giovedì 30 maggio 2013

Angela Merkel vuole un milione di auto elettriche


da: Il Sostenibile
di: Francesca Petretto

In settimana a Berlino in occasione della “Conferenza sull’Elettromobilità” (col motto Elektromobilität bewegt weltweit – 27.05.2013) la cancelliera Merkel promette ancora che manterrà fede all’impegno preso, ovvero portare entro il 2020 sulle strade tedesche, nonostante i costi ancora troppo elevati, nonostante la carenza delle necessarie stazioni di carica, un milione di auto elettriche: “La Germania ha le carte in regola per raggiungere questo obiettivo”; e il Ministro dei Trasporti Peter Ramsauer (CSU) ha aggiunto che a una maggiore e più ampia offerta segue o risponde, com’è ovvio anche una più elevata domanda: “è tempo di mettere da parte lo scetticismo e di fare largo all’entusiasmo”. 
 
Attualmente si è sotto le 10.000 unità ma le case automobilistiche tedesche, in particolar modo quelle attive proprio nel settore dell’elettromobilità, vogliono, entro la fine dei prossimi 16 anni, portare sul mercato dei nuovi modelli elettrici. Ramsauer ha confermato che questo è anche l’obiettivo del Governo Federale e nonostante la scarsa. . . . --- CONTINUA A LEGGERE ---

Rodotà e gli errori di Grillo (che gli risponde insultandolo!)


Spero che il talebano medio sappia andare oltre, e non si accontenti di una lettura superficiale di queste parole. Qui c'è sì una critica, ma non un attacco. Rodotà indica la strada da seguire per passare dal fare caciara e basta a una crescita consapevole. Il M5S che ha tanto criticato la politica non ha fatto quei passi avanti decisivi per essere migliore dei partiti. Tante dichiarazioni di intenti, frequentemente utopistiche, ma pochi fatti concreti. Ok, stanno imparando. Ma la scuola è finita, ed è giunto il momento di crescere. Chissà se il giurista sarà massacrato di insulti come è toccato alla Gabanelli. Del resto, chi tocca la setta viene azzannato alla giugulare. Ma c'è una parte buona nel movimento che vuole guardare nella direzione indicata da Rodotà. Questa parte c'era già, invero, ma le sue ali erano state tarpate dal duopolio Grillo-Casaleggio. Deve venire fuori, adesso: perché i due partiti più grossi sono fermi al palo dei ricatti, e non stanno (come le opposizioni, movimento compreso) facendo assolutamente niente.



Rodotà, avviso a Grillo: «Beppe sbaglia
Non bastano più le sue dichiarazioni»

 

«Dare colpa agli elettori è una spiegazione che non spiega»


dal Corriere - Alessandro Trocino

ROMA - «Non voglio dire che lo prevedevo. Ma non sono affatto sorpreso». Stefano Rodotà è uno dei personaggi politici più amati dal Movimento 5 Stelle, che lo avrebbe voluto al Quirinale. Ora analizza, senza fare sconti, un risultato che è andato ben al di sotto delle aspettative.

Perché non è sorpreso?
«Per due ragioni. La prima è politica: hanno inciso sul voto i conflitti, le difficoltà e le polemiche di queste settimane. La seconda è che avevo detto che la parlamentarizzazione dei 5 Stelle non sarebbe stata indolore. E così è stato».

Il passaggio dalla rete al Palazzo, per intenderci. «Faccio una battuta: quando si lavora in Parlamento, non è che di fronte a un emendamento in commissione vado a consultare la rete. Serve un cambiamento di passo».

Che non c'è stato.
«La rete da sola non basta. Non è mai bastata. Guardiamo l'ultima campagna elettorale: Grillo è partito dalla rete, poi ha riempito le piazze reali con lo tsunami tour. Ma ha ricevuto anche un'attenzione continua dalla televisione. Se si vuole sostenere che c'è una discontinuità radicale con il passato non è così: anche per Obama è stato lo stesso. Si parte dalla rete, ma poi si va oltre».

Il problema è che forse non sono andati abbastanza oltre.
«Non hanno capito che la rete non funziona nello stesso modo in una realtà locale o su scala nazionale. Puoi lanciare un attacco frontale, ma funziona solo se parli al Paese. In queste elezioni hanno perso i due grandi comunicatori: Grillo e Berlusconi».
Alle Amministrative, poi, contano molto i candidati. «Sono stato molto colpito dalle dichiarazioni avventate del candidato 5 Stelle di Roma: si è lamentato perché i media non gli avevano dedicato abbastanza attenzione. Ma come? Non era stata teorizzata l'insignificanza dei vecchi media?».

Forse a qualcosa servono ancora.
«Come serve l'insediamento a livello locale. Il candidato sconosciuto della rete si trova in difficoltà rispetto a chi ha una forte presenza territoriale. Non è un caso che il partito che ha tenuto di più in queste elezioni sia stato il Pd, nonostante la forte perdita di voti».

Per Grillo è colpa degli elettori.
«L'ho sentita troppe volte questa frase. Elettori immaturi, che non capiscono. Si dice quando si vuole sfuggire a un'analisi. Ma erano gli stessi elettori che li hanno votati alle Politiche. È una reazione emotiva, una spiegazione che non spiega nulla».

Per i 5 Stelle non sono «padri» un po' ingombranti Grillo e Casaleggio?
«Non voglio fare quello con la matita rossa. Però, certo, non bastano più le loro indicazioni. Un movimento nato dalla rete, che ha svegliato una cultura politica pigra, una volta entrato in Parlamento deve cambiare tutto. E non può dire ai parlamentari: non dovete elaborare strategie».

È proprio quello che ha detto il capogruppo Vito Crimi.
«Le istituzioni fanno brutti scherzi. Penso alle parole di Grillo che contestava l'articolo della Costituzione secondo il quale il parlamentare deve operare senza vincolo di mandato. Ecco, io credo che tutti i parlamentari dovrebbero avere la libertà di esercitare il proprio mandato, anche se non in una logica individualista. Non si può delegare tutto. I parlamentari a 5 Stelle devono avere la libertà di lavorare. In alcuni casi lo stanno già facendo e ho sentito anche interventi di qualità».

Il risultato deludente non è stato causato anche da un eccesso di chiusura e dalla mancanza di interlocuzione con il Pd?
«Posso anche stabilire la linea del "tutti a casa" e "no a tutti", ma poi devo valutare le conseguenze. Si deve avere la capacità di confrontarsi con gli altri in Parlamento. Altrimenti si rischia di alimentare una nuova conventio ad escludendum . E probabilmente c'è anche un problema di inesperienza».

La «verginità» politica è nel dna dei 5 Stelle.
«Non ho mai creduto al valore dell'inesperienza, che rivendicano come verginità dalle compromissioni. Io ci misi molti mesi a imparare. Il Parlamento richiede competenza. So che stanno cercando di rimediare con bravi consulenti».

E ora?
«Ora Grillo e Casaleggio devono rendersi conto che siamo entrati in una fase nuova e che quello che ha determinato il successo non è un ingrediente che può essere replicato all'infinito. Per esempio: alle Europee cosa faranno? Una campagna fortemente antieuropeista, come Berlusconi? Sarebbe un rischio enorme. Cresce enormemente la responsabilità della sinistra».

Che non sta messa bene.
«Capisco il sollievo del Pd per il voto, ma ci sono problemi che non si cancellano con un'interpretazione consolatoria. Il Pd è un pezzo fondamentale della sinistra, ma non è tutta la sinistra. E deve guardare anche alla società. Il referendum di Bologna, per esempio: c'era una maggioranza schiacciante, sulla carta, per il finanziamento alle scuole private. E invece questa maggioranza è stata spazzata via».
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Grillo per tutta risposta lo insulta: "Ottuagenario".

sabato 25 maggio 2013

Paolo Soleri (Torino, 21 giugno 1919 – Cosanti, 9 aprile 2013)


da: Il Sostenibile
di: Francesca Petretto

Il 9 aprile scorso è venuto a mancare nella cittadina da lui fondata (con la Cosanti Foundation nel 1956) di Cosanti, in Arizona, e all’età di 93 anni una delle più grandi menti dell’architettura di tutti i tempi nonché “artista, uomo e padre”: Paolo Soleri. Piemontese d’origine si recò giovanissimo, subito dopo la laurea conseguita al Politecnico di Torino, negli Stati Uniti, sulle orme di Frank Lloyd Wright, col quale collaborò per diversi anni, a bottega, e dal quale apprese i fondamenti di quello che di lì a poco sarebbe diventato il suo peculiare pensiero architettonico. 

Questo breve contributo commemorativo non ha la pretesa di descrivere, né tantomeno lo vuole, l’opera di Soleri, per questo e/o per avere tutte le informazioni del caso ci sono le pagine internet di Arcosanti e Cosanti, e quelle (poche) dei pochi quotidiani italiani che si sono degnati di ricordarne anche in poche parole la scomparsa. La morte di Soleri è passata naturalmente in secondo piano: vuoi perché, non essendo mai stato personaggio televisivo, molti italiani, pressoché tutti – anche architetti e specialisti del settore – non avevano la benché minima idea di chi fosse; vuoi perché fu bollato da molti invidiosi colleghi con l’appellativo di visionario, fantascientifico, surreale, hippie e via dicendo (vedi anche gli articoli di cui sopra), vuoi perché l’architettura non fa mai notizia se non nelle sue forme estreme alla Frank O. Gehry, ben supportate da un’ottima pubblicità; e dire che ne abbiamo date e ne diamo di glorie al mondo in questa bella e nobile arte! 

Vorrei scrivere due righe di ricordo personale: ho avuto la fortuna di conoscere il Maestro Soleri nel 1999 in occasione... --- CONTINUA A LEGGERE ---

venerdì 24 maggio 2013

Fuga da Grillo. Anche Milena Gabanelli (prontamente assalita)


Ho perso il conto, e tanto basta. Un servizio su Report, le solite domande, ed è partito l'assalto complottista dei talebani a cinque stelle. Una setta intoccabile, sicura al 100% di tutto, coi cervelli ben plasmati dal loro grande fratello. Complimenti.


