venerdì 30 novembre 2012

Libertà di Stampa: per l'ONU Monti è proprio come Berlusconi


E meno male che Monti doveva essere quello che avrebbe dovuti farci fare bella figura all'estero! Gli unici che si complimentano con lui sono le organizzazioni politiche legate al sistema bancario e basta. E' sempre meglio di Berlusconi, sia chiaro. Ma il giudizio che un relatore dell'ONU ha espresso su di lui relativamente alla Libertà di Stampa è agghiacciante. "Buona" lettura.



Libertà di stampa, relatore Onu ignorato dal governo: “Monti? Come B.”

 

Frank La Rue, uno dei responsabili per la protezione della libertà d'espressione per le Nazioni Unite, sorpreso: "Con il Cavaliere potevo capirlo. Ma l’atteggiamento del nuovo governo, tecnico e con incarico temporaneo, è inspiegabile"

 
di Beatrice Borromeo

"Che Berlusconi fosse contro la libertà di stampa era pleonastico, ma che il governo Monti facesse ostruzionismo francamente non me l’aspettavo”. Frank La Rue, il relatore speciale dell’Onu per la protezione della libertà d’espressione e di stampa, è uno che viene “di solito accolto bene in giro per il mondo: tranne che nel mio Paese, il Guatemala”.

La Rue, in Italia non sono proprio impazienti di riceverla.Durante il governo Berlusconi ho provato molte volte a farmi invitare ufficialmente per investigare sullo stato di salute della stampa italiana: è andata malissimo.

In che senso?Ricordo quando Berlusconi chiese al Parlamento di vietare la pubblicazione di leak e di foto. Io fui critico e l’allora ministro degli Esteri si infuriò.

Franco Frattini? Cosa le disse?Qualcosa tipo: che ne sa questo povero rapporteur guatemalteco della nostra libertà di stampa?

Le capitano spesso reazioni scomposte?No. A memoria una volta sola. Con Hugo Chávez in Venezuela.

Invitarla sarebbe stato un gesto quantomeno autolesionista.Infatti, era chiarissimo che a Berlusconi non conveniva un’ispezione. Ma l’atteggiamento del nuovo governo – tecnico e con incarico temporaneo – è inspiegabile.

Cos’ha chiesto a Monti?
Solamente di poter assistere alla nomina dei membri Agcom, la scorsa primavera. Il Garante per le comunicazioni ha un ruolo chiave, eppure la nomina prescinde da qualunque consultazione della società civile e i membri stanno in carica un tempo spropositato: 7 anni.

Cos’hanno risposto?No.

Con che giustificazione?
A essere precisi non hanno rifiutato: non mi hanno proprio risposto. Il problema è che questo governo non ha fatto dei diritti umani una priorità. Libertà di espressione e di stampa, parità tra uomini e donne – di ruolo e di salario – non sono certo in cima alla lista. Solo la crisi economica lo è. Capisco che sia la preoccupazione più immediata, ma non può essere l’unica. Per affrontare la recessione serve rafforzare la democrazia: se negli Usa i giornalisti non fossero stati terrorizzati dall’idea di toccare Wall Street, la crisi non sarebbe arrivata così in profondità prima di esplodere.

Dunque si arrende?Affatto. Anzi, è arrivato il momento di fare un’ispezione completa: chiedo ufficialmente che mi invitino per una missione.

Qual è secondo lei il problema numero uno da affrontare?Direi la questione dell’accesso all’informazione vera. Io credo profondamente nel servizio pubblico, ma solo se è indipendente.

E la nostra tv di Stato è lottizzata.La Rai non può essere controllata dai politici. La Bbc per esempio è davvero indipendente dal governo: ci dovete arrivare anche voi. Invece in Italia c’è una concentrazione di gruppi di potere che manipolano l’opinione pubblica. E questa è una violazione dei diritti umani.

Li vede mai i nostri tg? Spesso ci sono sfilate di politici che fanno dichiarazioni a loro piacere, senza un giornalista che faccia le domande.
Tutti i media devono fare giornalismo investigativo. Altrimenti non hanno alcuna funzione per il pubblico.

Si dà sempre la colpa alla casta, agli editori che proteggono i loro interessi, a Berlusconi. Ma non pensa che anche i giornalisti stessi abbiano le loro responsabilità?
L’Italia ha bisogno di nuovi standard etici. I giornalisti sono in grado di aiutare la lotta alla mafia, alla corruzione, al malcostume. Sta a loro rispettare la deontologia, ma spesso le tentazioni sono forti: c’è chi pensa prima al profitto economico che alla professione. L’etica però non si può imporre. Ma in certi casi si deve pretendere.

Per esempio?
I giornalisti del servizio pubblico non hanno scuse, non esiste che accettino regali, passaggi in aereo o favori. É inconcepibile. Li pagano i cittadini e devono rispondere solo ai cittadini.

La Gabanelli che non sa scusarsi per la Giannini, e la precisazione di Travaglio


Umiltà: quello che è mancato a Milena Gabanelli nella gestione della patata bollente Giannini/Di Pietro. Sarebbe bastata quella per chiedere scusa subito. Chiedere scusa per non aver controllato l'attendibilità delle fonti cui la Giannini ha messo il microfono davanti (ma davvero non l'ha fatto? perché se l'ha fatto, allora è stata una perfetta "marchetta" in stile RAI/Partiti, quelli che cercano di distruggere l'IDV che non ha mai partecipato alla lottizzazione della RAI stessa); chiedere scusa perché la Giannini, che ha intervistato Di Pietro, di quell'ora e mezzo ha mandato in onda solo una quindicina di secondi, quelli comodi alla premeditata distruzione del politico Di Pietro e della persona Di Pietro; chiedere scusa perché a posteriori, visti i documenti pubblicati online da Di Pietro (dalle sentenze passate in giudicato, alle visure immobiliari, agli atti notarili, e anche le movimentazioni bancarie), cosa non fatta né dalla Giannini né dalla Gabanelli, poteva fare qualche verifica. Invece no: a testa bassa e senza umiltà non rettifica, e presta il fianco a ogni tipo di ciritica. Quel genere di "giornalismo" è sempre stato tipico di Libero, Il Foglio o Il Giornale, o per non andare tanto lontani in TV: lo stesso TG4, Studio Aperto o - in verità di meno - il TG5. 

Resto in attesa di vedere se la Gabanelli ha le palle per ammettere di aver sbagliato, o le ha per pubblicare delle fonti attendibili (documenti: carta canta; o periti non di parte), perché stanti così le cose lei sta facendo una figuraccia patetica. Staremo a vedere. Nessuno è perfetto.



