiezione secondo cui abolire il reato di immigrazione clandestina significa dare il via libera ad ulteriori esodi di massa non ci convince. L’esperienza insegna che il deterrente vero, per chi accetta il rischio di morire in mare, è rappresentato da un efficace e rapido sistema di rimpatrio (a meno che non si abbia diritto all’asilo), non da una lunga trafila burocratica.

Ovviamente si è liberi di pensarla in un altro modo. E se lo si fa non si è per questo dei pericolosi xenofobi. Sarebbe però il caso di argomentare le proprie posizioni. Sarebbe bene fornire dati, cifre, esempi e analisi. Ma lo sappiamo. Farlo costa tempo e fatica. Ed è sopratutto rischioso:  anche perché, se i fatti per supportare le proprie tesi non si trovano, invece che far cambiare idea agli altri, se si è intelligenti, si finisce per mutare la propria. E allora meglio non pensarci e urlare, un po’ ridicoli, ai servi di partito. In fondo non era Paul Valery a dire che “quando non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore”?

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Secondo punto. Ieri il Fatto Quotidiano in edizione cartacea ha pubblicato un articolo a firma di Paola Zanca e "Idc" (non ho capito il nome cui si riferisce questo acronimo), in cui si elencano gli altri casi di emendamenti "fuori Programma" presentati dai parlamentari del M5S in questi mesi. Tutti casi per i quali né Grillo né Casaleggio si sono sentiti in dovere di intervenire invocando l'errore (?) di non aver consultato la base online (ah, quella famosa piattaforma tante volte promessa non è ancora attiva). Evidentemente al Quartier Generale ha dato fastidio soltanto la richiesta di cancellazione della norma sul reato clandestinità.

Da questa posizione di Grillo e Casaleggio, dall'intera vicenda (le cose che vado ad elencare) si capisce molto sulla reale essenza dei concetti in testa ai due, oltre che su come loro considerino il movimento "cosa loro" e basta, alla faccia dei proclami di quella campagna elettorale furba, in cui nel posto X si diceva la cosa che X voleva sentirsi dire, e nel posto Y si capovolgeva tutto, per lisciare il pelo anche a Y. Intanto gli elettori del M5S si sono già dimenticati della promessa dei famosi 1000€ a tutti i disoccupati (già, e con quali soldi?)...

Purtroppo nel sito del Fatto l'articolo non c'è, lo avrei linkato, perciò vado "a mano", con pazienza. Spero lo apprezziate. I temi di cui sotto sono scottanti, vediamo che succederà. Io commento solo così: sono cose sulle quali mi trovo d'accordo, e non ho problemi a dirlo, alla faccia di che qualche tempo fa mi aveva detto che leggendo i miei post su Grillo e il M5S gli "veniva voglia di entrare a scrivere parolacce". Replico: adora di meno il tuo capo e impara ad essere critico. Io sono obbiettivo, tu no: hai il paraocchi. E fatti una favore: cresci.


 Cittadinanza, gay e fine vita. I prossimi fuori programma

di Pa.za e Idc (Fatto Quotidiano cartaceo, 12 ottobre 2013)

Tra le proposte di legge presentate dai grillini molti temi sensibili destinati a riaprire nuovi scontri, come sull'immigrazione clandestina

L'emendamento firmato da Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi - quello che chiedeva l'abolizione del reato di immigrazione clandestina e che ha scatenato la socmunica di Grillo e Casaleggio in quanto "argomento fuori programma" - era lì. chiuso in un cassetto del Senato da luglio scorso. E' tornato d'attualità quasi per caso, perché approvato dal governo e dagli altri partiti sull'onda della tragedia di Lampedusa. Ma quante altre "fuori programma" ci sono nelle commissioni di Montecitorio e Palazzo Madama pronti a far esplodere la bomba nel Movimento? Quante, tra le altre proposte di legge depositate dagli eletti grillini, toccano temi di "grande rilevanza sociale", quelli che - secondo Grillo e Casaleggio - andrebbero discussi e rinviati alla prossima legislatura? Ecco alcuni dei sogni chiusi nei cassetti dei Cinque Stelle. E chissà cosa potrà succedere quando li apriranno.