Gabanelli e le domande al M5S. Sul blog di Grillo parte la polemica contro Report

 

Molti i commenti sul sito del leader del movimento, divisi tra chi chiede chiare risposte da Grillo e Casaleggio e chi addita la giornalista come ingrata e traditrice. Lei: "Sono state dette cose non vere? Questo è l'unico punto. Il resto è nel conto"


di Redazione Il Fatto Quotidiano

Effetto Gabanelli sul blog di Beppe Grillo. Molti i commenti che attaccano la conduttrice di Report per la puntata di ieri sera, e per la “tirata d’orecchie” al movimento. La giornalista, prima nelle quirinarie (le primarie online dei 5 stelle) per l’indicazione del loro candidato alla presidenza della Repubblica) nel corso della trasmissione ha posto due domande: “Che fine fanno i proventi del blog di Grillo” e “quanto guadagna le Casaleggio e associati dalla pubblicità sul sito”. Con una postilla- invito: “Con tre milioni di disoccupati smettetela di parlare di scontrini”, riferendosi alle polemiche interne sulla diaria.

Abbastanza per scatenare il dibattito sul sito del leader del movimento. Nei commenti all’ultimo post – quello sulla ineleggibilità di Berlusconi – sono molte le domande di chiarimento e non pochi gli insulti alla giornalista. Da un lato chi apertamente le dà dell’ingrata traditrice. Dall’altro chi chiede invece al movimento di dare le risposte alle domande poste dalla giornalista per evitare nuove polemiche sulla trasparenza, da sempre leitmotiv del M5S.



“L’unica risposta da dare alla Gabanelli sul suo pistolotto di ieri sera, su cosa deve fare l’M5S o non deve fare…. La linea politica M5S non la decide sicuramente lei..E i 3 milioni disoccupati che cazzo centrano, con la discussione sulla diaria?”, scrive ad esempio Michele da Rimini. Per Rosario R, invece, “la Gabanelli è stata richiamata all’ordine dal padrone PD-L”. Ma c’è anche chi come Mirco dice: “Beppone, rispondiamo subito a Report”. Non manca ovviamente la lettura complottista. “La Gabanelli – scrive Luciano – omette denunce che dovrebbe per correttezza professionale fare. Le sue trasmissioni sembrano manovrate da una regia politica. Se ha qualcosa da ridire posso fargli qualche esempio”. Oppure chi come Ottaviano si lancia direttamente nel boicottaggio: “Non guarderò mai più quel programma di merda. Lei è una asservita al padrone piddino. Chi l’ha votata un testa di c…..così impara a fidarsi dei piddini a libro paga”. Maxrocco, invece, ribalta la domanda e la pone alla giornalista: “Cara Gabanelli, dicci TU INVECE chi ti ha costretto a fare quel servizio SU REPORT SENZA CONTRADDITTORIO perché, altrimenti, sei anche tu della stessa ‘ciurma’ di quei giornalisti di MERDA, PAGATI E SERVI DEI LORO SPONSOR POLITICI”.

A dir poco fredda, invece, la nota del gruppo alla Camera: “Con riferimento alla puntata di ieri sera del programma Report, a cura di Milena Gabanelli, il gruppo parlamentare del M5S alla Camera informa che solo l’assemblea dei parlamentari, sovrana nel gruppo del MoVimento 5 Stelle, può decidere sia l’assunzione dei giornalisti proposti da Beppe Grillo, sia l’entità dello stanziamento. Non risulta quindi essere veritiera la ricostruzione sul punto fatta da Report. L’articolo 16 dello statuto – continua la nota – pubblicato sul sito della Camera dei Deputati, infatti, prevede che ‘il piano di composizione e funzionamento del gruppo Comunicazione sarà presentato e approvato dall’Assemblea, che delibererà sull’assunzione dei singoli addetti ai sensi dell’art.17 e determinerà l’entità dello stanziamento che, tra l’altro, risulta essere circa un decimo della somma a disposizione del gruppo per l’organizzazione degli uffici”, si legge ancora. “Si sottolinea – conclude la nota – che dalla redazione di Report non è giunta alcuna richiesta di informazioni che sarebbe stata, certamente, soddisfatta in nome della trasparenza professata dal movimento”.

Tranquilla la diretta interessata che ha inviato una dichiarazione a Repubblica Tv: “Almeno finora nessuno del M5S mi ha insultata al telefono. Cosa che invece – si legge – ha fatto qualche simpatizzante degli ex Ds a proposito dei loro debiti che, secondo loro, dovremmo pagare noi. Credo che la critica sia fastidiosa sempre, per tutti, anche per la sottoscritta, ma si deve accettare, o no? Il punto è: ‘sono state dette cose non vere’? In tal caso vengano precisate, e le pubblicheremo. Se Casaleggio avesse accettato l’intervista con la Giannini magari si potevano chiarire tutti i dubbi legittimi. Tutto il resto – conclude Gabanelli – per chi cerca di fare il proprio mestiere con indipendenza, è nel conto”.

mercoledì 22 maggio 2013

Per una piccola storia delle Energie Rinnovabili


da: Il Sotenibile
di Francesca Petretto


La legittima preoccupazione dell’uomo contemporaneo per il problema del cambiamento climatico e dell’esaurimento del suo principale artefice, il petrolio greggio, è, potremmo dire, quasi esclusivo appannaggio degli ultimi dieci/quindici anni. Tuttavia da più di un secolo scienziati, ricercatori e studiosi lavorano allo sviluppo di una tecnologia in grado di sostituire l’uso dei combustibili fossili e/o convenzionali con le cosiddette Energie Rinnovabili. In realtà si potrebbe a buon diritto sostenere che lo sfruttamento di fonti di energia rinnovabili era già presente nei “tempi antichi”, come dimostrano ritrovamenti archeologici, edifici ancora esistenti, documenti, libri, progetti, racconti e quant’altro e soprattutto per quel che riguarda l’utilizzo di acqua e vento (e ovviamente del loro moto) per la creazione di energia a costo zero e per tutti disponibile. 138 anni è il lasso di tempo calcolato dalla celebre rivista americana “Popular Science” (Popular Science Monthly, fondata nel 1872), nel corso dei quali ... CONTINUA A LEGGERE

giovedì 16 maggio 2013

Intercettazioni sulla P3 - file da leggere e salvare


Se lo volete leggere senza salvarlo, o se volete salvarlo, è facilissimo.




http://www.slideshare.net/ilfattoquotidiano/intero-com

da: Il Fatto Quotidiano

Diaria sì? Diaria no? "Cittadini" e Quartier Generale


La naturale coda al precedente post, dove uno dei parlamentari del MoVimento ha lamentato la indebita pressione operata dal Quartier Genrale e gli scaltri sgherri del Min.Cul.Pop. alle riunioni in cui si discuteva della diaria, tutte ovviamente non in streaming. Si attende video di smentita sui dissidi interni. Chi si presenterà alle videocamere: il faccione bonario e rassicurante del dormiente Crimi o il perennemente complottista Messora?



Diaria M5S, così si è imposto Grillo

 
di Paolo Fantauzzi

La storia dei rimborsi mescola pressappochismo, ambiguità e intimidazioni di un leader che, minacciando liste di proscrizione ed epurazioni, arriva a smentire se stesso e il tanto sbandierato principio dell'uno vale uno". Basta mettere in fila le dichiarazioni dell'ultimo mese e mezzo per rendersene conto

"L'indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili, il residuo dovrà essere restituito allo Stato. I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l'esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo". Non sono le pretese di un grillino dissidente ma quanto il "Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento"prevede sotto la voce "Trattamento economico". Basterebbero queste righe poche per dimostrare come sia ingiusta l'accusa di voler fare "la cresta" sulla diaria mossa da Beppe Grillo ai suoi parlamentari.

Tuttavia è proprio da qui che bisogna partire per capire come la vicenda relativa ai 3.503,11 euro che ogni mese il Parlamento eroga a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma non siano "quisquilie", come l'ha definita il capogruppo al Senato Vito Crimi. Al contrario, rappresenta a suo modo un caso-scuola sui rischi di una deriva autoritaria del Movimento cinque stelle. Una storia che mescola pressappochismo, ambiguità e intimidazioni di un leader che, minacciando liste di proscrizione ed epurazioni, arriva a smentire se stesso e lo sbandierato principio dell'"uno vale uno". Basta mettere in fila le dichiarazioni dell'ultimo mese e mezzo per rendersene conto.

La decisione finale - dopo settimane di passione, accuse e contrasti interni - è stata di restituire tutta la parte non spesa. Eppure fino a un mese fa il problema non pareva porsi. Tanto che nella proposta per ridurre lo stipendio dei deputati, datata 28 marzo e presentata all'Ufficio di presidenza della Camera, il M5S chiedeva di "accorpare tutte le voci di spesa estranee all'indennità" (diaria, rimborso spese per l'esercizio di mandato, rimborso spese accessorie di viaggio, rimborso forfettario spese telefoniche) e di erogarle sulla base di una rendicontazione delle spese sostenute fino a un massimo di 8.559,24 euro al mese. Un provvedimento, oggetto della campagna nella campagna #BersaniFallifirmare, che come scritto dall'Espresso avrebbe appena limato lo stipendio di deputati e senatori: 13.559 euro lordi, contro i circa 19 mila attuali.

Dopo poche settimane il caos è palpabile e la linea diventa quella attendista: «Abbiamo deciso di rimandare la rendicontazione a quando avremo in mano le prime buste paga», annuncia Crimi l'8 aprile. Che nulla sia cambiato sembra confermarlo anche Beppe Grillo, che quello stesso giorno specifica sul blog: "Ogni candidato del M5S si è impegnato a rispettare il codice di comportamento che prevede 5.000 euro LORDI per l'indennità parlamentare percepita". Sulla diaria nemmeno una parola.