CARA GABANELLI, CAPITA A TUTTI DI SBAGLIARE 

(Marco Travaglio 20.11.2012)


Salgo sul taxi e il tassinaro, romano de Roma mi domanda: A dottò ma è 'a Gabbanelli che è na bugiarda o è Di Pietro che è 'n ladro? Perfetta sintesi che attanaglia il dilemma o almeno incuriosisce milioni di persone dopo la puntata di "Report" dedicata a Di Pietro. Tutti conosciamo la stima, più o meno unanime, che Milena Gabanelli e la sua squadra si sono conquistate in tanti anni di impeccabile lavoro. E tutti sappiamo con quanta tenacia e fatica Di Pietro sia riuscito a "portare a casa l'onore" dopo le montagne di inchieste, processi, accuse, sospetti che gli hanno rovesciato addosso. 
Stavolta pare proprio che si debba scegliere o la Gabanelli o Di Pietro. A costo di passare da veltroniano (ma anche) fuori tempo massimo o come si dice a Roma "da paraculo" scelgo tutti e due so bene - soprattutto da quando sono vice direttore de Il fatto- quanto sia difficile controllare la veridicità, l'accuratezza e la precisione di un'inchiesta condotta da un collaboratore, può capitare a tutti di sbagliare, e quando accade, non resta che precisare, rettificare e scusarsi. E' il caso del servizio di Report, tendenzioso e poco preciso su Di Pietro. E' stata data la voce ad alcuni ex dell'IDV col dente avvelenato e fin qui, nulla di male: ciò che conta è se hanno detto la verità o no. 
E bene hanno ripetuto accuse gravissime a Di Pietro per il presunto uso privato di finanziamenti pubblici, già smentite da diverse sentenze, in cui sono stati condannati a risarcirgli i danni. Ma questo nel servizio non è stato detto. Si è dato spazio ad un presunto perito a proposito di ben 56 proprietà immobiliari della famiglia Di Pietro, mentre basta una visura catastale per scoprire che la cifra di 56 corrisponde alle unità immobiliari della masseria di Montenero di Bisaccia con i terreni annessi, che Di Pietro ha in gran parte ereditato dal padre. Dunque ciò che hanno scritto molti giornali, scambiando addirittura le proprietà in "case" è falso. Di Pietro possiede una casa a Curno nel Bergamasco, un'alloggio a Roma e la masseria di Montenero. Poi c'è la casa di Cristiano, figlio di primo letto, poliziotto e consigliere regionale in Molise: un alloggio diviso in due da una parete in cartongesso intestato ai figli di secondo letto Toto e Anna; uno intestato alla società immobiliare di tutta la famiglia; e i 4 della moglie Susanna Mazzoleni, avvocatessa e figlia di uno dei più noti notabili di Bergamo. Totale: 11, di cui 5 ereditati dalle rispettive famiglie e 6 acquistati con proventi di redditi e risarcimenti ottenuti dall'ex pm nelle tante cause per diffamazione. In più c'è il lascito della contessa Borletti, che nel 1995 gli donò 900 e rotti milioni di lire per sostenerlo nella sua battaglia quando era ancora un magistrato: non un finanziamento elettorale, ma una donazione personale, visto che all'epoca Di Pietro non aveva un partito ne pensava di fondarlo (l'avrebbe fatto solo 3 anni dopo). 
Resta da capire perchè l'infelice servizio su Di Pietro sia stato rilanciato, amplificato e manipolato da molti giornali e tv fino a mettere in crisi l'IDV. Di Pietro ha molte colpe, a cominciare dalla scelta di alcuni candidati rivelatisi dei poco di buono o dei venduti. Ma questa forsennata campagna vuole fargli pagare non le sue colpe ma i suoi meriti: Mani pulite, l'opposizione al berlusconismo, il referendum su nucleare, acqua e legittimo impedimento, le critiche a Napolitano, i NO al governo Monti e l'ostilità all'ipotesi di un Monti bis. Insomma, il suo essere un eterno non allineato.

giovedì 29 novembre 2012

La richiesta di rinvio a giudizio per i 18 consiglieri in Sardegna: "E' peculato"


Due brevi articoli. La cosa va avanti e la Magistratura deve scavare a fondo, anche in questa legislatura.

Processo per i 18 consiglieri: la difesa "è un massacro"
L'Unione Sarda / M. Francesca Chiappe
Il pm non fa sconti a nessuno: «Processo per i 18 consiglieri»

Sono tutti accusati di peculato. Il 5 dicembre parola alla difesa

No. Non lo hanno proprio convinto. Né con le parole né con gli scontrini, le ricevute, le fatture, le pezze giustificative. Anzi. Le dichiarazioni rese da qualcuno, più di uno, durante l'istruttoria e l'udienza preliminare, lo hanno persuaso ancor più della necessità di verificare in Tribunale l'intera vicenda dei fondi destinati ai gruppi consiliari. In un'ora e 40 minuti il pubblico ministero Marco Cocco tira le somme di un'inchiesta lunga tre anni e non fa sconti a nessuno: «I 18 indagati, consiglieri regionali della passata legislatura, devono essere tutti rinviati a giudizio per peculato». Questo vuol dire che nessuno ha fin qui dimostrato che i 2.500 euro destinati dall'Assemblea di via Roma a ogni componente del gruppi Misto e Sardegna Insieme siano stati effettivamente utilizzati per l'attività politico-istituzionale. Dunque: chi ha scelto la linea del silenzio dovrà per forza provare la liceità delle spese in un processo pubblico. Gli altri, quelli che invece si sono difesi a colpi di scontrini e ricevute, dovranno comunque ribadire le loro ragioni davanti al Tribunale: secondo il pm l'udienza preliminare non è la sede giusta per valutare se le pezze giustificative di un pranzo o di un viaggio siano legate all'attività politico-istituzionale del gruppo. Detto questo l'idea del pm è chiarissima: l'ironia sottile che ha accompagnato la ricostruzione delle giustificazioni di alcuni consiglieri regionali lascia poco spazio al dubbio.
LE ACCUSE L'europarlamentare Giommaria Uggias, per esempio: «Si è lamentato di essere sotto i riflettori della stampa da tre anni. Eppure, quando si è fatto interrogare, nel giugno 2010, aveva assicurato che avrebbe portato documenti per provare la sua correttezza in fatto di spese e soldi pubblici. Ma quelle carte le abbiamo viste solo due giorni fa, due anni e mezzo dopo. E ancora bisogna capire bene quel viaggio a Paestum durante il ponte dell'Immacolata: ragioni politico-istituzionali, ha detto. Ma non ho capito quali siano. E poi, le fatture intestate al suo studio di avvocato: vorrei vedere la dichiarazione dei redditi per capire se per caso siano state portate in detrazione».
Come dire: soldi pubblici per pagare meno tasse. Quanto a Sergio Marracini, ha portato la ricevuta di un hotel a Milano per Capodanno. «Quali le ragioni politiche? Ha incontrato gruppi di sardi? Abbiamo controllato», è l'affondo del pm, «ed era in camera con una signora. Allora è tornato per dire che c'era un errore sulle date, e il riferimento vero era a un viaggio di lavoro con un suo compagno di partito. E l'acquisto di due telecamere? Come si giustifica? Forse voleva allenarsi prima dei dibattiti in tv, una fissa su di sé, l'altra sul pubblico per percepirne le onde emotive»?
IL COLLABORATORE Il pm Cocco dimostra di non credere neanche a Maria Grazia Caligaris: «Ha risposto a tutte le domande con tono fermo e deciso. Ma ha pure detto che parte di quei soldi sono stati destinati al coordinatore della sua segreteria politica. Una giustificazione che a prima vista non sembra plaubisile». Pierangelo Masia, invece, ha usato i soldi del gruppo per pagare l'affitto di una appartamento per la sua segreteria politica: «Quell'immobille risulta di sua proprietà». Pure Peppino Balia ha giustificato le sue spese, «però ha detto di aver cambiato linea nella legislatura successiva, quando ha rendicontato tutto: come mai non lo ha fatto prima»? 
L'AUTOMOBILE L'ironia più pungente il pm la riserva per Beniamino Scarpa: «Apprezzo che con quei soldi abbia acquistato una Audi A3 per i suoi collaboratori, lo apprezzo perché, essendo uguale alla sua, ha dimostrato di tenere a loro come a se stesso. Il problema è: quell'auto, dai costi elevati, serviva per l'attività politico-istituzionale del gruppo»?
IL MASSACRO Alla fine dell'udienza, alle 14 in punto, avvocati e indagati lasciano l'aula frastornati. Qualcuno, sottovoce, si lascia sfuggire un commento: «È un massacro». Il 5 dicembre il gup Cristina Ornano darà la parola all'avvocato Andrea Pogliani, parte civile per la funzionaria che, con la sua denuncia per mobbing, ha dato il via all'inchiesta. Subito dopo cominceranno le arringhe dei difensori dei diciotto indagati. Difficilmente in quella data ci sarà anche la decisione sul rinvio a giudizio, dal momento che alcuni difensori hanno già annunciato un impedimento. Si vedrà.
L'unica certezza è che tutti respingono al mittente le accuse: l'eurodeputato Giommaria Uggias, gli assessori regionali Oscar Cherchi e Mario Floris, Carmelo Cachia, Giuseppe Giorico, Sergio Marracini, Salvatore Serra, Tore Amadu, Renato Lai, Alberto Randazzo, Giuseppe Atzeri, Beniamino Scarpa, Maria Grazia Caligaris, Raimondo Ibba, Pierangelo Masia, Raffaele Farigu, Peppino Balia e Vittorio Randazzo. Gli ultimi due devono provare la legittimità di una spesa di poco superiore ai 30.000 euro, Atzeri 135.616, la Caligaris 136.661, Ibba 135.185 , Floris 129.511, Scarpa 117.528, Cherchi 81.920, Masia 78.922, Farigu 74.366, Uggias 32.500, Randazzo 30.350, Lai 24.200, Amadu 18.500, Giorico 235.693, Marracini 195.996, Cachia 52.724, Serra 44.787.
Per altri due indagati si procederà separatamente: Silvestro Ladu (al quale è contestata la spesa di oltre 250.000 euro) comparirà davanti al Tribunale l'11 gennaio, a meno che i giudici non decidano di riunificare questo troncone al principale, così come ha chiesto la difesa, mentre Adriano Salis ha scelto l'abbreviato e sarà processato il 6 febbraio.
IL MOBBING L'inchiesta che tiene col fiato sospeso l'intera politica regionale è cominciata con la denuncia per mobbing di Ornella Piredda: per dieci anni, fino al 2005, la funzionaria ha lavorato per diversi gruppi consiliari. Nel periodo in cui è stata alle dipendenze di Rifondazione comunista si era rivolta alla Commissione provinciale del lavoro che le aveva riconosciuto 60.000 euro e uno scatto in busta-paga legato all'attribuzione di una qualifica superiore. Con quei soldi aveva comprato un appartamento. Trasferita al Gruppo Misto, non aveva ottenuto il precedente trattamento retributivo e, non potendo più pagare il mutuo, aveva dovuto vendere la casa. Allora aveva posto al presidente del gruppo il problema della rendicontazione dei fondi erogati dal Consiglio regionale: 2.500 euro per ogni iscritto. In quel momento sarebbe cominciato il mobbing fatale.
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Il Consiglio regionale consegna le carte alla Procura della Repubblica