Lo ius soli "temperato"

Porta la firma di Giorgio - Girgis - Sorial. Figlio di immigrati egiziani cresciuto a Brescia, appena arrivato in Parlamento, ha scritto la proposta di legge che cambia la vita delle seconde generazioni come la sua. L'ha depositata il 14 giugno scorso. E' uno isu soli "temperato", perché la faccenda della cittadinanza ai nati in Italia ha già scatenato polemiche interne ai Cinque Stelle. Nel programma non c'è. Nei venti punti nemmeno. Ma il progetto di Sorial "amplia le condizioni e i requisiti per l'acquisto, per nascita, della cittadinanza italiana, quale misura di integrazione positiva, idonea a produrre inclusione sociale, e di riconoscimento del percorso di radicamento avviato nel nostro territorio dalle persone di origine straniera che vi sono nate, che stabilmente vi abitano e che intendono, con pari diritti e doveri, partecipare alla vita culturale e socio-politica del nostro Paese". Ahia.

Il matrimonio omosessuale

Altra patata bollente. Il programma portato in giro da Beppe Grillo durante lo Tsunami tour non ha mai fatto cenno alle unioni gay. Eppure Luis Orellana - senatore di Pavia - ancora prima di entrare in rotta con il gruppo, appena arrivato a Roma aveva pensato bene di presentare una proposta tranchant. Che il 2 luglio ha cominciato il suo esame in commissione. Bisogna modificare il codice civile, dice Orellana, perché "questo è un pregiudizio antico non più tollerabile da parte dello Stato" e va rimosso "consentendo l'accesso al matrimonio civile alle persone omosessuali".

Aborto e divorzio breve

Due leggi targate anni settanta che il Movimento, ora che siede in Parlamento, vorrebbe adattare ai giorni nostri. Ma anche in questo caso non lo ha detto a Grillo e a Casaleggio. Maurizio Romani - medico di Firenze - vuole intervenire contro "l'aumento degli obiettori di coscienza e le lunghe liste d'attesa negli ospedali pubblici" che "stanno mettendo a rischio il diritto delle donne di interrompere la gravidanza nei tempi e nei modi stabiliti dalla legge n. 194". Per questo il 4 luglio ha chiesto l'obbligo per le strutture ospedaliere di avere almeno il 70 per cento di personale non obiettore. Alfonso Bonafede - fiorentino pure lui ma avvocato - vorrebbe invece riammodernare le norme sulla fine del matrimonio: tra la separazione e il divorzio, adesso, devono passare 3 anni. Lui vuole ridurre l'attesa a sei mesi. 

Il testamento biologico

Un tema che divide trasversalmente partiti e coscienze, su cui il Movimento non ha una posizione messa nero su bianco. Matteo Mantero, commerciante savonese, approdato alla Camera "dopo lunga riflessione", ha presentato in giugno il ddl che vuole introdurre il testamento biologico in Italia. Il testo, sottoscritto da altri 7 deputati di M5S, prevede: "Nel caso in cui la persona da sottoporre al trattamento sanitario versi nell'incapacità di accordare o negare il proprio consenso, i medici sono tenuti a rispettare la volontà espressa nella dichiarazione di volontà anticipata di trattamento, ovvero nel cosiddetto testamento biologico". Il "soggetto che presta o rifiuta il consenso al trattamento" su suo mandato deve tenere conto della volontà espressa dal paziente in precedenza. Un "comitato etico per le strutture sanitarie" deve dirimere i contrasti tra fiduciari del paziente e medici curanti. Importante: "il medico può disattendere le direttive contenute nel testamento biologico", ma a determinate e motivate condizioni.