Ma i giorni intanto passano e per i grillini si avvicina il momento di rendere pubblica la prima busta paga con relativa restituzione del denaro. Aspetto non secondario, Grillo ha iniziato il "Tutti a casa tour"in vista del voto amministrativo di fine maggio e vuole alzare l'asticella. E' così che i cinquemila euro lordi di indennità poco alla volta si trasformano nello stipendio tout court. I parlamentari però, che hanno sottoscritto un altro impegno, recalcitrano. E il sondaggio online indetto per valutare "la proposta più opportuna da applicare" mostra l'ampiezza del dissenso: solo un terzo degli eletti è per la rendicontazione pura, mentre la metà sono per una restituzione forfettaria con la restituzione della parte eccedente su base volontaria.

Non si tratta di parlamentari in odore di eresia, perché favorevoli a questa soluzione si dicono anche nomi di primo piano come Federica Daga e Marta Grande (le prime due candidate alla Camera nel collegio Lazio 1) o Luis Alberto Orellana (il senatore che il Movimento voleva portare alla presidenza di Palazzo Madama). Alla base ci sono considerazioni di non poco conto. Innanzitutto perché, restituzione o no, il prelievo fiscale viene calcolato sull'intero stipendio, col paradosso di pagare ancora più tasse a fine anno e incassare ancora meno. Secondo: il netto di "5mila euro lordi" non è uguale per tutti e dipende da altri redditi e carichi familiari. Terzo: qualcuno, facendo affidamento sul Codice di comportamento, sta facendo economie e sacrifici con l'obiettivo di portare a casa qualche centinaia di euro. Senza contare che resta un nodo irrisolto come il ricongiungimento dei fondi pensionistici: le nuove norme del vitalizio richiedono la maturazione di cinque anni effettivi di contributi, ma in caso di voto anticipato i grillini rischiano un buco contributivo. Preoccupazione, considerato l'incerto quadro politico, tutt'altro che peregrina.

Ma ormai l'aria è cambiata: la base inizia a rumoreggiare e il web, poco avvezzo alle sottigliezze, inizia a rimproverare gli eletti di essere diventati come la Casta. E se un fedelissimo con Roberto Fico accusa Repubblica, che dà conto dei risultati della consultazione interna, di "occuparsi del nulla", la capogruppo di Montecitorio Roberta Lombardi annuncia sul suo blog l'intenzione di restituire anche la parte di diaria non spesa. Titolo sintomatico del post: "Il buon esempio".

Passano ancora due giorni e il 9 maggio Grillo scende a Roma: ufficialmente è il consueto incontro mensile, ma sul tappeto c'è la spinosa questione dei rimborsi. «Non si fa la cresta su ciò che non è rendicontato», dice ai suoi. «Metteremo nomi e cognomi di chi vuol tenersi i soldi. Se avete firmato qualcosa, dovete rispettarlo». E poco importa che nessuno degli eletti abbia sottoscritto nulla in tal senso. «Servirebbe maggiore ascolto, anche perché Grillo è un attivista, seppur autorevole, come tutti noi e la funzione di leader è estranea al Movimento», ammette il senatore Francesco Campanella.

Alla fine anche il blog di Grillo riconosce l'esistenza di contrasti nel Movimento fino ad allora negati. Ma con lo scopo di attaccare i dissidenti: "Houston, abbiamo un problema. Di cresta. Ebbene, va ammesso". La decisione finale è demandata a un'assemblea dei parlamentari ma l'esito, considerato l'intervento del capo, appare scontato. Per evitare qualunque margine di incertezza, domenica 12 Roberta Lombardi manda una mail ai parlamentari favorevoli al sistema forfettario: c'è la campagna elettorale in corso, "Beppe si ritroverà di nuovo sui palchi in tutta Italia dove porterà avanti sia il lavoro che stiamo facendo in Parlamento, per questo motivo abbiamo ora bisogno di capire come agirai tu personalmente, ovvero se restituirai o meno l'eventuale eccedenza della diaria non rendicondata e quindi non spesa". Il giorno dopo Grillo rincara ancora: «Chi vuole tenersi i soldi se li terrà. Vuole fare carriera? Si mette fuori da solo». Considerato il contesto, la decisione finale è scontata e tutti alla fine accettano una soluzione minoritaria fino a una settimana fa. Unica concessione: la rendicontazione per macroaree, senza pubblicare gli scontrini.

Le incognite però non mancano, visto che l'Ufficio di presidenza della Camera ieri ha bocciato la richiesta di costituire un fondo apposito in cui far confluire il "tesoretto" restituito. Il clima in ogni caso resta teso. "La diaria si poteva semplicemente trattenere come era sembrato che Casaleggio ci avesse indicato fino a 10 giorni fa e come da codice", scrive su Facebook il deputato romano Adriano Zaccagnini. "Ora l'indicazione è diversa, ribaltata e bella dura". Quanto basta per spingere più di un attivista a commentare: "Ecco un altro da sbattere fuori, senza discutere".  

Min.Cul.Pop. e lezioni di Diritto contrarie alla Costituzione. Il Quartier Generale controlla


Il motivo per cui questo parlamentare ha scelto l'anonimato pare evidente: c'è un controllo di chiaro stampo S.S. sui "cittadini". La base parlamentare del partito apre gli occhi, ma la paura di una cacciata tiene "unito" il carrozzone. E infine la "lezione" di Filippo Pittarello della società di Casaleggio, in palese violazione dell'art. 67 Cost. ... la delega, Filippo, c'è: ogni parlamentare eletto a una delle Camere col voto dei cittadini ha ricevuto proprio la delega a partecipare all'attività politica per il bene comune (non nel senso di una delega ad acta, e cioé a fare cose precise, ma una delega generale a curare la res publica), e non è vero che un parlamentare è un semplice portavoce: deve esercitare le sue funzioni secondo coscienza, mica deve essere portavoce/esecutore di un capo scaltro che lo manovra col joystick e decide al posto suo. Bella anche la frecciata a Messora, che ha un compito preciso e agghiacciante in quel postaccio, ed è pagato coi nostri soldi per compierlo.

Questa è l'ennesima prova del fatto che non c'è alcuna forma di democrazia nel Mo' Vi Mento: se non fai quello che vuole il capo "fuori da c.....ni", giusto? Aprite gli occhi, e toglietevi quel bel prosciutto che ci hanno messo sopra gli scaltri manipolatori. I vostri parlamentari sono ridotti al ruolo di pupazzi: un altro esempio in tal senso è la votazione sull'assistenza sanitaria ai compagni omosessuali dei parlamentari (cioé parificarli alle coppie di diritto e di fatto eterosessuali)... siccome i "cittadini" non avevano avuto le dritte dal Quartier Generale su come votare, si sono astenuti dall'usare il proprio cervello per farlo e non hanno detto niente. Più chiaro di così...


Uno doveva tornare a fare il comico, e quindi a fare spettacoli appena dopo le elezioni. Gli altri due dovevano restare in carica solo tre mesi. Altre due promesse non mantenute.

«Controllati e filmati». I metodi di Grillo dividono, Rodotà invece…


Un parlamentare Cinquestelle, che chiede di mantenere l'anonimato, denuncia il controllo esercitato su deputati e senatori dai gruppi di comunicazione e non nasconde l'ascendente del professore su tanti colleghi

di Francesco Maesano

Registratore sì, registratore no. Alla fine il parlamentare Cinquestelle si scioglie ma mette subito in chiaro che il suo non vuole essere uno sfogo. Altro che questione di rimborsi. A Europa parla di un dissenso consapevole che parte dai metodi del Capo e si coagula intorno ai due responsabili della comunicazione installati a Roma dai diarchi del Movimento, Nicola Biondo e Claudio Messora.

Chi sono?
Lo staff di comunicazione è composto da persone scelte da Grillo o Casaleggio. Gli errori sulla comunicazione sono sotto gli occhi di tutti. Più che altro l’impressione è che ci controllino.

Come dei commissari politici?
Ogni tanto filmano le persone presenti alle riunioni.

Anche quando l’altra sera si parlava della diaria?
Si, in particolare mi è stato detto che sono state accese le telecamere proprio quando si è iniziato a discutere su quell’argomento, mentre erano spente quando si trattava di discutere delle indennità.

Come si muovono?
Tirano fuori delle questioni su cui alcune persone sono più sensibili, vuoi per principio vuoi per difesa dei valori costituzionali, per portare allo scoperto determinate persone che presentano spirito critico e trovare pretesti per cacciarle.

La parte più di sinistra?
Beh, di certo la parte di noi che avrebbe appoggiato un governo di centrosinistra, più che altro per scongiurare la riedizione delle larghe intese che, dovendo comporre insieme interessi contrapposti, risulta meno incisiva sugli aspetti più importanti per il Movimento.

Torniamo alla diaria?
Guardi, quando ci siamo riuniti il lunedì la soluzione era già pronta, era già stata presa.

Non si è votato, è vero, ma la decisione è stata presa tutti insieme, dicono dal vostro gruppo.
È stato chiesto chi non fosse d’accordo. Ma così è ovvio che nessuno si senta libero di esprimersi.

Come ha reagito la base nel suo territorio alla querelle sulla diaria?
In molti la trovano una questione singolare oltre ad essere una grossa perdita di tempo.

In effetti il blog di Beppe Grillo sembra perdere qualche colpo nel comunicare il senso delle decisioni prese.
Ma il punto è che anche il blog è stampa di parte e molti dei nostri nella base iniziano a capirlo. Uno dei nostri molto attivo sul territorio mi ha confessato di essere delusissimo e di stare pensando se mollare tutto.

A proposito di mollare, lei ci ha pensato?
Per andare dove?

Mi dica lei.
Guardi, una cosa è prendere i consensi, i voti, incanalare in qualche modo lo scontento, un’altra è proporre un progetto politico serio, un confronto su temi importanti. Non è che alcuni di questi possono essere scartati a priori perché si stanno demandando le decisioni ad un referendum. Gli strumenti di democrazia diretta già esistono e vanno sfruttati quelli che ci sono.