La nuova indagine sulla legislatura in corso

Quando si dice il caso: nel giorno in cui il pubblico ministero ribadisce la richiesta di rinvio a giudizio per i 18 consiglieri reg
ionali della passata legislatura iscritti ai gruppi Misto e Sardegna Insieme (sotto inchiesta per peculato), arrivano sulla sua scrivania le carte chieste poche settimane fa. Si tratta dei documenti sulle spese dei consiglieri di tutti i gruppi delle ultime due legislature, inclusa quella attuale.
Con piena collaborazione, il Consiglio regionale ha inviato, nei tempi indicati dalla Procura di Cagliari, le carte più facilmente reperibili. Per il resto ci vorrà un po' più di tempo.
Essendo impegnato in udienza fino alle due del pomeriggio, il pm Marco Cocco non ha avuto ancora il tempo di vedere quei faldoni. Si tratta della rendicontazione al centro della seconda inchiesta avviata dopo l'audizione davanti al gup Cristina Ornano dell'unico indagato, Adriano Salis, dell'Italia dei valori, che ha chiesto il rito abbreviato. Facendosi portavoce di un'istanza diffusa, ha sostanzialmente invitato la magistratura ad andare a guardare anche in casa degli altri gruppi. Ritenendo che quelle dichiarazioni contenessero una notizia di reato, il pm ha aperto un nuovo fascicolo, ipotizzando la stessa accusa: peculato. Il primo atto della nuova indagine, che per il momento procede contro ignoti, è stato l'acquisizione dei documenti. Soltanto attraverso le carte si potrà capire come i gruppi consiliari abbiano speso le somme destinate all'attività politico-istituzionale.
 

mercoledì 28 novembre 2012

Caos Ilva, gli scheletri nell'armadio di un silente Bersani


A Taranto sta succedendo di tutto, come vediamo alla televisione e leggiamo sui giornali, ma forse oggi la cosa più grave è che il Governo sta studiando un intervento con Decreti per sovvertire la decisioni secondo diritto della Magistratura. Sarebbe un colpo di Stato: un potere dello Stato non può cancellare uno degli altri. Eppure questo governo lo sta per fare... il perché è in queste poche righe di Marco Travaglio: due ministri  (Corrado Clini e Corrado Passera) sono legati a filo doppio coi dirigenti dell'Ilva. La cosa puzza tantissimo. E poi c'è il silente Bersani, che si guarda bene dal parlare e prendere posizione sulla cosa. Solo esercizi linguistici e frasi di stile, niente di concreto. Ecco perché.

BERSANI, CI DICA!

di Marco Travaglio - Il F.Q. 28/11/2012



Due settimane fa il Fatto ha organizzato cinque forum con i candidati alle primarie del centrosinistra. Renzi, Vendola,
Puppato e Tabacci sono venuti e hanno risposto alle nostre domande. Bersani invece si è dato, preferendo i soliti, comodi salotti tv.
Nemmeno un sms per spiegarsi e scusarsi (non con noi: con i lettori). Peccato, perché di cose da chiedergli ne avevamo tante, e ora qualcuna in più. Ieri la nostra Paola Zanca ha avvicinato lui e il suo portavoce per avere una risposta a una domanda semplice semplice: intende restituire il finanziamento elettorale che Emilio Riva, padrone dell’Ilva, gli versò sei anni fa? La risposta la trovate a pag. 4, ma in sintesi è questa: no. Forse il segretario del Pd non ha ben colto l’importanza della questione: gliela riassumiamo nella forma delle cinque domande che gli avremmo posto se avesse accettato il confronto con noi. Convinti come siamo che chi si candida a governare l’Italia abbia il dovere di rispondere. 




1. Nel 2006-2007 Emilio Riva, recentemente arrestato per omicidio colposo plurimo e disastro colposo, inquisito anche per una mega-evasione fiscale di 52 milioni, finanziò la sua campagna elettorale con un assegno di 98 mila euro. Lei, on. Bersani, lo registrò nell’apposita dichiarazione alla Camera: ci mancherebbe. Ma Riva non è un sostenitore della sinistra, anzi è noto per simpatie di destra (contemporaneamente staccò un assegno di 245 mila euro a Berlusconi). Si è mai domandato perché finanziò non gli allora Ds, ma personalmente lei, all’epoca ministro in pectore dello Sviluppo economico del governo Prodi-2, preposto alla vigilanza sull’Ilva? Non sarebbe stato opportuno rifiutare quei soldi, per evitare imbarazzi verso un’azienda già allora nel mirino di pm e ambientalisti?



2. La classe politica, locale e nazionale, di destra e di sinistra, ha sempre consentito all’Ilva (pubblica e poi privata) di fare i comodi suoi, intascando utili miliardari e guardandosi bene dal bonificare gli impianti, tant’è che per fermare la strage c’è voluta la magistratura. Cosa deve pensare un elettore, alla notizia che i vertici dei maggiori partiti di destra e di sinistra erano finanziati dai Riva? Quel che ne pensava Riva l’abbiamo appreso dalla mail che le inviò nel 2010 il vertice Ilva per invitarla a “non fare il coglione” e a bloccare la solitaria battaglia ambientalista del senatore Della Seta. Questi garantisce che lei non intervenne: ci mancherebbe. Ma non crede che l’aver accettato quel contributo abbia messo strane idee in testa ai Riva?