8 per mille, caccia e cambio di sesso

Non sono temi fondamentali, ma nemmeno di questi nel programma c'è traccia. Il 25enne siciliano Francesco D'Uva propone che lo Stato destini il 5 per cento della sua quota sull'8 per mille "per informare i cittadini sui possibili obiettivi che può conseguire" proprio tramite l'8 per mille. La toscana Chiara Gagnarli vuole abolire il diritto di accesso ai terreni altrui per l'esercizio della caccia ("la norma può ledere il diritto alla proprietà privata e mettere a rischio l'incolumità dei cittadini"). Infine il torinese Alberto Airola: chiede che venga riconosciuto "il diritto fondamentale della persona che sente di non corrispondere al sesso indicato nell'atto di nascita di poter adeguare la propria identità fisica a quella psichica".

L'eredità del G8 alla Maddalena? Crolla tutto


Mentre sono in corso procedimenti giudiziari a pioggia per gli appalti allegri delle costruzioni del mancato G8 alla Maddalena, per l'aver gettato a qualche centinaio di metri dalla costa le lamiere e altri materiali altamente inquinanti (per un ripasso, CLICCATE QUI e scorrete le pagine), l'isola fa i conti con l'eredità di tutta questa porcheria. Sta crollando la famosa struttura che doveva fare bello Berlusconi (che poi scelse l'Aquila per portarci in giro Obama) e che venne affittata per una manciata di euro a una delle società di Emma Marcegaglia. 

Intanto l'isola vive una recessione economica agghiacciante, appesantita dai subappalti non pagati. Ricordate? Il governo Berlusconi diede appalti milionari a società costituite da parenti e amici dei vari Balducci, Anemone, Bertolaso e anche esponenti di quel governo; quelle società (tutte con sede nel continente) subappaltorono i lavori a ditte del luogo, le quali anticiparono fior di soldoni per avviare i lavori, poi i rimborsi e i compensi arrivarono solo a pochi. Gli altri? "Avrete i soldi col panettone", e poi: "Avrete i soldi con la colomba", e infine quei telefoni non squillarono più, quelle società sparirono, sparirono i soldi e i loro responsabili si diedero alla macchia. E molte ditte sarde che lavorarono duro e anticiparono tanti soldi per i materiali fallirono.

Complimenti ai delinquenti.


Strutture del G8, alla Maddalena il disastro accelera


Nuovi cedimenti nel main conference, cristalli volati in mare. Crollato il tetto del centro commerciale, danni anche al molo. Per il progettista Boeri senza manutenzione crollerà tutto. La proposta: diventi la sede dell’agenzia europea Forex. Anche Soru all’attacco: «Regione complice» - FOTO


LA MADDALENA. Pezzo dopo pezzo cade il simbolo della rinascita dell’isola. Il main conference, il centro congressi di cristallo sospeso sul mare, firmato da Stefano Boeri e costato 52 milioni di euro, continua a cedere sotto le frustate del maestrale. La rete che avvolge l’edificio trasparente in cui i grandi della terra avrebbero dovuto discutere i temi del G8 cade a brandelli. Il vento ha sradicato le strisce in vetro-cristallo di 30 centimetri ciascuna che compongono le geometrie a nido d’ape. Il maestrale schiaffeggia con violenza quel punto dell’isola. Le lamiere finiscono in mare o sul piazzale di granito.

Una vergogna tutta all’italiana. 400 milioni di euro di fondi pubblici destinati a fare grande, per i grandi del mondo, l’isola orfana dell’arsenale e della base americana. Poi il trasferimento del G8 all’Aquila e l’inizio della decadenza. Di quel sogno a 5 stelle oggi non resta nulla. Solo pagine di interviste con cui l’allora numero uno della Protezione civile, Guido Bertolaso, rassicurava l’isola sul suo futuro perché avrebbe conservato le grandi opere fino ad allora costruite. Una eredità fatta di scatole vuote. Uno scandalo che da quattro anni si consuma nel silenzio. L’area dell’ex arsenale resta terra di nessuno. Del polo nautico e alberghiero di lusso promesso dalla politica e dalla Protezione civile non c’è traccia. Un male da cui l’isola prova a guarire ignorandolo o sperando che prima o poi arrivi una cura miracolosa. 