Sullo ius soli questa stessa posizione l’ha espressa lunedì Stefano Rodotà.
Grillo è il buttadentro. Rodotà, pur non essendo organico al Movimento, è una personalità autorevole.

Come lo vedrebbe un progetto politico guidato dal professore?
Un progetto guidato da una persona autorevole potrebbe convogliare anche molte persone del nostro gruppo parlamentare.

Più di trenta?
Penso di sì.

Facciamo un passo indietro. Quando è venuto a trovarvi Grillo con lui c’era anche Filippo Pittarello della Casaleggio&Associati. Se n’è scritto molto, di cosa vi ha parlato?
È venuto a spiegarci l’istituto giuridico della delega.

Cioé?
Ci ha spiegato che noi parlamentari siamo semplici portavoce e non abbiamo nessuna delega. Invece i capigruppo hanno una delega da parte nostra e hanno discrezionalità sulla remissione di alcune decisioni all’assemblea dei parlamentari.

(Contattato da Europa Nicola Biondo ha precisato di non voler smentire le parole di un anonimo)

mercoledì 15 maggio 2013

Vittimismo patetico e Blog strapieno di insulti


“Se fanno una cosa simile e ci chiudono il blog – ha concluso Grillo – se ne assumeranno la responsabilità perché noi siamo la democrazia”.


Qureste le parole di Grillo a Barletta, durante un comizio. Niente di più falso e patetico. Ma cos'è successo? Nel maggio del 2012 Grillo, esperto nell'adottare il metodo Boffo di feltriana memoria contro i nemici di turno, spesso della politica (quelli che sono tutti uguali, tutti ladri ecc. come se Vendola fosse come Berlusconi o Di Pietro come Cosentino), se la prese in quella cirostanza contro Napolitano, e subito nel blog l'esercito della parolaccia partì all'attacco. Da qui la denuncia e le indagini della Magistratura con la Forza Pubblica. La Polizia si è presentata in ufficio da Casaleggio, che amministra il Blog (e quindi deve sapere dove sono i server), e gli ha chiesto dove sono i server. La risposta? "Non lo so". Come?

Da far cadere le braccia. Ma come... una grande società, che con ogni click degli utenti si mette in tasca soldi a palate, e tutti gli esperti informatici che vi lavorano non sanno dove sono i server? Sinceramente è patetico: ma pensano seriamente che qualcuno (grillini a parte) gli creda?

Vorrei dire a Grillo che se ci saranno delle condanne (per diffamazione o ingiuria) e se il Blog per un periodo più o meno breve o lungo dovesse venire chiuso, la responsabilità non sarà come vaneggia furbescamente lui della Giustizia, che applica la Legge e la fa rispettare, o della Forza Pubblica che esegue gli atti materiali di questa attività fatta in nome del popolo italiano, la responsabilità sarà: direttamente di quanti hanno ingiuriato e/o diffamato il presidente Napolitano, e indirettamente di chi li sospinge a tali condotte massacrando verbalmente il nemico di turno, che in quel caso fu Napolitano. Sembra di sentir parlare Berlusconi!

Scusate, ma qualcuno di voi lo legge il Blog di Grillo e i commenti degli utenti? Io sì, lo faccio spesso (e siccome uso l'applicazione Ad-Block per il browser non vedo le pubblicità, eheheheh), e ogni volta è la solita storia: che si parta da un presupposto giusto (come capita spesso: la politica è criticabilissima, con tutte le porcherie che ha fatto) o ingiusto, il metodo è sempre lo stesso: si spara a zero per scaldare gli animi, con una violenza verbale che rischia di rasentare l'istigazione a delinquere, e giù subito una marea di commenti, dove tanta ma tanta gente scrive ogni sorta di nefandezze, e dove le ingiurie sono all'ordine del giorno. Peccato poi che vengano cancellati dall'attenta sorveglianza solo i commenti che criticano quanto Grillo dice o fa, mentre insulti e parole forti d'ogni tipo vengono lasciate lì.

E' sempre stato così nel Blog di Grillo, che si erge a moralista del nuovo millennio essendo il più violento (attenzione: verbalmente) di tutti. Ogni tanto poi qualcuno scantona e lui subito corre ai ripari: "ci dissociamo, noi siamo non violenti" ecc.

E poi scatta il vittimismo con parole sempre ben costruite: "noi siamo la democrazia" e simili (quando invece quello che manca nel Blog e nel movimento è una vera forma di democrazia, essendo in esso tutto ben pilotato, e applicando epurazioni o minacce di cacciata a chi dissente, nel Blog e nelle assemblee elettive).

La Legge parla chiaro, e la Magistratura con la Forza Pubblica applicano la stessa per farla rispettare. Lo stesso articolo del Fatto Quotidiano sopra citato poti continua: "Il primo caso citato è quello della blogger condannata a Varese per diffamazione, giudicata responsabile dei commenti dei lettori. Linda Rando colpevole per i contenuti inseriti dagli utenti sul suo forum online si è difesa così: “Ricorreremo in appello anche perché sono convinta di non dover pagare per le parole pronunciate o scritte da una terza persona, che non è nemmeno stata chiamata in causa nel processo”. Altro caso, quello di un blogger che forniva informazioni sul degrado urbano della città di Roma, condannato per istigazione a delinquere: il giudice, dopo che il sito era stato oscurato preventivamente in sede di indagini preliminari, lo ha condannato a nove mesi di reclusione. Sul blog ospitava molti commenti di utenti che si lamentavano dello stesso degrado e anche informazioni su azioni di resistenza civile diretti contro la piaga delle affissioni abusive. A cui però il titolare del blog era del tutto estraneo."

Io sto dalla parte della Legge, e chi ha orecchio da intendere, intenda. E usi il cervello invece di accendere La Cosa.

domenica 12 maggio 2013

Eversione a Brescia. Berlusconi oltre ogni limite di decenza, e con lui Alfano


Un post di Marco Travaglio, preso dal Fatto Quotidiano di oggi. Travaglio come al solito non smette di tessere (anche indirettamente) le lodi del MoVimento un parante del cui padrone dietro le quinte possiede parte del pacchetto azionario del Fatto Quotidiano. Il resto è tutta pura verità, detta fuori dai denti, su Berlusconi e l'eversione messa in atto ieri con l'aiuto del Ministro dell'Interno nonché vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano.

A me non basta che Enrico Letta dica a commento: "Noi stiamo coi magistrati", mentre Napolitano sta zitto per la vergogna. Letta ha il dovere morale e civico di mandare a quel paese il PDL e far cadere il governo.

Ma roba da matti! Il Ministro dell'Interno, espressione dell'Esecutivo e responsabile delle Forze di Polizia, prende a ceffoni proprio chi lavora con la Polizia (e le altre forze dell'ordine) per l'accertamento dei reati e la punizione dei colpevoli!!! L'Esecutivo che irride il Giudiziario!

Questa è pura eversione dell'ordinamento costituzionale della nostra Repubblica!

Alfano ha mostrato ancora una volta di avere un senso dello Stato assolutamente e totalmente inesistente. Ha mostrato di non avere alcun rispetto per le Istituzioni, neanche quella che presiede. Ha mostrato di essere, fra tutti i fantocci in mano al delinquente di Stato, il più ridicolo e il più pericoloso.

Vergogna e schifo: ecco quello che prova la Società Civile, fuori dalla quale sono questi pupazzi del padrone.

E ancora una volta Berlusconi sceglie Brescia, dove vuole portare i suoi processi. A questo punto è certo: a Brescia Berlusconi ha gli agganci giusti per farla franca in barba alla Legge. tanto basta affinché l'attuale Ministro della Giustizia mandi finalmente un'ispezione.


Ecco le parole di Travaglio:


Bella l'idea del pellegrinaggio nella sua Medjugorje privata, Brescia, dove da vent'anni sogna di traslocare i processi da Milano. Purtroppo per lui, anziché dai giudici amici, il Cainano ha trovato ad accoglierlo migliaia di contestatori col dito medio alzato, cori "In galera" e cartelli con scritto "Hai le orge contate". Il pretesto della scampagnata era sostenere un tal Adriano Paroli, il solito ciellino candidato a sindaco. Il quale, a cose fatte, è salito sul palco affiancato - per peggiorare la sua già penosa condizione - dalla Gelmini. E si è scusato di esistere: "Non era previsto un mio saluto...".
Intanto il Popolo delle Libertà - qualche migliaio di poveretti - sfollava rapidamente la piazza, come alla fine dei concerti quando arrivano gli elettricisti e i facchini a portar via gli strumenti. Il meglio era accaduto prima, quando l'anziano delinquente (parola del Tribunale e della Corte d'appello), aveva intrattenuto i complici sull'imprescindibile tema dei cazzi suoi. Raramente s'erano viste scene più paradossali (a parte il silenzio di Pd, Letta e Napolitano, troppo impegnati contro i 5Stelle per accorgersi di quanto accade a Brescia).
Un vecchietto di 77 anni coi capelli bicolori - gialli sulla calotta asfaltata, neri ai lati -, gli occhi che non si aprono più, la dentiera che fischia e una preoccupante emiparesi al labbro superiore, annuncia un piano ventennale per salvare l'Italia da lui governata per 10 anni su 12 (un premier con qualche potere in più di Mussolini, un Parlamento ridotto a bivacco di manipoli, una Consulta e una Giustizia a sua immagine e somiglianza). Un monumentale evasore promette a quelli che pagano le tasse al posto suo di ridurgliele, dopo averle votate (così come Equitalia). Il politico più ricco del mondo lacrima il suo "struggimento per chi ha perso il lavoro" a causa dei suoi governi.
Un imputato recidivo che da vent'anni si trincera dietro l'immunità e le leggi ad personam suam per non farsi processare, si paragona a Tortora che rinunciò all'immunità per farsi processare. Il leader del terzo partito dà ordini al primo, da vero padrone del governo Letta ("ci ho lavorato a lungo, l'ho voluto io, è un fatto storico, epocale"). E quando gli iloti sotto il palco urlano "chi non salta comunista è", ridacchia: "Io non posso saltare perché coi comunisti ci governo insieme!". Il vicepremier e ministro dell'Interno Alfano, col ministro Lupi, noti moderati non divisivi e fautori della pacificazione, sfilano contro un altro potere dello Stato. Molto applaudite le parole dello spirito di mamma Rosa: "Mi diceva che sono troppo buono per far politica: da bambino mi impediva di legarmi campanelli alle caviglie per avvertire le formichine del mio passaggio e non schiacciarle".
Due sole volte il Cainano perde il buonumore. Quando evoca Grillo, la mascella si contrae, gli occhi a fessura saettano, la gente tumultua. Quando cita "gli eventi drammatici di questi giorni" si pensa alle donne uccise o sfigurate con l'acido, ai morti di Genova, alla guerra in Siria. Invece lui parla della sua condanna, "me lo chiedono tutti". Segue la solita sbobba piduista sulla responsabilità civile dei giudici (che c'è già dal 1988), la separazione delle carriere, i pm ridotti ad "avvocati dell'accusa che vanno dai giudici col cappello in mano" (come Previti quando andava da Squillante col cappello pieno di banconote), le intercettazioni (non gli piacciono, a parte quella Consorte-Fassino), la carcerazione preventiva (non si arresta uno prima del processo: se scappa o delinque ancora, tanto meglio). Poi viene finalmente al punto: "Le carceri sono un inferno". Lo sanno bene i suoi guardagingilli Castelli, Alfano e Palma, che le hanno ridotte così. Prossima mossa: una bella amnistia. Così escono un po' di delinquenti e soprattutto non ne entrano altri, tipo lui. Ma questo non lo dice, non è ancora il momento: "Mi fermo qui, sono sopraffatto dalla commozione". Appena pensa alla sua cella, gli vien da piangere.