3. I ministri dell’Ambiente cambiano, ma i dirigenti restano. Uno dei più longevi è Corrado Clini, oggi inopinatamente ministro,ovviamente sdraiato sulle posizioni dell’Ilva, come pure il suo collega dello Sviluppo economico, Corrado Passera. I due seguitano ad attaccare i giudici, come se i disastri dell’Ilva fossero colpa loro. Non è il caso che il Pd chieda le immediate dimissioni di questi due signori?



4. A Che tempo che fa lei ha biascicato frasi di circostanza sulla chiusura dell’Ilva, frutto di una guerra fra “due poteri dello Stato”, e ha invocato “interventi normativi del governo”.
A parte il fatto che, in uno Stato di diritto, nessun governo può cambiare le sentenze e le ordinanze giudiziarie per decreto, non crede di dover dire qualcosa sullo spaventoso  verminaio di corruzioni e complicità istituzionali emerso dalle indagini? E sulla condotta del suo alleato Vendola, governatore e dunque responsabile della sanità pugliese, indicato dal Gip come “regista” della guerra al direttore dell’Arpa, reo di tutelare la salute dei cittadini contro i disegni dei Riva?



5. Che aspetta a restituire quei 98 mila euro a Emilio Riva?


venerdì 23 novembre 2012

Rutelli e i soldoni da Lusi




Margherita, tutti i bonifici di Lusi: oltre un milione alla fondazione di Rutelli

 

La lista delle spese folli dell'ex tesoriere nelle carte della Procura di Roma. Tra queste anche 825 mila euro al Partito democratico, 94 mila per il rimborso spese del Comitato Enrico Letta 2007, 30 mila in assegno a Willer Bordon e 18 mila a Franco Marini

 

Un milione e 126 mila euro al Centro Futuro Sostenibile di Francesco Rutelli (330 mila euro in più di quanto si sapeva finora), 333 mila euro alla M&s congressi di Catania, più del doppio di quanto finora era stato attribuito dalla stampa alla società catanese vicina ad Enzo Bianco. Poi ancora 2 milioni e 200 mila euro per l’affitto della sede di via del Nazareno dalla Milano 90 degli Scarpellini, 923 mila euro alla “piccola società cooperativa di autonoleggio Scs”. E poi in ordine sparso: 825 mila euro al Partito democratico, 670 mila euro per i sondaggi Ipsos, 540 mila euro a Cinecittà Studios Spa, 500 mila euro alla Clear Channel Outdoor, che si occupa di cartellonistica, 330 mila euro alla Promark di Scandicci. Spese inerenti all’attività politica come i 309 mila euro al portavoce di Rutelli, Michele Anzaldi, 100 mila euro al portavoce di Arturo Parisi, Andrea Armaro, 94 mila euro per il rimborso spese del Comitato Enrico Letta 2007, 30 mila euro in assegno a Willer Bordon, 18 mila euro a Franco Marini e 225 mila euro all’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, già presieduto da Oscar Luigi Scalfaro e ora dal presidente emerito della Consulta Valerio Onida.

Eccoli tutti i soldi della Margherita. Bonifico per bonifico assegno per assegno. Finalmente gli atti dell’inchiesta sul senatore Luigi Lusi sono stati resi pubblici. Decine di verbali di testimonianza, migliaia di assegni e contabilità bancarie, e trascrizioni di intercettazioni telefoniche fanno luce sulla gestione di centinaia di milioni di euro elargiti sotto forma di finanziamento pubblico a un partito ormai scomparso. Una gestione che, a parte i 23 milioni di euro contestati come appropriazione indebita al tesoriere finito agli arresti e tuttora ai domiciliari, non ha rivelato alcuna responsabilità penale. Eppure la lettura di quelle carte è interessante dal punto di vista della responsabilità politiche. A partire da quelle di Francesco Rutelli. La Fondazione Centro per un futuro sostenibile presieduta dal leader dell’Api, che ha lasciato il Pd fondando la nuova formazione nel 2007, inizia a incassare dalla Margherita a novembre del 2009 e finisce a luglio del 2011. L’elenco dei bonifici è costante: 48 mila euro a novembre 2009; altri 48 mila a gennaio 2010; 140 mila euro a ottobre 2010; 145 mila euro a novembre 2010; 145 mila a gennaio del 2011, altri 140 mila ad aprile 2011. E a luglio del 2011 c’è un’impennata: 320 mila euro suddivisi in tre bonifici.

A gennaio del 2012 scoppia lo scandalo Lusi ma ancora oggi non è chiaro il destino di quei soldi provenienti dal rimborso elettorale per un partito che ha smesso di esistere e che non è legato formalmente al Centro futuro sostenibile. Anche la società M&s congressi di Catania, vicina ad Enzo Bianco, riceve più di quanto finora si sapeva: 333 mila euro. Quando il presidente della Margherita è stato sentito a sommarie informazioni dai pm romani Alberto Caperna, poi scomparso, e Stefano Pesci, che prosegue l’indagine e che presto formalizzerà l’accusa con la richiesta di rinvio a giudizio contro Lusi, non gli sono state poste domande sulla M&s né sui soldi ricevuti. Bianco però ha raccontato ai magistrati la sua versione. Secondo il senatore catanese, Lusi era “rigorosissimo”, un tesoriere inflessibile. “della gestione economica si occupava esclusivamente il Tesoriere… per qualsiasi spesa inerente … come per esempio organizzare un convegno, stampare opuscoli o manifesti per la campagna elettorale, ci si rivolgeva a lui… Il Lusi era rigoroso, almeno apparentemente, e cercava sempre di limitare le spese da sostenere… per parte mia era una continua discussione per il pagamento dei miei collaboratori”.

Alla fine però Bianco qualcosa riusciva a scucire. Ma non per sé. “Per evitare di assumere oneri come Margherita mi ‘costrinse’ ad assicurarmi”, prosegue il suo racconto ai pm romani, “la loro collaborazione con contratti cococo sempre a carico del partito, ma meno onerosi e senza che la Margherita potesse trovarsi in difficoltà con riferimento a future richieste di assunzione. Preciso, in proposito, che mi pare veramente fantasiosa la questione, di cui ho letto sui giornali, di una suddivisione 60/40 tra ex popolari e rutelliani”. Poi Bianco tiene a precisare: “Tutti noi abbiamo sempre ritenuto legittimi i finanziamenti a fondazioni ed enti che operavano nel sociale o che facevano cultura politica”.

di Marco Lillo e Valeria Pacelli

Marco Travaglio su Elsa Fornero (video)


L'avevo perso, e me ne dolgo. Questa donna è agghiacciante. "Buona" visione:



martedì 20 novembre 2012

Repubblica e il medioevo dell'informazione


Come il Min.Cul.Pop? Ma che fine ha fatto il quotidiano Repubblica? Lecchinaggi a raffica al governo Monti, prese di posizione discutibili su questioni fondamentali, come il genocidio di Israele sulla Palestina. Agghiacciante... Ma chi legge ancora Repubblica? Che disgusto...