All’interno del cubo di cristallo è caduto anche un grosso vetro, mai riparato, alto tre metri e largo uno. Ma i primi cedimenti c’erano già stati nel 2010 quando l’area dell’ex arsenale ospitò il Louis Vuitton trophy. L’ingresso al main conference era stato transennato. Ma questo è solo il disastro più evidente. 

L’invecchiamento precoce, aggravato dalla mancata manutenzione, dal vento, dal sale, non ha risparmiato l’edificio che guarda il centro congressi sul mare. Il tetto del centro commerciale, destinato a ospitare negozi, attività artigianali, uffici, è in buona parte volato via. I pali sono arrugginiti. Il vento che vibra attraverso le lamiere emette un suono che fa rabbrividire. 

E poi c’è il molo da cui si contempla lo specchio di mare avvelenato e mai bonificato, con tutti i blocchi di granito sbilenchi. Su quelle onde dovevano galleggiare decine di barche e maxy yacht. Da lì sarebbero dovuti arrivare i turisti extra lusso per alloggiare nell’albergo a 5 stelle gestito dalla Mita Resort. La società di Emma Marcegaglia chiede ora 149 milioni di euro di risarcimento danni. Da due anni l’hotel non apre. Il centro benessere con sauna, bagno turco, sala fitness e sala massaggi è un luogo fantasma, tutto coperto da teli bianchi. 

Sui lavori per costruire le opere del G8 della Maddalena pesa anche l’inchiesta portata avanti dalla magistratura. Guido Bertolaso, l’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici Angelo Balducci, l’imprenditore Diego Anemone e altre 15 persone sono state rinviate a giudizio dalla procura di Roma per le presunte irregolarità negli appalti per il G8. Il processo comincerà il 20 gennaio.

sabato 12 ottobre 2013

Il blog di Grillo spara a zero sul Fatto, Scanzi risponde


Curioso che Grillo abbia affidato la sua replica alle critiche (anche costruttive) di Scanzi prima e Travaglio poi alle parole di uno dei tanti iscritti, tale Tinazzi. Sono parole pesanti. Grillo del suo blog ha il controllo, e se posta il commento di un iscritto lo fa suo. Grillo mostra di non accettare niente, neanche le critiche di giornalisti che gli hanno sempre riservato un trattamento più che ottimo, e divide ancora di più la base. E' incredibile.

Metto il post del blog, appena "fotografato", e poi a coda la replica dalla pagina facebook di Andrea Scanzi.


Un minuto di silenzio per chi, per anni, mi ha dato del "servo di Grillo" (che non sento da maggio 2011) e ora deve prendere atto di come lui e Casaleggio mi abbiano simpaticamente sfanculato nel loro blog, con un post tanto prevedibile (ci avevo scommesso la casa) quanto meraviglioso.
E un minuto di silenzio anche per chi, per anni, ha sostenuto che il Fatto fosse house organ di Grillo, ora pure quello amenamente crivellato dai due. Non che nutrissi la perversione triste di prendere lezioni da Zucconi o Battista, professionisti della non-critica e fedeli della non-linea, ma Grillo e Casaleggio ci hanno fatto un bel regalo. Da oggi non ho più neanche i difetti inventati e il mio ego potrà finalmente esplodere. Vamos.
La speranza è che, un giorno, anche i santoni vicini al Pd facciano le pulci al Pd come noi abbiamo sempre fatto al M5S (e a tutti gli altri): ne guadagnerebbero il paese, il giornalismo italiano e magari pure la sinistra italiana.
Capisco comunque la rabbia di Grillo e Casaleggio: sanno che il sottoscritto, Travaglio e il Fatto hanno ragione. E sanno anche che la maggioranza di elettori e parlamentari la pensa probabilmente come noi. Il loro rosicamento, per quanto infantile e masochistico, è dunque giustificato. Ne ho quindi rispetto.
Mi permetto solo di rammentar loro un vecchio adagio: quando si sbaglia, si sbaglia. Quando si perde, si perde. Capita anche ai migliori. Non tutte le battaglie - e gli sfoghi - possono essere giusti. Quel post sul reato di clandestinità era e resta una cazzata titanica. E quello di stamani sul Fatto è persino peggiore. Meglio ammetterlo. Altrimenti viene il dubbio che per loro il giornalismo ideale non sia quello libero, ma quello che gli dà ragione.