E queste le parole di Padellaro:


Dopo ciò che è successo ieri a Brescia, un governo degno di questo nome dovrebbe cessare all’istante di esistere e il premier dovrebbe altrettanto inevitabilmente dimettersi. Per tre ragioni almeno.
Primo: in una piazza spaccata a metà, da una parte i fans azzurri, dall’altra i contestatori grillini e quelli con le bandiere rosse, il “delinquente” confermato in appello per evasione fiscale Silvio Berlusconi ha sferrato l’attacco finale alla magistratura, annunciando che imporrà al governo, che lui controlla, la sua personale riforma volta a neutralizzare l’azione penale e a ridurre i pm al rango di obbedienti funzionari al servizio dei politici.
Secondo: Alfano vicepremier e ministro degli Interni e Lupi ministro delle Infrastrutture erano lì, in prima fila, ad applaudire le frasi eversive, malgrado fino all’ultimo il Pdl avesse smentito la partecipazione di membri del governo. Un colpo reso ancora più efficace perché sferrato di sorpresa.
Terzo: attorniato dai suoi ministri festanti, il Caimano ha detto, chiaro e tondo, che si deve a lui se questo governo è nato e che solo per generosità non lo farà cadere “con un fallo di reazione” dopo la sentenza Mediaset che l’altroieri l’ha condannato a 4 anni di carcere e a 5 di interdizione dai pubblici uffici.
Insomma, con schietta ruvidezza Berlusconi ha finalmente detto ciò che tutti avevano capito: Enrico Letta non conta niente e se non ubbidisce alle disposizioni di palazzo Grazioli – oggi l’abolizione dell’Imu, domani la demolizione della giustizia e della legalità – può tranquillamente tornarsene all’amato subbuteo.
Di fronte a tanta insultante arroganza, il Pd riunito a Roma ha reagito con alcuni pigolii e l’unica dichiarazione maschia è di Rosy Bindi. Dopo il suicidio assistito (da Napolitano) del partito, l’Assemblea nazionale è parsa una mesta cerimonia funebre con tanto di esecutore testamentario, l’ottimo Guglielmo Epifani. Non parliamo naturalmente dei milioni di elettori e militanti traditi da un gruppo dirigente desideroso, a quanto pare, di farsi annettere dal Cavaliere. A un certo punto Epifani ha detto: “Abbiamo rischiato di toccare il fondo”. Non è esatto, segretario. Dopo i ceffoni di Brescia, adesso state scavando con buona lena.

venerdì 10 maggio 2013

Totò Riina pro Schifani. Intercettazione in carcere


Il disgusto e la nausea più profonde, ma anche la pulce nell'orecchio. Un avvocato che difendeva persone sospette, e che poi ha fatto una carriera folgorante nel aprtito che ha preso più voti dalla Mafia. Due più due secondo voi quanto fa? Mi rivolgo a chi continua a pensare che il PDL sia un partito che ha a cuore gli interessi della collettività: fermatevi a pensare, togliete il paraocchi e fermatevi a riflettere sul peso di parole come queste e su cosa significano. Fatelo per voi, fatelo per tutti.



“E’ una mente”. La stima di Totò Riina per Renato Schifani

 

Ascoltato in carcere nel 2008, il capo dei capi di Cosa nostra si lancia in una lode al più potente dei berluscones siciliani, attuale capogruppo Pdl a Palazzo Madama. Un modo per far sapere all'esterno cosa pensasse dell'appena eletto presidente del Senato. C'è anche una chiamata dallo studio al figlio del boss

 
di Marco Lillo

Renato Schifani è una mente”. Parola di Totò Riina. Il capo dei capi è stato intercettato il 10 giugno del 2008 nella sala colloqui del carcere di Opera. Il boss è recluso nel regime di massimo isolamento previsto dall’articolo 41 bis. Dietro il vetro parla con i suoi familiari e probabilmente lancia messaggi in un momento di svolta della vita politica italiana. Il 14 aprile del 2008 Silvio Berlusconi ha vinto con le elezioni politiche. Il 29 aprile Schifani è stato eletto presidente del Senato. Passano poche settimane e il capo indiscusso di Cosa Nostra, durante il colloquio, quando è perfettamente consapevole di essere intercettato e videoregistrato si fa scappare sorridendo apprezzamenti sull’uomo politico siciliano più potente del momento.

Il Fatto Quotidiano è in grado di pubblicare la trascrizione del colloquio. Nella sala colloqui del carcere di Opera ci sono la moglie del boss, Ninetta Bagarella, oggi 68enne, la sorella, Arcangela Riina, oggi 74enne, e la figlia Lucia Riina, oggi 32enne.

Gli investigatori videoregistrano e ascoltano con attenzione. In passato per esempio il boss ha lasciato intravedere la sua scarsa stima per il leader del Pdl: “Berlusconi, che io ci credo poco o niente”. Il Capo dei Capi in quel caso infila la riflessione mentre consiglia al figlio di mangiare molta frutta. Sarà un caso ma anche stavolta il riferimento alla politica arriva mentre si parla di frutta. Il 10 giugno del 2008 Riina dice “l’altro ieri ci hanno portato queste ciliegie a otto euro e virgola sei, sedicimila lire un chilo di ciliegie, e che erano… ciliegie d’oro?”. Ci manca solo che il boss aggiunga ‘signora mia’. Poi Totò Riina riprende: “ciliegie d’oro! ciliegie d’oro!. Né amore né sapore c’è in quelle ciliegie non è che ci sono le ciliegie di questi tempi come da noi”.

A quel punto è la figlia Lucia che interviene: “Infatti le ciliegie , quelle di Chiusa sono buone da noi!”. Totò Riina coglie lo spunto e prosegue: “Vengono da Chiusa… le ciliegie vengono da Chiusa Sclafani, è la zona di ciliegie più bella che c’è in Sicilia… Chiusa Sclafani! Io sono un conoscitore della Sicilia. Io so dove fanno le ciliegie buone… dove si fanno il vino buono… dove si fa l’uva buona. Le ciliegie da noi, è stata sempre la zona di Chiusa Sclafani che ha avuto questo… questa… perché veramente lì hanno la storia da centinaia di anni che si coltiva, non è che lo so da ora che è zona di ciliegie e fanno ciliegie bene… io lo so da quando ero piccolino.., quando ero giovanottino”.
La figlia Lucia interviene ancora e fa riferimento a qualcuno che aveva un suolo in zona: “Avevano loro il terreno… non lo so io com’è che … ”.

Il capo dei capi interrompe la figlia e introduce il senatore Schifani: “Il paese di un senatore siciliano”, dice Totò Riina, “il paese… di… uno di Chiusa Sclafani …..un senatore….. Forza Italia!. Il paese Chiusa Sclafani e del senatore Schifani”. La figlia Lucia e la moglie Ninetta non sanno nulla e gli chiedono incredule: “Chiusa Sclafani?”. Totò conferma: “Sì il paese del senatore”. Poi c’è una pausa e Totò Riina aggiungeeh…..è… una mente è! Che è una mente… incompr… uno non è che”. La moglie a questo punto, senza senso, interrompe il marito e introduce il tema delle rare visite che può fare al boss in carcere. Apparentemente non c’è alcuna connessione tra i due discorsi: “Perché ti vengo a vedere ogni due mesi, ogni tre mesi”, dice Ninetta e Totò Riina ribatte: “Tant’è vero che dicono ….ma loro avrebbero pensato che avessero bucato il cervello, a me l’avessero bucato, invece il cervello… non si è bucato, pazienza… pazienza… pazienza”.

Insomma Riina, dopo aver detto che Schifani è di Chiusa Sclafani (ed effettivamente il padre del senatore, recentemente scomparso, era nato in questo paese del corleonese nel quale a giugno si tiene la sagra delle ciliegie) e dopo avere aggiunto che Schifani è una mente, si lamenta del fatto che pensavano di distruggerlo, lasciandolo in isolamento. Ma il suo cervello però ha resistito e ci vuole pazienza, tanta pazienza.