Repubblica cancella il post di Odifreddi su Israele. Lui lascia: “Meglio fermarsi”


Il matematico aveva scritto parole dure sul conflitto in Medio Oriente accusando lo Stato ebraico di "logica nazista", ma il suo intervento è scomparso dopo 24 ore. Oggi il saluto ai lettori: "Continuare sarebbe un problema. D’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono"





Un post pubblicato domenica. Tema: il conflitto israelo-palestinese che in questi giorni sta vivendo un’altra pagina dai toni drammatici. Una presa di posizione molto dura nei confronti dello Stato ebraico, accusato di “logica nazista” nei confronti dei palestinesi. Ma la rimozione del suo intervento dal sito di Repubblica.it ha colto di sorpresa Piergiorgio Odifreddi (matematico, divulgatore scientifico, diventato noto anche per le sue posizioni critiche alla Chiesa cattolica). Ieri sera, infatti, il suo post nel blog “Il non senso della vita” non c’era più. Tanto è bastato, comunque, perché Odifreddi decidesse di scrivere un ultimo intervento, di commiato, per salutare i numerosi lettori che lo hanno seguito fin qui. D’altronde l’intervento in un blog non riflette la linea editoriale del giornale, che del resto nei casi più controversi – come potrebbe essere questo – può scegliere di pubblicare due interventi in antitesi (l’uno che intende confutare l’altro), davanti ai quali i lettori possono confrontarsi.
“Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni – scrive Odifreddi nel suo saluto – che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica. Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà. Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.itpoteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato”.
“Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino – ammette – Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: ‘Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo’. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico”. Ma poi, ieri, ecco la cancellazione del post che “non è, di per sé, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago eNoam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà”. 
“Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare – Dovrei, cioè, diventare ‘passivamente responsabile’, per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento ‘attivamente irresponsabile’, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui”. “Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato – conclude Odifreddi – La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino”.
Ma la scomparsa improvvisa del post aveva scatenato proprio i frequentatori più assidui del blog di Odifreddi che, utilizzando lo spazio del suo articolo precedente, non solo hanno chiesto insistentemente al matematico come mai quel testo fosse stato rimosso, ma lo hanno copiato e incollato a beneficio di chi non l’avesse letto. A quel punto, certo, si è sviluppato il dibattito tra chi è d’accordo con la tesi di Odifreddi e chi non lo è. ”Non c’era nessun delirio antisemita, filoislamico, comunista. Solo una condanna alla violenza” scriveva B.dg. ”Il post – secondo Giulioru – è un minkiata se l’ha o gliel’hanno tolto hanno fatto bene, non per i contenuti che sono aleatori come tutte le informazioni che ci imboccano, ma per l’uso di paragoni matematici che sono infantili e inopportuni. Uno, 10, 100 non è questione di moltipliche ma di follia umana che non ha formule né tempo né luoghi”.
I lettori del blog ora commentano invece l’addio del matematico al blog: “Con l’ultimo thread non ero d’accordo, come ho scritto – interviene Nivadi – Ciò non toglie che desidero continuare a leggere osservazioni non convenzionali e stimolanti facci sapere dove potremo leggerti. Smetterò di leggere il sito di Repubblica”. “Che gran peccato, il suo blog mi ha sempre offerto dei grossi spunti di riflessione – dice lucajeck_01 - A volte mi sono trovato in disaccordo con le sue vedute, ma è stato un piacere anche quello, poter testare il mio senso critico su argomenti complessi o comunque su punti di vista particolari è stato stimolante”.
Di seguito il post di Odifreddi cancellato dal blog
Dieci volte peggio dei nazisti (18)
Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.
Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.
In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi diHamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.
Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?
Piergiorgio Odifreddi


lunedì 12 novembre 2012

Il governo clericale e ciellino e la farsa IMU pro Chiesa


Una palese violazione dell'art. 3 della Costituzione, quindi del Principio di Uguaglianza di tutti davanti alla Legge. Una normativa anticostituzionale a tutto vantaggio della Multinazionale più longeva nella storia dell'umanità, e fra l'altro contro il parere del Consiglio di Stato. Peggio della casta politica, maggiori privilegi. Lo staterello di pochi km quadrati continua a tenere in ostaggio una nazione intera. Dato che questa confessione religiosa (ma non è religione, bensì: superstizione) continua a farsi gli affari nostri, dicendoci come ci dobbiamo comportare, e continua a influire pesantemente sulle scelte del nostro Legislatore, sarebbe il caso che pagasse anch'essa le tasse. Invece siamo di fronte all'ennesima burletta. Il governo massone, clericale e ciellino fa un blitz in Parlamento e forza ancora la mano per garantire introiti detassati alla chiesa cattolica. La banca del Vaticano ringrazia, potrà continuare a investire questo denaro sporco riciclandolo nelle multinazionali che producono armi (come fa da decenni) e potrà mettere da parte un tesoro pari a varie manovre finanziarie. Ecco il "grazie" di Mario Monti e il suo governo clericale, massone e ciellino a chi aveva lavorato nell'ombra con Napolitano per la sua nomina (effettuata anch'essa in violazione delle consuetudini e norme costituzionali). Questo governo delinquenziale che arricchisce banche e chiesa succhierà ancora di più risorse alla gente comune, tutta al gancio davanti a mamma TV, tutta in piazza per i flash-mob (apparire è meglio che combattere), tutta in fila per i Galaxy S3 o gli I-Phone 5, tutta poi a piangere perché soldi non ce n'è. Siamo in mano a delinquenti!



Imu, blitz del governo alla Camera. Imposta più leggera per la Chiesa

 

Palazzo Chigi dribbla le obiezioni del Consiglio di Stato e insiste: per i religiosi viene 'addolcito' il Codice civile e quindi molte attività miste, cioè che ottengono profitti, potranno evitare l'imposta sugli immobili. Nel decreto Enti locali è stata inserita una norma "segreta", che riguarda la definizione di ente no profit, ma che non vale per il resto degli italiani 

 

 di VALENTINA CONTE


IL GOVERNO, costretto ad accelerare il varo del regolamento che imponga anche alla Chiesa e agli enti no profit, laddove producono utili, di pagare nel 2013 l'Imu, tenta un colpo di mano. Far passare una definizione ad hoc di ciò che non è attività commerciale. Che vale per questi enti, ma non per il resto degli italiani. E che li solleverebbe dal versamento dell'imposta sulle porzioni di immobili ad uso "misto" da cui traggono profitti (cliniche, alberghi, ostelli, mense, sedi varie), con una semplice modifica del loro statuto, da apportare in corsa entro dicembre.

DOSSIER Ecco la Chiesa che non paga  (vedi sotto)

Un rischio grosso, avverte il Consiglio di Stato, perché l'Europa guarda. E la Commissione di Bruxelles potrebbe multare l'Italia per aiuti di Stato illegali e recuperare tali somme "condonate", a partire dal 2006. Un danno che può valere fino a 3 miliardi, considerati gli incassi stimati dal governo (300-500 milioni l'anno) (....)

L'ARTICOLO COMPLETO SU REPUBBLICA IN EDICOLA O REPUBBLICA+



Imu, ecco la Chiesa che non paga. Libere scuole e conventi-albergo

 

A Roma sono 1500 edifici. Un patrimonio immenso, quasi tutto tax free: fu il governo Amato nel '92 a prevedere una lunga lista di esenzioni. Il governo Berlusconi confermò la misura e quello di Prodi stabilì il mancato pagamento per gli edifici adibiti ad attività "non esclusivamente commerciali", aumentando così le zone grigie  

 

di ANNA MARIA LIGUORI e GIOVANNA VITALE


ROMA - Sono millecinquecento gli immobili della chiesa cattolica che, solo a Roma, non pagano l'Ici. Un elenco registrato al catasto e depositato in prefettura, che contiene sia gli edifici esentati per legge, come le 722 parrocchie, sia quelle centinaia di fabbricati intestati ad altrettanti enti, istituti, congregazioni, confraternite, società e opere pie che, pur svolgendo al loro interno attività commerciali, hanno presentato una autocertificazione che li mette al riparo dalla tassazione.