(Il Cernobbico Casaleggio mi accusa di dire il falso sulla sua candidatura in Forza Italia. Uh oh. Vedo che anche lui, in mancanza di appigli migliori, gioca alla pagliuzza e alla trave. Come un D'Alema qualsiasi. Vero: tecnicamente non si candidò in Forza Italia. Chiedo scusa per la gravissima semplificazione: mi autopunirò guardando in loop un video qualsiasi su Gaia. Casaleggio si candidò però in una lista civica, nel 2004, a Settimo Vittone nel Canavese. Quella lista, "Per Settimo", era capeggiata da Vito Groccia, "politico calabrese vicino a Forza Italia". Ops. Casaleggio partecipò alla stesura del programma, si impegnò in prima persona e ottenne un risultato rutilante: sei voti e niente elezione. Sarò felice di parlarne con lui. Chissà, magari in una intervista. Quella stessa intervista che, da mesi, Casaleggio rifiuta al Fatto. Oppure accetta, ma dettando condizioni capestro che ovviamente mai accetteremo. L'invito è ovviamente esteso anche a Grillo, nella speranza che prima o poi scenda stabilmente dall'eremo di Sant'Ilario, aiuti da vicino i suoi parlamentari soli contro tutti e - già che c'è - cominci a fare quelle conferenze stampa promesse da tempo.
Fiducioso e divertito, nonché assai grato, attendo).

La legge Grillo-Casaleggio


Anche qui il titolo è di Travaglio, il quale finalmente si è deciso, in ritardo, a commentare il diktat del Quartier Generale a cinque stelle. E' la seconda volta (decisamente poco, quindi) che Travaglio prende la penna in mano per spiegare qualcosa al duopolio: ha i suoi accordi commerciali con loro, ma almeno l'ha fatto (anche se sono presenti le solite sviolinate).

Non ho il link perché è preso dal cartaceo di oggi, e nel numero di oggi fra l'altro c'è una piccola analisi di tutti quegli emendamenti che i "cittadini" in questi mesi hanno presentato alla Camera o al Senato senza che la materia fosse stata trattata nel Programma del Movimento (che ha lacune tremende in più di una materia, ma è pieno di qualunquismo e populismo, chissà perché...). Guarda caso in tutte queste altre circostanze né il duopolio Grillo-Casaleggio né la base (agguerrita quando lo scaltro capo pubblica post ben mirati) avevano scatenato la gazzarra dell'altro giorno. Infatti la cosa grave non è quella del "metodo", lo ripeto (dovevano consultare prima la base), dietro alla quale si nascondono, bensì il contenuto, gravissimo, al quale il dupolio tanto tiene. Roba da Ventennio.

Prima di lasciarvi a Travaglio, cui oggi faccio un plauso (ma moderato, perché a differenza di Scanzi ieri il testo di Travaglio oggi è scritto col violino), scrivo due righe sui parlamentari del Movimento: sto cercando di trovare un po' più di tempo per vedere cosa fanno i parlamentari alle camere, e molte delle cose che ho apprezzato di più vengono da loro. Credo che per loro sia un vero inferno dover agire avendo sopra le teste il Quartier Generale, pronto grazie alle spiate del podestà Messora a intervenire con diktat pieni della consueta violenza verbale, per non parlare dei contenuti. Sopra, dicevo, il Quartier Generale, dietro alle chiappe invece la base, dove troppe persone (ma non tutti, per fortuna) partono in quarta a suon di insulti e minacce, ben guidate dai post dei blog cervellicidi. Auguri.