La conversazione è stata subito trasmessa ai pm che indagavano Schifani per concorso esterno in associazione mafiosa. Pende la richiesta di archiviazione per questo procedimento davanti al gip Morosini che presto potrebbe firmare il decreto di archiviazione. I pm hanno considerato che “questo apprezzamento positivo proveniente da un pericoloso capomafia non è certo lusinghiero per il destinatario” ma non hanno ovviamente riscontrato alcun indizio di reato in un semplice apprezzamento. Anche se Riina sorrideva quando pronunciava i complimenti a Schifani, sapendo di essere intercettato. Il capogruppo del Pdl è entrato in Parlamento nel 1996 quando è stato eletto nel collegio di Corleone-Altofonte. Era un avvocato esperto di urbanistica ed era socio dello studio di piazza Virgilio a Palermo insieme al professor Giuseppe Pinelli.

Il Fatto ha scoperto che in un’indagine palermitana c’è una traccia che lega la famiglia Riina allo studio Pinelli-Schifani, chiamato ancora così perché il figlio del senatore, Roberto Schifani, ha ereditato il ruolo del padre. Il 16 gennaio 2002 alle ore 18 e 37 dal numero 091-323054 del telefono fisso dello studio legale Pinelli-Schifani parte una telefonata diretta al cellulare di Giuseppe Salvatore Riina, allora 25enne, figlio di Totò Riina. La telefonata dura 114 secondi. Il figlio del boss si trova a Corleone ed è indagato per i suoi affari con altri mafiosi. Sarà arrestato a giugno del 2002 e poi condannato molti anni dopo in via definitiva a 8 anni per mafia. In quel momento però il suo cellulare non è intercettato. Quindi non possiamo sapere chi chiamava e chi parlava quel giorno con Riina Jr dallo studio Pinelli-Schifani. Alle 18.06, pochi minuti prima, Riina jr chiama qualcuno che è a Roma, al Jolly Hotel Vittorio Veneto. L’ignoto interlocutore romano parla con lui per quasi tre minuti.

Chi era la persona che parlava con Riina dallo studio palermitano? Fonti vicine a Renato Schifani sostengono che il senatore quel giorno era a Roma e che non si occupava da tempo dello studio. Anche il suo socio Giuseppe Pinelli sostiene di non avere fatto quella telefonata. Solo il figlio di Riina, oggi uscito dal carcere dopo avere scontato la pena, potrebbe chiarire il dubbio.

giovedì 9 maggio 2013

Processo Mediaset: anche in Appello 4 anni a Berlusconi per Frode Fiscale!


Ogni volta che leggo dell'ennesima richiesta degli avvocati di Berlusconi per spostare i processi da Milano e Brescia (ormai ho perso il conto) mi chiedo: ma perché Brescia? E penso che forse da quelle parti Ghedini e Longo hanno qualche buon amico. Già solo questo fa riflettere, e il Ministro Severino dovrebbe porsi la stessa domanda per inviare un'ispezione a Brescia e cercare di capire cosa c'è sotto. 

Detto questo, annoveriamo una vittoria che fa bene al morale, una vittoria della Giustizia, da sempre insultata dentro e fuori dalle udienze dagli sgherri di Sua Emittenza. Anche in Appello è stato condannato Silvio Berlusconi per Frode Fiscale: 4 anni di reclusione e interdizione dai pubblici uffici. Destino gramo, quello di Ghedini e Longo: eletti in liste bloccate al Parlamento, lavorano solo per il padrone, e mentre da una parte fanno parte del team che ha scritto leggi ad personam dischiarate incostituzionali, dall'altra prendono ceffoni d'ogni tipo nelle sale dei tribunali. Destino gramo, ma cosa non si fa per un osso (d'oro)? Evviva il padrone.

E' chiaro che questo giudizio proseguirà in Cassazione, e a suon di rinvii d'ogni tipo gli avvocati di Sua Emittenza giocheranno per arrivare alla prescrizione. Sconfitti nel merito, vincenti per prescrizione: davvero un brutto palmarés per un avvocato. E la coscienza? Mavalà!



Berlusconi condannato anche in appello al processo Mediaset: 4 anni e interdizione

 

I giudici di Milano confermano integralmente la sentenza di primo grado, nella quale il leader del Pdl è stato riconosciuto colpevole di frode fiscale nella compravendita di diritti tv. Le pene accessorie, se confermate in Cassazione, graverebbero sul suo futuro politico. I giudici di primo grado lo avevano definito "dominus indiscusso" di una "notevolissima evasione". E avevano sottolineato la sua "naturale capacità a delinquere"

 
di Redazione Il Fatto Quotidiano

Silvio Berlusconi è stato condannato in secondo grado nel processo Mediaset. La corte d’appello di Milano ha confermato integralmente la sentenza di primo grado, che ha inflitto a Berlusconi quattro anni di reclusione (di cui tre coperti da indulto) per frode fiscale. I giudici hanno accolto la richiesta del procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale

Sul futuro politico del leader Pdl pesano però soprattutto le pene accessorie, anche queste confermate, dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e quella dalle cariche societarie per tre. E’ la prima sanzione che l’ex presidente del Consiglio teme maggiormente, perché in caso di conferma definitiva in Cassazione aprirebbe la questione della decadenza dalla carica di parlamentare.

La condanna ha infiammato la polemica politica: lo stato maggiore del Pdl è scattato immediatamente all’attacco dei giudici di Milano, da Capezzone a Schifani a Brunetta, passando per l’avvocato-parlamentare Ghedini. La corte che ha confermato la condanna, fra l’altro, era presieduta dal giudice Alessandra Galli, figlia di Guido, il magistrato ucciso da Prima linea a Milano nel 1980.  

L’ennesima tegola giudiziaria cade sul leader del Pdl pochi giorni dopo il faticoso avvio del governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd tace, almeno nell’immediatezza della condanna: “Non commento vicende giudiziarie”, dice significativamente Massimo D’Alema. Ma la questione dei processi che coinvolgono il pluri-imputato Berlusconi pesa sempre di più sui rapporti interni alla maggioranza forzata che sostiene l’esecutivo. Ultimo caso, lo scontro sull’elezione di Francesco Nitto Palma alla Commissione giustizia del Senato. E certo la “naturale capacità a delinquere” sottolineata dai giudici nelle motivazioni della sentenza oggi confermata non è un buon viatico per le ambizioni di Berlusconi ad accreditarsi come “padre nobile” della Patria o quantomeno del centrodestra. 

I giudici della seconda Corte d’Appello di Milano hanno confermato quindi anche l’assoluzione del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e la condanna a tre anni per il produttore statunitense Frank Agrama. Confermata anche la provvisionale di 10 milioni di euro a favore dell’Agenzia delle Entrate che dovrà versare Silvio Berlusconi in solido con altre tre persone condannate, oltre ad Agrama gli allora manager di Mediaset Daniele Lorenzano (3 anni e 8 mesi) e Gabriella Galetto (1 anno e 2 mesi).

Le motivazione dei giudici di primo grado: “Berlusconi dominus indiscusso”A Berlusconi viene contestato di aver evaso il fisco, negli anni 2002 e 2003, per circa 7 milioni di euro, attraverso ammortamenti gonfiati dei diritti televisivi acquistati. E’ il residuo di una somma ben maggiore – i pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro avevano calcolato in 368 milioni di dollari la somma gonfiata ai fini dell’evesione fiscale – via via erosa dai tempi della prescrizione, visto che i fatti risalgono alla seconda metà degli anni Novanta. Inizialmente, Berlusconi era accusato anche di appropriazione indebita e falso in bilancio, ma anche su questo fronte nel 2007 è arrivata la spugna della prescrizione.

Il processo sui diritti tv, tra l’altro, ha subito lunghe interruzioni, fermandosi per 2 anni, 3 mesi e 5 giorni, ha calcolato Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, per effetto dei due lodi Alfano (poi bocciati dalla Corte costituzionale) e dagli impedimenti di natura politica opposti dall’imputato. A questi vanno aggiunti gli ulteriori rinvii ottenuti da Berlusconi nel processo d’appello

In primo grado i giudici avevano motivato la condanna parlando di “un’evasione fiscale notevolissima” sottolineando che una catena di intermediari e società schermo avrebbe permesso di gonfiare i costi d’acquisto dei diritti dei film da trasmettere in tv per creare fondi neri. Secondo i magistrati non era “sostenibile che la società abbia subito truffe per oltre un ventennio senza neanche accorgersene” e Berlusconi era il “dominus indiscusso”. Ma non solo i magistrati nelle motivazioni contestuali aveva descritto “un preciso progetto di evasione esplicato in un arco temporale ampio e con modalità sofisticate”.

“Il sistema” dei diritti tv, secondo le toghe di primo gravo, aveva un “duplice fine”: una “imponente evasione fiscale” e la “fuoriuscita” di denaro “a favore di Silvio Berlusconi” che ”rimane al vertice della gestione dei diritti” e del meccanismo fraudolento anche “dopo la discesa in campo”, perché “non c’era un altro soggetto” a gestire il sistema di frode. I giudici avevano richiamato anche un verdetto della Cassazione sul caso Mills, che prosciolse l’avvocato inglese per prescrizione dall’accusa di corruzione in atti giudiziari, ma attribuì al Cavaliere la paternità dei versamenti sui suoi conti: “Il giro dei diritti si inserisce in un ricorso più generale a società off-shore create da Berlusconi affidandosi a fidatissimi collaboratori”.