Numeri tuttavia sottostimati rispetto al vasto patrimonio del Vaticano: la Santa Sede, in quanto Stato estero, non è infatti tenuto a comunicare le sue proprietà alle autorità italiane. Ragion per cui nessuno conosce con certezza quanti palazzi possieda e quali attività ospitano.

Un patrimonio immenso, quasi tutto tax-free, che secondo una stima dell'Anci risalente al 2005, avrebbe impedito ai comuni di incassare un gettito Ici compreso tra i 400 e 700 milioni, 20 dei quali soltanto nella capitale. Se ne discute ormai da vent'anni: dal lontano dicembre '92, quando il primo governo Amato introdusse l'imposta comunale sugli immobili prevedendo una lunga lista di esenzioni, fra cui i fabbricati del Vaticano contemplati dai Patti Lateranensi nonché le attività, laiche e religiose, destinate a sanità, assistenza, istruzione, sport e culto. 

Norma che scatenò subito una ridda di contenziosi fino al 2004, allorché una sentenza della Corte di Cassazione stabilì
che le attività "oggettivamente commerciali" dovessero essere soggetti all'Ici. Nel 2005, però, il governo di Silvio Berlusconi ribaltò il verdetto, estendo l'esenzione a tutti gli immobili della Chiesa. Fino al 2006, quando anche l'esecutivo guidato da Romano Prodi ci mise lo zampino, decidendo che dovessere essere tassati solo gli edifici adibiti ad attività "non esclusivamente commerciali".

Una formula che ha contribuito a ingarbugliare la situazione, alimentando le zone grigie. Per richiedere l'esenzione Ici, infatti, basta che all'interno di un immobile trasformato magari in albergo ci sia una cappella. Un caso più diffuso di quanto si immagini, che ha moltiplicato le cause tributarie tra l'amministrazione cittadina e gli enti ecclesiastici

CASE PER FERIE
A Roma, secondo le stime, sono almeno un'ottantina. Gestite da frati, suore, ancelle della carità, missionarie, che spesso hanno trasformato interi palazzi, o anche solo un parte di essi, in alberghi e ostelli. "Un fenomeno", spiega Marco Causi, ex assessore al Bilancio del Campidoglio e ora deputato del Pd, "esploso in occasione del Giubileo del 2000 quando molti istituti religiosi si sono attrezzati per dare ospitalità ai pellegrini". Nell'elenco della prefettura romana ci sono svariati esempi. 

C'è la Casa per ferie delle Ancelle di Maria Immacolata, ai Parioli, che offre camera con bagno e pensione completa a prezzi modici: da 54 a 62 euro. C'è l'Hotel Santa Brigida, nella centralissima piazza Farnese, pubblicizzata anche sul sito di viaggi tripadvisor, e l'Istituto di Suore benedettine di Torre Argentina. A Monteverde, con vista su Villa Pamhili, la brouchure di Villa Maria della Suore salvadoriane si autodefinisce hotel de charme.

SCUOLE
Sono 217 gli istituti religiosi destinati all'istruzione. Dalle materne alle superiori, sono esentati dall'Ici come tutte le scuole pubbliche italiane. Pur chiedendo, spesso, rette piuttosto alte. Alcuni licei superano anche i 7mila euro l'anno e sono gestiti da una costellazione di congregazioni. Si va dagli Highlands Institute dei Legionari di Cristo all'Istituto di Villa Flaminia dei Fratelli delle Scuole cristiane, nato nel '56 da una sede distaccata del famoso San Giuseppe de Merode, l'istituto della Roma bene affacciato su Trinità dei Monti. C'è l'Istituto Massimiliano Massimo all'Eur, retto dai gesuiti all'Eur, dove hanno studiato Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo, Luigi Abete e Gianni De Gennaro.

CASE DI CURA
Oltre agli ospedali religiosi accreditati dal Servizio Sanitario Nazionale, dal Fatebenefratelli al Campus Biomedico, esenti dall'Ici come i nosocomi pubblici, ci sono svariati edifici gestiti da religiosi che ospitano attività sanitarie, che non avrebbero diritto all'esenzione. La Provincia delle Suore Mercenarie, ad esempio, ha una casa di cura in centro a Roma e ora sta in causa con il Campidoglio. Come pure la Provincia religiosa dei santi apostoli Pietro e Paolo dell'opera di Don Orione, nel cui elegante complesso su via della Camilluccia ha ricavato anche una struttura di riabilitazione a pagamento.

Monti: distruzione dell'Italia per arricchire Banche e Multinazionali


Lucida e sincera analisi di Claudio Messora, ad oggi l'unico fra i volti noti della rete e dello schermo che con silenzio si documenta e analizza le oscure manovre democraticide di un governo che non lavora per l'interesse dalla patria ma per quello dei potenti centri di controllo economici: banche e multinazionali. Da leggere con attenzione e condividere.

Per quale squadra sta giocando, Monti, la nostra partita?


di Claudio Messora

Quando, esattamente un anno fa, Monti si insediò a Palazzo Chigi, l'unica visione che si era autorizzati ad averne era quella dell'urgenza e della necessità. Lo spread era schizzato allo stelle, i giornali all'unisono titolavano "fate presto!", l'opinione pubblica era annichilita. Chiunque, mantenendo la calma, si permetteva di "continuare a ragionare" era visto come un pazzo, e sostenere che qualcosa non andava era il modo migliore per farsi isolare come un pericoloso criminale nemico del Paese. Tutt'al più, come il peggiore complottista del secolo (vedi articolo di Pierluigi Battista sul Corriere).

 
Eppure, bastava fare quattro ricerche online, incrociare un po' di dati, scaricare qualche documento per rendersi conto che qualcosa stava succedendo, e non era qualcosa di buono per la lunga e travagliata evoluzione delle forme di governo che dal cosiddetto "ancien régime" aveva portato alle grandi democrazie liberali. Qualcuno aveva giocato sporco. Grandi banche come la Deutsche Bank avevano venduto miliardi di titoli di stato italiani, alzando alle stelle i tassi di interesse. Negli ambienti finanziari circolava voce che dietro al bombardamento speculativo ci fosse Goldman Sachs. Un signore sconosciuto alle masse di elettori era stato nominato Senatore a vita e Presidente del Consiglio dalla sera alla mattina. Un altro Senatore, Massimo Garavaglia, rivelò in seguito che una delegazione della Troika, in avanscoperta, aveva precettato ogni singolo parlamentare, costringendolo a dare il suo sostegno a un nuovo Governo che non solo non si era ancora formato, ma che non avrebbe neppure potuto essere in discussione, dato che formalmente era ancora in carico quello di Silvio Berlusconi e le consultazioni con il Presidente della Repubblica non avrebbero dunque potuto essere mai state avviate. Era una nuova marcia su Roma, che avrebbe trasformato il Parlamento in quella nuova "Aula sorda e grigia" che per lungo tempo avrebbe votato qualsiasi cosa, schiacciata tra la paura di perdere tutto e un'opinione pubblica che le avrebbe attribuito la responsabilità di tutti i mali, anche di quelli che avevano origini lontane.

 E chi era mai questo Monti, proclamato salvatore della patria da un Presidente della Repubblica che si stava comportando come Vittorio Emanuele III, quando su mandato della finanza e delle élite svuotò il Parlamento di ogni sua efficacia, manovarando segretamente per la firma del Patto di Londra e violentando la sua vocazione non interventista per condurre il Paese dritto nella Prima Guerra Mondiale? Era espressione dello stesso potere che aveva impedito il referendum in Grecia, rovesciando il Governo e ponendolo sotto la dittatura della Troika, e che aveva speronato e poi abbordato anche l'Italia, prendendone il comando per realizzare le sue politiche neoliberiste, che passavano per la costruzione degli Stati Uniti d'Europa e per il processo di deindustrializzazione italiano iniziato alla fine degli anni '80.