La legge Grillo-Casaleggio

di Marco Travaglio (F.Q. 12.10.2013)


Nella politica italiana si fronteggiano ormai due modelli: da un lato quello fin troppo elastico dei vecchi partiti, che se ne fregano dei loro elettori e fanno il contrario di quello che han promesso in campagna elettorale perché tanto, poi, in qualche modo, i voti li raccattano lo stesso; dall’altro quello fin troppo rigido del Movimento 5Stelle, ossessionato dal “programma” e dal rapporto fiduciario con gli elettori, al punto che Grillo e Casaleggio scomunicano i parlamentari M5S per aver presentato l’emendamento che cancella il reato di clandestinità, solo perché non è previsto dal programma e non è stato sottoposto preventivamente al vaglio della Rete. 

Intendiamoci, la fedeltà agli elettori e agli impegni presi con loro è un valore: si chiama coerenza e trasparenza. Molto bene fecero Grillo e Casaleggio a far scegliere dagli iscritti al portale (magari pochi, ma liberi) i candidati per il Quirinale. E molto bene fanno a richiamare gli eletti all’impegno di non fare da stampella a governi altrui con maggioranze variabili peraltro non richieste da nessuno. E molto male fece il Pd a far scegliere il candidato per il Quirinale a Berlusconi (prima Marini, poi Napolitano), impallinando Prodi e scartando a priori Rodotà, e poi ad allearsi col Caimano all’insaputa, anzi contro la volontà degli elettori: in Germania, prima di dar vita alla Grosse Koalition con la Merkel, l’Spd ha promosso un referendum fra coloro che le hanno appena dato il voto. Ma questo vale per le scelte strategiche, compatibili con tempi medio-lunghi. Per le altre, agli elettori non si può dire tutto prima. 

Ci sono emergenze e urgenze che nascono sul momento (in Parlamento bisogna votare a getto continuo sì o no a questo o quel provvedimento) e richiedono risposte fulminee, incompatibili con la consultazione dei sacri testi e del Sacro Web. L’altra sera, a Servizio Pubblico, Rodotà faceva notare come in Parlamento occorra cogliere l’attimo, sfruttare una situazione favorevole che si presenta lì, in quel momento, e poi forse mai più, e bisogna afferrare il treno per la coda prima che passi. Perciò l’altro giorno i parlamentari 5Stelle hanno fatto benissimo a rilanciare una proposta già contenuta nel loro “piano carceri” estivo – quella di abrogare il reato di clandestinità – trasformandola in un emendamento che quel giorno, in quell’ora, aveva buone possibilità di passare. E così è stato: hanno colto alla sprovvista il governo, il Pd e Sel e li hanno costretti a votare con loro: il primo vero e concreto successo parlamentare di M5S, la prima proposta pentastellata a ottenere la maggioranza. Cosa che non sarebbe accaduta se si fosse rinviato tutto di qualche giorno per avviare le complicate procedure di consultazione popolare. 