Ma non solo per le toghe il comportamento di Berlusconi, nell’ambito del processo Mediaset sui diritti tv, dimostrava una “naturale capacità a delinquere” per perseguire “il disegno criminoso”. L’ex premier era stato ritenuto l’”ideatore” del sistema fraudolento e “non si può ignorare la produzione di un’immensa disponibilità economica all’estero ai danni dello Stato e di Mediaset che ha consentito la concorrenza sleale ai danni delle altre società del settore”.

martedì 7 maggio 2013

Il CONI impone il minuto di raccoglimento per Andreotti... il mio sarà per Agnese Borsellino


La scusa è che si era adoperato per portare (come poi accadde) le Olimpiadi del 1960 a Roma (più altre amenità). Il CONI quindi impone per questa settimana il minuto di raccoglimento prima di ogni manifestazione sportiva: stadi, palazzetti, ovunque si svolga una manifestazione sportiva, gli sportivi e gli appassionati di sport di tutta Italia dovranno alzarsi a celebrare un condannato (poi dichiarato prescritto) per concorso esterno in associazione mafiosa, e non solo. Oggi Cicchitto, il piduista, ha candidamente dichiarato che "Con Giulio Andreotti muore una personalità che nel bene e nel male ha espresso lo spirito più profondo della Dc. Per lui la mediazione era l'essenza della politica e andava esercitata con tutti, dal Pci, ai grandi gruppi economico finanziari, agli alleati politici, fino anche alla mafia tradizionale, mentre invece condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese (...)".

E noi dovremmo celebrare la dipartita di una persona del genere?

Giovedì sera sarò in un palapsort per una partita di pallacanestro (quarti di finale, playoff Lega A). Credo che rimarrò seduto, e se mi alzerò in piedi darò le spalle al campo, celebrando il minuto di raccoglimento alla memoria di Agnese Borsellino, non certo a quella di Giulio Andreotti.

Auspico che le tifoserie di tutti gli sport facciano altrettanto, magari con qualche striscione di educato commento.


Ecco il vergognoso comunicato dal sito del CONI:


Lo sport italiano piange la scomparsa del senatore a vita Giulio Andreotti. Il Presidente del CONI, Giovanni Malagò, unitamente al Segretario Generale Roberto Fabbricini, alla Giunta e al Consiglio Nazionale, esprime vivo cordoglio per la scomparsa di un uomo dall'alto profilo culturale, punto di riferimento della vita politica del Paese e appassionato sostenitore del movimento agonistico. Andreotti, in qualità di Presidente del Comitato Organizzatore, contribuì in modo determinante al successo della memorabile edizione dei Giochi Olimpici di Roma 1960, unica edizione estiva disputata in Italia. Strenuo difensore dell'autonomia dello sport, Andreotti è stato tra i principali protagonisti della rifondazione post-bellica del CONI e il suo patrimonio di esperienza, competenza e capacità resta un'eredità da valorizzare a fini della crescita dello sport italiano.

Malagò ha invitato le Federazioni Sportive Nazionali, le Discipline Sportive Associate e gli Enti di Promozione Sportiva a far osservare un minuto di silenzio in occasione di tutte le manifestazioni sportive che si disputeranno in Italia a partire da oggi e per tutta la settimana.
Il Presidente del CONI ha infine ricordato con ammirazione la figura di Andreotti. “E’ stato protagonista di una formidabile carriera politica, a prescindere dalle casacche e dai colori.  Il mondo dello sport deve essergli riconoscente perché ne ha sempre difeso l’autonomia, facendo in modo che la bandiera del Comitato Olimpico Nazionale Italiano venisse sventolata con vanto e orgoglio anche nei momenti più difficili. Dimostrò di essere un precursore, legando l’autonomia finanziaria del CONI ai concorsi a pronostico. Grande tifoso di calcio, appassionato di cavalli e curioso di tante discipline, fu Presidente del Comitato Organizzatore di Roma 1960, seguendo da sottosegretario l’accordo per portare i Giochi nella Capitale. Era doveroso disporre un minuto di silenzio per onorarne la memoria”.

venerdì 3 maggio 2013

Rodotà e la difesa della Costituzione


Un testo interessante, che pecca però di affrontare troppo alla larga le questioni pur importanti qui richiamate. Un richiamo alla coscienza, inutile dato il governo che purtroppo abbiamo, o forse utile a chi, fidandosi ciecamente del proprio leader politico di turno, accetta quanto viene dall'alto in maniera acritica. La preoccupazione per l'autocandidatura di Berlusconi alla Convenzione che vuole smantellare la Costituzione, il richiamo alla pacatezza dei toni... chissà che tutti i fomentatori di odio (che poi scaltramente dicono: "ci dissociamo da quanto successo") non capiscano di moderare certi toni. Chissà se anche la Setta lo capirà.




Assalto alla Costituzione


di Stefano Rodotà su Micromega

Come, e da chi, sarà governato questo paese nella fase che si è appena aperta? La prima risposta è tutta politica e deve partire dalla constatazione che Berlusconi è il vincitore della partita sulle macerie del Pd. E, in quanto tale, non sarà solo il lord protettore di questo governo, ma il depositario di un potere di vita e di morte. La seconda riguarda il modo stesso in cui il governo si è costituito e si è presentato: un governo "per sottrazione", non tanto per l'esclusione di pezzi del vecchio personale politico (in realtà, una vera "rottamazione" riguardante il solo Pd), quanto piuttosto per il silenzio su una serie di questioni evidentemente ritenute "divisive" (l'orrenda parola che connota sinistramente il nuovo lessico politico). La terza risposta è istituzionale ed è affidata all'invenzione di una Convenzione che dovrebbe, nelle parole del presidente del Consiglio, farci uscire dalla Seconda e traghettarci nella Terza Repubblica. La quarta, ma in verità la prima, è quella sociale, che riassume le urgenze dell'economia e il dramma delle persone.

Partiamo, allora, proprio da quest'ultimo tema. Sono stati descritti, in questi anni, alcuni caratteri che veniva assumendo la società italiana, caratterizzata da una serie di fratture profonde, non riferibili soltanto alla sfiducia crescente verso politica e istituzioni, ma soprattutto alla progressiva lacerazione del tessuto sociale. Ma queste rilevazioni oggettive non sono mai state prese seriamente in considerazione. Poiché l'unica bussola è stata quella dell'economia, e il mercato è vissuto come un'invincibile legge naturale, tutto il resto è stato ritenuto "sacrificabile". E infatti la parola "sacrifici" è stata correntemente usata con allarmante leggerezza, senza essere capaci di rendersi conto che così veniva messa a rischio la coesione sociale e s'inoculava il virus della violenza. Quella inammissibile dell'aggressione armata, ma pure quella terribile del "tempo dei suicidi", accompagnate dall'aumento dei reati documentato da commercianti e imprenditori come effetto del disagio che spinge all'illegalità chi vede in ciò una via obbligata per la sopravvivenza. E' giusto, allora, invocare misura nel linguaggio, invito che tuttavia dovrebbe essere rivolto a tutti coloro che nel corso degli anni si sono fatti seminatori di discordia e imprenditori della paura. Ma è doveroso un riconoscimento a chi incanala la protesta sociale nelle forme della legalità. Penso alla Fiom, tante volte aggredita, che ha scelto la via giudiziaria per affermare i diritti dei lavoratori.

Siamo ormai di fronte ai drammi dell'esistenza, e la capacità di governo dei processi sociali si misurerà proprio in questa dimensione, che non può essere dominata dalla prepotenza dell'economia. Se la politica vuole ritrovare il filo costituzionale perduto, deve pur ricordare che la Costituzione parla di "esistenza libera e dignitosa" collegata alla retribuzione, sì che né il lavoro può essere considerato una merce, né l'azione pubblica può essere pensata solo come rimedio per le situazioni di povertà, pur essendo evidente che interventi in quest'ultima direzione siano urgenti. La discussione generale sul reddito di cittadinanza non può essere elusa in una prospettiva che guarda a un nuovo welfare, così come il mondo del lavoro non può essere lasciato privo di una legge sulla rappresentanza sindacale.

Legalità e Costituzione ci portano al non detto del programma di governo, al suo essere prigioniero della logica della sottrazione. Non una parola del presidente del Consiglio sui diritti civili, terreno sul quale in tutto il mondo si discute, si sperimenta, si innova, si legifera. I prossimi anni saranno quelli di un isolamento civile del nostro paese? Eppure, davanti a Governo e Parlamento stanno questioni ineludibili. La legge sulla procreazione assistita, la più ideologica e sgangherata tra i tanti mostri legislativi partoriti dalle maggioranze di destra, è stata fatta a pezzi dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo: coerenza vorrebbe che si abbandoni la logica proibizionista, che ha prodotto un turismo procreativo che discrimina le donne in base alle loro risorse finanziarie, e si approdi ad una legge essenziale, rispettosa del diritto all'autodeterminazione e di quello alla salute, come la Corte costituzionale ha detto chiaramente. Il presidente della Corte ha recentemente ricordato una sentenza della Consulta che ha riconosciuto alle coppie di persone dello stesso sesso il diritto fondamentale a veder riconosciuta la loro situazione, rinviando correttamente al Parlamento la definizione delle modalità del riconoscimento. Può il Parlamento lasciare senza garanzie un diritto fondamentale delle persone? Possono gli eletti del Pd dimenticare che questo era un aspetto assai sbandierato del loro programma e compariva tra gli 8 punti di Bersani? Si potrebbe continuare, ma bastano questi esempi per mostrare che cosa si sacrifichi sull'altare delle larghe intese.

Conosco la vecchia obiezione. I diritti sono un lusso in tempi di crisi, Bertolt Brecht fa dire a Mackie Messer, nell'Opera da tre soldi, "prima la pancia, poi vien la morale". Ma la dignità delle persone, il rispetto dovuto a ciascuno sono ormai un elemento costitutivo delle società democratiche. Possiamo dimenticarlo, sia pure per un momento? Peraltro, la cancellazione della dimensione dei diritti contraddice la dichiarata attenzione per l'Unione europea, dove ormai la Carta dei diritti fondamentali ha lo stesso valore giuridico dei trattati e afferma chiaramente l'indivisibilità dei diritti.