 Burocrate europeo di lunga data, membro dell'unica Commissione Europea costretta alle dimissioni in blocco perchè nessuno dei commissari "poteva non sapere", e soprattutto triumviro della Commissione Trilaterale, la potente organizzazione privata americana nata per volontà di Rockefeller con lo scopo preciso di superare le lungaggini delle democrazie parlamentari, perché (documenti alla mano) "le uniche democrazia che funzionano sono quelle dove la maggioranza del popolo rimane in apnea, ai margini del dibattito politico", Mario Monti era il potentissimo rappresentante europeo delle lobby americane che aveva lo scopo preciso di costruire gli Stati Uniti d'Europa. Non era un obiettivo secondario, ma una vera e propria missione cui Monti è stato devotamente dedicato per anni ("committed", come campeggiava in inglese sul suo curriculum).

 Il modello doveva "orecchiare" quello degli Stati Uniti d'America, tuttavia con una differenza sostanziale: mentre gli Stati Uniti d'America si erano costituiti dal basso, con una rivolta fiscale nei confronti della madre patria che aveva condotto prima di tutto alla rivoluzione, e poi a una serie interminabile di confronti tra i vari stati per decidere della forma di Governo più opportuna, della struttura bicamerale e della composizione stessa delle camere, attraverso una accesissima sequela di scontri che portarono, secondo un processo eminentemente democratico, al famoso "compromesso del Connecticut",  il progetto degli Stati Uniti d'Europa è sempre stata un'aspirazione elitaria, portata avanti all'insaputa dei popoli europei e spesso contro il loro stesso volere, come dimostra la lunga sequenza di referendum mai indetti, o che hanno avuto esito negativo oppure che, addirittura, sono stati fatti rifare fino a quando il responso non è stato quello voluto.

 Perché? Nelle parole dello stesso presidente del Consiglio si possono scorgere alcune chiavi di lettura. In un incontro tenutosi all'ambasciata italiana di Washington, nello scorso febbraio, Monti ha detto esplicitamente che "Le imprese americane, soprattutto le grandi, sono state sempre tra i fattori di spinta dell’integrazione europea, per il loro vantaggio materiale". Ed essendo la Commissione Trilaterale una potente rappresentanza proprio delle lobby americane, si comprende come la missione di Monti, alla Trilaterale, dovesse proprio essere quella di lavorare affinché si pervenisse celermente alla costituzione degli Stati Uniti d'Europa. Un obiettivo perseguito non in nome del popolo italiano, al quale la sua attuale carica di capo dell'esecutivo lo legherebbe, ma in nome di organizzazioni economico-finanziario-industriali di un altro continente.

 Ma come è possibile forzare stati sovrani, che hanno alle spalle una tradizione secolare di autonomie e tratti identitari? La seconda, rilevante chiave di lettura arriva ancora dallo stesso Presidente del Consiglio, che in una conferenza tenuta all'Università Luiss Guido Carli, rivela:
« Nei momenti di crisi più acuta: progressi più sensibili. Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario. E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. […] Abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti, ma quando una crisi sparisce rimane un sedimento, perché si sono messi in opera istituzioni, leggi eccetera per cui non è pienamente reversibile. »
 Nel video, che ho presentato durante la puntata di venerdì scorso dell'Ultima Parola, Monti afferma di avere una vera e propria "distorsione", in relazione al modo in cui si devono creare le condizioni per la costituzione degli Stati Uniti d'Europa. La sua distorsione arriva con tutta evidenza dal progetto che persegue da anni per conto dei potenti ambienti economico-finanziari e commerciali (ivi comprese le cariche in Goldman Sachs, Moody's, i think tank come Bruegel, gli Aspen Institute, i Forum Ambrosetti, i vari Cuncil di cui è membro, ma soprattutto la Commissione Trilaterale): l'unificazione delle interlocuzioni politiche e commerciali per conto delle lobby americane, ovvero la costruzione dell'Europa politica unificata, da attuarsi mediante lo smantellamento delle sovranità nazionali indotto da una profonda, irrisolta e possibilmente irrisolvibile crisi economica.

 Se il progetto è questo, si capisce perché si devono fare manovre finanziarie peggiorative o neutre, inseguendo un modello di austerity incomprensibile che, secondo molti economisti - soprattutto all'estero - rappresentano l'estrema unzione per le economie nazionali: "Abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti". Monti, in nome e per conto di quell'1% elitario che gli ha affidato il mandato, ha bisogno di un permanente e profondo stato di crisi, come condizione necessaria perché quei popoli, che hanno sempre detto no agli Stati Uniti d'Europa, quei popoli che invece dovrebbero stare in apnea, ai margini del dibattito politico e non disturbare il manovratore con la loro pretesa di sovranità, assegnata loro da una Costituzione troppo "socialista" e da smantellare nel segno della nuova lotta di classe del terzo millennio, possano finalmente non solo acconsentire, ma chiedere a gran voce che si faccia qualcosa e che si faccia presto, non importa cosa e non importa come, perché rinuncino cioè alla loro storia e ai diritti conquistati nella seconda metà del secolo scorso per farsi capitale umano "cheap" e disponibile per la delocalizzazione della produzione intercontinentale. Da qui lo smantellamento dei diritti e l'unica forma di svalutazione possibile, essendo venuta a mancare quella monetaria: quella dei salari.

 E' per questo che pianse, la Fornero, quando nei primi giorni dopo il suo incarico mise mano allo stato sociale faticosamente costruito e guadagnato dai nostri nonni? Io credo di sì, credo che fosse per questo. Ma un anno fa, quando andai a Matrix insieme a Paolo - che ancora non conoscevo bene -, non potevo sapere che sarebbe stato ancora peggio di quanto, faticosamente, la mia ricostruzione di quei giorni avesse pure in maniera inquietante prospettato. Avevo tra le mani una pagina di un libro di storia, scritta di mio pugno, che sarebbe stata pubblicata solo molto tempo dopo. Non potevo ancora sapere di essere un contemporaneo che, per una strana ed irripetibile configurazione della rete, aveva gettato lo sguardo oltre la siepte, o allungato il collo fuori dalla scatola nera, 'Out of the box', come si potrebbe dire usando una metafora cara alla filosofia del pensiero laterale.

domenica 11 novembre 2012

Legge elettorale a favore del ritorno di Monti. Il burattinaio Casini


Un saluto ai miei detrattori. Chiamerete anche questo qualunquismo.

E' vero che i partiti oramai fanno schifo, e che quelli che possono dire qualcosa di onesto sono stati disarmati, però quello che per mano di Pierferdinando Casini sta succendendo al nostro paese ha l'aria di una grande beffa che nasconde un colpo di Stato: quello delle banche, della criminalità organizzata e della Chiesa nei confronti della nostra Democrazia.