Grillo e Casaleggio contestano sia il metodo sia il merito della proposta, convinti che, inserendo l’abrogazione del reato di clandestinità nel programma elettorale, “il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”. Ma, così dicendo, denotano una profonda disinformazione in materia (dimostrata anche dall’assenza di qualunque proposta, nel famoso programma, sul tema della clandestinità). È vero che quel reato è previsto anche in altri paesi europei, sia pure in forme e con applicazioni diverse da quelle dello sciagurato pacchetto Maroni. Ed è vero che l’immigrazione clandestina non può e non dev’essere lecita: nessuno Stato sovrano può tollerare che circolino indisturbate sul suo territorio persone senza un’identità certa. Ma non tutto ciò che è e dev’essere proibito può esserlo per le vie penali. Esistono anche sanzioni amministrative che, quando funzionano, sono altrettanto o addirittura più efficaci. I clandestini non vanno inquisiti e processati per il solo fatto di trovarsi in Italia (quando commettono delitti invece sì, come gli italiani): vanno semplicemente identificati e poi espulsi dalle forze di polizia. Ma con un distinguo: nel gran calderone dei “clandestini” in Italia sono compresi non solo gli immigrati cha arrivano apposta per delinquere o vagabondare; ma anche gli onesti lavoratori che non riescono a ottenere il permesso di soggiorno perché la Bossi-Fini impedisce loro di regolarizzarsi. Una legge seria dovrebbe distinguerli nettamente: cioè agevolare le procedure di identificazione ed espulsione dei primi (con i mezzi necessari, visto che le questure non hanno soldi neppure per la benzina delle volanti, figurarsi per pagare il biglietto aereo ai rimpatriandi); e quelle di regolarizzazione dei secondi. Poi ci sono i profughi, come gli ultimi sbarcati a Lampedusa, che hanno tutto il diritto di ottenere l’asilo in quanto fuggono da guerre e persecuzioni politiche. 

Né la Bossi-Fini, né peraltro la precedente Turco-Napolitano, hanno mai aiutato a sciogliere questi dilemmi. Ma tantomeno l’ha fatto il pacchetto Maroni: da quando l’immigrazione clandestina è un reato e non più un’infrazione amministrativa, le presenze di clandestini “veri” in Italia non sono diminuite di una sola unità, anzi han continuato ad aumentare. Chi fugge per disperazione dal suo paese non si lascia certo intimidire da un reato finto, che non prevede il carcere né prima né dopo la condanna e finisce quasi sempre in prescrizione, o al massimo con una multa di qualche migliaio di euro che il condannato non può (o finge di non poter) pagare, visto che non lavora o lavora in nero o delinque. 

L’unico risultato è l’ulteriore intasamento dei tribunali, già oberati di arretrati spaventosi, con costi spropositati e risultati zero. Grillo (che ha sposato un’iraniana) e Casaleggio non sono né razzisti né xenofobi, come s’è affrettata a scrivere la stampa di regime: semplicemente, essendo abituati al contatto con la gente, conoscono bene i sentimenti profondi e inconfessabili che animano milioni di italiani costretti a una vergognosa guerra tra poveri da una politica inetta e distante. E temono di veder equiparato il loro movimento ai partiti che chiacchierano in tv, piangono ai funerali e non fanno nulla. Ma, sulla clandestinità, i due capi dei 5Stelle hanno perso un’occasione per tacere. 

Invece di scomunicare i loro bravi parlamentari, dovrebbero elogiarli per il servigio reso all’Italia, e poi fermarsi a ragionare a mente fredda, interpellando qualche esperto della materia, per riempire il vuoto programmatico su un tema cruciale come questo. Con proposte serie e anche severe: non è scritto da nessuna parte che abolire il reato di clandestinità implichi l’iscrizione automatica nel partito dei buonisti, delle anime belle che negano il problema della clandestinità, spesso collegata alla criminalità. I 5Stelle hanno ancora la credibilità per fare proposte, a differenza dei vecchi i partiti che pontificano sull’un fronte e sull’altro, responsabili unici del disastro di oggi, avendo sempre oscillato fra le sparate xenofobe contro i “bingo bongo” da respingere in mare a cannonate e le geremiadi piagnucolose e generiche dell’“accoglienza” e dell’“integrazione” (che, con la loro inconcludenza, seminano anch’esse razzismo a piene mani). Quindi continuino a insistere per l’abrogazione del reato di clandestinità e di buona parte della Bossi-Fini, e poi propongano con che cosa sostituirle: a partire da un piano straordinario di controlli preventivi e repressivi efficaci, dotando dei mezzi necessari le forze dell’ordine. E la smettano di vergognarsi dei propri successi.