Le convenienze purtroppo spingono in questa direzione, e tuttavia questo erode la legittimità del governo e la credibilità del Pd, cosa che dovrebbe preoccupare assai, e spingere ad azioni concrete, quei parlamentari che hanno manifestato critiche e preoccupazioni. E che dovrebbero essere memori, di nuovo, degli 8 punti di Bersani, dove comparivano la legge sui conflitti d'interesse e sull'incandidabilità, sul falso in bilancio e sulla prescrizione dei reati. Tutti temi che, malinconicamente, sembrano archiviati.

Qui nasce un ulteriore, significativo problema politico. I gruppi di opposizione hanno responsabilmente parlato della loro volontà di valutare nel merito, senza pregiudizi, i singoli provvedimenti del governo. E tuttavia il ruolo dell'opposizione non può ridursi al gioco di rimessa. Utilizzando anche le norme regolamentari che assegnano spazi garantiti per la discussione delle loro proposte, i gruppi d'opposizione presenteranno certamente proposte proprie, tra le quali con ragionevole probabilità compariranno alcune almeno tra quelle ricordate. Saranno valutate dalla maggioranza di governo con lo stesso spirito costruttivo manifestato dalle opposizioni? O questa si trincererà dietro un rifiuto pregiudiziale, vedendo in quelle proposte l'intenzione di mettere in difficoltà il governo?

Ma il punto più inquietante della linea istituzionale enunciata dal presidente del Consiglio risiede nella proposta di istituire una Convenzione per le riforme. Preoccupa il collegamento tra riforma elettorale e modifiche costituzionali, che contraddice la proclamata urgenza del cambiamento della legge elettorale e rischia, in caso di crisi, di farci tornare a votare con il porcellum (legge che contiene un clamoroso vizio d'incostituzionalità). Preoccupa la spensieratezza con la quale si parla di mutamento della forma di governo. Preoccupa lo spostamento in una sede extraparlamentare di un lavoro che - cambiando il titolo V della Costituzione, l'articolo 81, le norme sul processo penale - le Camere hanno dimostrato di poter fare, con il rischio di avviare un improprio processo costituente "suscettibile di travolgere l'insieme della Costituzione" (parole di Valerio Onida nella relazione dei "saggi"). Inquieta la pretesa di Berlusconi di vedersi attribuire la presidenza di questa Convenzione, dopo essere stato l'artefice di una riforma costituzionale clamorosamente bocciata nel 2006 da sedici milioni di cittadini.

Rispetto a questa linea si manifesteranno certamente le opinioni critiche in quel mondo della sinistra che, in questi anni, ha cominciato a ricostruire una vera linea di politica costituzionale, consapevole dei problemi della democrazia rappresentativa, ma convinta che la via d'uscita non sia quella dell'accentramento dei poteri e della cancellazione dei diritti. Molte forze vitali sono già in campo, e non mancheranno di far sentire la loro voce.

Il maresciallo Masi finalmente parla


Articoli come questo mi piacerebbe leggerli un po' dappertutto, ma a parte il sito di AntimafiaDuemila, che si riferisce al Corriere della Sera, al momento non c'è niente. Neanche il Fatto Quotidiano ha ancora scritto niente, saranno troppo presi dai fumi a cinque stelle.



Il maresciallo Masi: “Bloccate le indagini per catturare Provenzano e Messina Denaro”


di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

C'è una parte dello Stato che non vuole, e non ha voluto in passato, arrestare il superlatitante Matteo Messina Denaro così come è accaduto prima ancora con un altro capomafia illustre, il corleonese Bernardo Provenzano. Almeno è questa l'impressione che si ha nell'ascoltare il racconto del maresciallo capo Saverio Masi, tempo fa investigatore a caccia dei latitanti e oggi caposcorta del pm Nino Di Matteo che indaga sulla trattativa Stato-mafia.

Secondo quanto riportato oggi sulle pagine del Corriere della Sera, che ha pubblicato un'indagine condotta dalla squadra di Report in un articolo firmato da Sigfrido Ranucci, Masi ha presentato una denuncia in cui racconta alla procura alcuni passaggi inquietanti relativi alla indagini sui due boss. Una storia che parte nel 2001 quando Masi si presenta al Nucleo provinciale di Palermo chiedendo di potersi occupare della cattura di Provenzano. Nonostante viene inviato a Caltavuturo, sulle Madonie, il maresciallo trova comunque il modo di effettuare alcune indagini. Addirittura riesce a individuare un contatore Enel, all'indomani della cattura del boss Benedetto Spera, che era riferibile a chi gestiva la latitanza del capomafia corleonese e che, probabilmente, avrebbe potuto fornire una pista importante per giungere al suo arresto con cinque anni di anticipo. Ma non si tratta dell'unico episodio. 

Masi parla anche di una telefonata intercettata tra un noto pregiudicato legato a Provenzano e un italoamericano in cui si parla di Silvio Berlusconi che dovrebbe essere invitato alla festa del Columbus Day l'8 ottobre 2011. L'americano dice: “Voglio Berlusconi e ho detto a Nicola come si deve fare. Iddu è pure in buoni rapporti con Bush”, e dall'altra parte della cornetta risponde il siciliano: “Certo, come lo vedo, glielo dico io”. Ma il caposcorta di Di Matteo, nella relazione consegnata nei giorni scorsi alla Procura di Palermo parla anche di un tentativo di piazzare le cimici nel casolare di Provenzano, caduto nel vuoto solo perché il Ros aveva dimenticato gli attrezzi per forzare la serratura. Un fatto che si aggiunge all'ordine, giunto senza spiegazioni, di sospendere il pedinamento di Ficano, cognato di Simone Castello, uno dei postini del boss corleonese. Nel parco di autodemolizioni di cui Ficano era proprietario Masi aveva persino scoperto un casotto con dentro una macchina da scrivere. Immediata è stata l'associazione della stessa come strumento per compilare “pizzini”. Alla richiesta di fare verifiche sulla stessa, di battere un semplice alfabeto su un foglio per poi fare il confronto con quelli scritti e recuperati in precedenti operazioni, il suo capitano, che nel casotto avrebbe deciso anche di non piazzare microspie, non lo permette. Una discussione in cui Masi apprende che anche nelle indagini su Gaetano Lipari, ritenuto come “l'infermiere di Provenzano”, erano stati compiuti dei rallentamenti con il mancato pedinamento dei principali indagati. L'intenzione di non catturare Provenzano, inoltre, sarebbe stata espressa direttamente a Masi da un suo superiore, in un duro rimprovero: “Noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano! - avrebbe detto - Non hai capito niente allora? Lo vuoi capire o no che ti devi fermare? Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella? Te lo diamo in tempi rapidi!”.

Gli stop su Messina Denaro
Oltre agli stop sulle indagini per la cattura di Provenzano il maresciallo Masi si trova a dover fare i conti anche con altri clamorosi sviamenti, sempre gravissimi se si pensa che si sarebbe potuti arrivare alla cattura dell'ultimo superlatitante di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. Masi racconta dell'indagine sul caso delle “Talpe in Procura”. Seguendo Francesco Mesi, uno dei favoreggiatori di Messina Denaro, arriva ad un casolare dove vorrebbe piazzare microspie e telecamere. Per farlo è pronto a rinunciare anche alle ferie ma il suo superiore lo “invita” ad andare comunque in vacanza assicurando che il lavoro sarebbe stato comunque eseguito. Al ritorno però scopre che nulla era stato fatto. Tornato al casolare avvicinandosi nota la presenza di persone e quando una porta si spalanca all'improvviso il maresciallo vede all'interno una persona che molto probabilmente era il boss trapanese Messina Denaro. Tornato in caserma litiga con il capitano e scrive una nuova relazione di servizio, probabilmente caduta nel vuoto. Un nuovo episodio nel marzo 2004. A Bagheria, mentre girava in auto, per un soffio evita un incidente con un'utilitaria che gli taglia la strada. Alla guida di quest'ultima vi era proprio Matteo Messina Denaro. Così lo segue e giunge fino ad una villa dove ad attenderlo c'è una donna. Masi osserva, scrive tutto e chiede di proseguire nelle indagini. E a quel punto una nuova anomalia. Gli viene chiesto di cancellare dalla relazione il nome del proprietario della villa, così come quello della donna. Masi chiede che la relazione venga trasmessa in Procura ma a distanza di anni non è chiaro se ciò è stato fatto. Adesso Masi torna a scavare nei ricordi e nella nuova relazione consegnata alla Procura di Palermo ha scritto tutto.

Il racconto di questi fatti anima ulteriormente l'ambiente attorno ai due processi che si stanno celebrando a Palermo, entrambi condotti dal pm Antonino Di Matteo, già surriscaldato dalle minacce ricevute dal giudice in cui un anonimo avverte: “Amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità. Cosa Nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d'accordo”. Il primo è il processo Mori, che è in fase di requisitoria e che si avrà luogo il prossimo10 maggio. Il secondo è quello sulla trattativa Stato-mafia che prenderà il via il prossimo 27 maggio e che vedrà alla sbarra, tutti insieme, capimafia, politici e rappresentanti delle istituzioni. A quanto pare ci sono uomini potenti dello Stato che non vogliono catturare Matteo Messina Denaro, e per scongiurarne l'arresto condizionano le istituzioni e si avvalgono dei servizi deviati. Il boss trapanese sta per battere la superlatitanza di Totò Riina (durata ventiquattro anni). In Sicilia ci sono diecimila unità tra poliziotti, carabinieri, guardia di finanza e corpi speciali. Nonostante ciò solo una piccolissima parte delle forze dell'ordine, guidata da bravissimi cacciatori di latitanti come l'ex capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares (oggi dirigente della divisione anticrimine della Questura di Trapani ndr) e altri servitori dello Stato, viene impiegata con scarsi mezzi a disposizione nella ricerca del latitante. E ancora oggi, in un'area ridotta come quella della provincia di Trapani, Messina Denaro continua ad essere imprendibile. C'è dunque da sospettare che con lui si stia proseguendo nella famosa trattativa Stato-mafia? Quali garanzie, quali patti e ricatti sta portando avanti Matteo Messina Denaro? A cosa è utile il boss allo Stato? Su queste domande pretendiamo una risposta.