I due partiti che hanno saputo interpretare al meglio in questi ultimi anni le istanze di giustiza sociale sono IDV e SEL. Di Pietro e Vendola in modi diversi hanno portato avanti battaglie nel nome della civiltà, nel rispetto della normativa costituzionale e della società civile. Di Pietro ha fatto quasi da solo una dura opposizione a Berlusconi prima (ciò perché al PD andavano bene tante norme salva-delinquenti create ad arte dai colletti bianchi di Sua Emittenza) e a Monti poi. Di Pietro ha smosso le coscienze, addormentate da decenni di tv berlusconizzata, parlo non solo delle reti Mediaset ma anche di quella RAI lottizzata ad arte, e coi referenda ha preso a calci leggi ad personam incostituzionali, ha spazzato via il pericolo del nucleare, ha fatto alzare la voce alla gentte che non voleva la privatizzazione del bene più comune, l'acqua, coi rischi di rialzo delle tasse ad essa annesse. Di Pietro era pericoloso quindi. Come farlo fuori? Minandone la credibilità come uomo, visto che come politico non gli si può dire quasi niente (sistemazioni di familiari a parte). Ecco allora che arriva Sabrina Giannini, lasciata a briglia sciolta da una Milna Gabanelli cui la RAI ha tolto l'assistenza legale sulle querele per diffamazione a mezzo stampa, e la Giannini costruisce un servizio televisivo bomba: mette il microfono davanti a consulenti di parte (chi accusava Di Pietro e poi perse nei processi, pagandone salatamente le conseguenze) invece che consulenti del tribunale (quindi neutri e disinteressati) e oplà: la mondezza è servita... la credibilità del leader dell'IDV è minata fin nelle basi, grazie all'alto numero di creduloni presente oggi nel pubblico televisivo e in rete. Nessuno va a fare le verifiche e il gioco è fatto. Di Pietro è distrutto da montagne di letame. Di Pietro si lamenta (e tutti i detrattori: "anche tu ti lamenti?") ma fa una cosa in più... invece di un piagnisteo fine a se stesso in stile berlusconiano o UDC pubblica tutti i documenti che illustrano la sua estraneità alle accuse vigliaccamente mossegli dalla Gainnini (che, nel suo servizio, dell'ora e mezzo delle parole che Di Pietro le ha pronunciato davanti alla telecamera mostra solo una decina di secondi scelti ad arte): atti notarili, atti delle sentenze (da lui tutte vinte), le risultanze documentali delle verifiche del fisco, movimentazioni bancarie, gli atti del lascito testamentario della famosa vedova. La Giannini invece non rende pubblico nessun documento, e con lei neanche Il Corriere o Repubblica, che servono i loro padroni e si accodano alla lunga fila di detrattori non documentati. Solo il Fatto Quotidiano va a verificare questi documenti e dice la sua. Ci casca anche Crozza, e lo prende in giro. Di Pietro si vede voltare le spalle da Donadi, in area inciucio col PD e tanta altra gente nella base.

A proposito: LEGGETE QUI TRAVAGLIO.

E Vendola? I suoi detrattori aspettavano in fila una condanna al recente processo riguardante le nomine negli enti locali in Puglia, ma tutti questi servi dei lor padroni sono rimasti con le pive nel sacco: Vendola è stato prosciolto per non aver commesso il fatto. Vendola era innocente, e la Magistratura fatti i dovuti accertamenti non ha potuto che dargli ragione. Però su Vendola si è mosso qualcun altro: il bigotto Pierferdinando Casini, quello che è divorziato ma riceve lo stesso l'ostia della comunione in chiesa in perfetta violazione del Diritto Canonico (quanto è ipocrita, mamma Chiesa). Il leader dell'U(nione) D(ei) C(ondannati) riprende a battere il tasto dell'omosessualità tanto caro alla Chiesa e cerca in ogni modo di spingere il PD a mollare anche Vendola (come avevano già mollato l'altro scomodo, Di Pietro). Anche Nichi Vendola è in fase di "isolamento politico coatto", e per le primarie è pronto il contropacco Bersani-Renzi, i quali prima si fanno la guerra poi, fatti i dovuti calcoli, si lanciano messaggini d'amore.

Ma la gravità dell'azione politica di Casini travalica queste cose, perché si esprime tutta nel preparare il ritorno al governo di Mario Monti, il quale dopo aver spergiurato che terminato questo mandato sarebbe tornato alla sua vita normale (io non ci ho mai creduto), oggi palesa un'idea diversa, e il gioco è scoperto. A Casini piace il gioco sporco: lui infatti è figlio di mamma DC (il partito di Destra più longevo nella storia d'Italia), serve anche lui la Chiesa, e costruisce accordi per una legge elettorale che prima tagli le gambe al Movimento 5stelle, poi le tagli ai partiti che prendono meno voti dei big, e quindi IDV e SEL, e poi non assegna premi di maggioranza che permettano a chi prende più voti alle elezioni (quindi chi vonce: pare proprio sarà il PD) di governare. Da qui nascerà infatti l'esigenza di riaffidare, con una maggioranza farlocca com'è quella che sostiene l'attuale governo di tecnici, lo scettro del dittatore a Mario Monti. 

Mamma Chiesa ringrazia: riavrà nuovamente al Ministero dell'Istruzione i suoi scagnozzi di Comunione e Liberazione (che controlla le scuole private, arricchite da Berlusconi prima e Monti poi, e fa affari esattamente come Mafia, Camorra e 'Ndrangheta coi politici che le danno retta, soldi e appalti), riavrà i ceppi alla ricerca scientifica, una tassazione minima e quindi moralmente deprecabile sulle proprie attività economiche, e potrà continuare a occuparsi di affari materiali e non sprirituali, come dovrebbe per mandato divino.

Le banche e le società di speculazione ringraziano: i soldi necessari a mandare avanti la macchina-Stato passeranno ancora e di nuovo per le loro casse, in modo da guadagnare miliardi di euro (maledetto indebitamento), i consumatori saranno privati di gestire liberamente i propri soldi, gli anziani saranno riobbligati a ritirare le pensioni superiori a 1000€ con addebito in conto, e siamo sicuri che nuove forme di coartazione all'uso del conto in banca saranno inventate dai "tecnici" per arricchire ancora le banche. La speculazione in Borsa avrà la consueta tassazione bassa. La moneta euro è stata creata per aiutare le banche e la Germania, ricordiamolo, a discapito dei paesi più ricchi del sud Europa, Italia in primis.

La gente comune sarà ancora di più spremuta, mentre i soliti miliardi saranno buttati in acquisti di aerei da guerra di ultima generazione, in TAV utili soltanto alle ditte maneggiate dalla criminalità organizzata (anch'essa ringrazia), in opere pubbliche stile ponte di Messina (tuttora non bloccata: i soldi stanno ancora volando nelle tasche di delinquenti). Le accise della benzina aumenteranno, l'IVA aumenterà, la disoccupazione sarà ancora di più facilitata da liberalizzazioni selvagge dei licenziamenti, e di conseguenza l'economia in generale sarà affossata. La Scuola Pubblica riceverà le mazzate conclusive, e solo chi avrà tanti soldi dovrà mandare i figli a studiare nelle fucine del pensiero non libero ma pilotato: le scuole private in mano al clero. Gli altri cresceranno ignoranti, esattamente come li vuole una dittatura. Nel frattempo i potenti della politica, i direttori degli enti pubblici e diciamo tutte le poltrone d'oro le cui nomine sono controllate dalla politica (e dalla massoneria) continueranno a godere di tanti soldi pubblici (cioé nostri) gratis.

Devo continuare? Se avete seguito con attenzione cosa sta succendendo in Italia avete solo da incazzarvi con Mario Monti e Pierferdinando Casini, che va ancora a trovare in carcere Cuffaro e tuti quegli altri condannati di Mafia, e poi va a dire ai giornalisti che sono persone per bene.

Clero, banche e criminalità organizzata sono i veri padroni della nostra patria, sotto l'aiuto silenzioso della massoneria. La feccia che ne risulta, da questo guazzabuglio schifoso, è chi ci dice che dobbiamo sorridere, che va tutto bene e che tempi migliori verranno, e poi ci infila nuovamente le mani in tasca a rubarci portafogli ormai vuoti.