venerdì 31 agosto 2012

D'Alema e Wikileaks: bella figura...!


D'Alema... un politico (?) il cui nome fa venire la nausea ad ogni cittadino dotato di un minimo di intelligenza e buonsenso. L'uomo (?) che fece cadere il primo governo Prodi, perché scelse deliberatamente di non ricucire lo strappo con Bertinotti; l'uomo (?) che da leader del governo (pochi mesi per fortuna, i suoi, a Palazzo Chigi) non fece la legge sul conflitto di interessi, anzi la affossò anche quando era all'opposizione; il migliore alleato dell'altra sponda per Berlusconi. Lui ha ucciso definitivamente la Sinistra italiana: i più beceri ceffoni e colpi di grazia al PCI li ha dati lui, e ora guida come un burattinaio scaltro Bersani e il PD, conducendoli alla rovina più totale, per il Male del paese. Ogni tanto ne salta fuori una, come questa. Buona lettura, sull'ennesima Vergogna politica.


'Fermate i Pm, lo dice D'Alema'

 
di Stefania Maurizi

Dai file di WikiLeaks emerge che la diplomazia Usa era spaventata dalle indagini dei magistrati italiani. E che in questa battaglia trovava sponde nei politici. Inclusi alcuni di centrosinistra, come l'ex ministro degli esteri

Chiusa, inflessibile, una macchina che sforna carriere basate sul clientelismo, un potere schermato da qualsiasi forma di controllo da parte sia del governo sia degli elettori. Per gli americani, la magistratura italiana è una bestia nera. E ora che lo scontro sulla giustizia torna a farsi duro, con le telefonate tra il presidente della Repubblica, Napolitano, e l'ex presidente del Senato, Mancino, che hanno scatenato l'ennesima polemica sul tema delle intercettazioni, non è difficile immaginare da che parte sia schierata l'ambasciata di via Veneto.

A rivelare l'insofferenza degli americani sono i cablo della diplomazia Usa rilasciati da WikiLeaks. Il 3 luglio 2003, il giorno dopo il celebre attacco di Berlusconi all'eurodeputato tedesco Martin Schulz in cui venivano criticate le procure italiane, l'ambasciatore Mel Sembler scrive a Washington un rapporto riservato su quella bagarre, sparando anche lui a zero contro l'istituzione «politicizzata, corporativista, preoccupata per prima cosa e soprattutto di autopreservarsi», che «annovera anche un bacino di magistrati di sinistra che sfruttano la propria indipendenza per perseguire apertamente obiettivi politici» e che in alcuni casi «ritengono sia un loro affare (perfino un loro dovere costituzionale) guidare il corso della democrazia italiana attraverso il loro attivismo giudiziario».

L'indipendenza delle toghe è un problema spinosissimo per gli americani: quando la magistratura va a toccare i loro interessi, non sanno come intervenire, perché non c'è un canale diretto come con la politica italiana, sempre pronta a soddisfare le loro richieste. E così quando il funzionario del Sismi, Nicola Calipari, viene ammazzato a Baghdad, e a Roma parte l'inchiesta, l'ambasciata di via Veneto consiglia un'unica soluzione radicale al Dipartimento di Stato: nessuna collaborazione con i magistrati italiani, perché «sono fieramente indipendenti e non rispondono a nessuna entità e autorità del governo, neppure al ministero della Giustizia». Mentre Berlusconi, Letta, Fini e l'ex ministro della Difesa, Antonio Martino, sono a portata di mano. E così anche con il caso Abu Omar, l'imam egiziano rapito a Milano in una delle famigerate rendition della Cia. Contro un magistrato come Armando Spataro, che chiede l'arresto e l'estradizione di ventidue agenti della Cia coinvolti nell'operazione, c'è una lunga schiera di big della politica avvicinabili e pronti a dare una mano. Come l'ex ministro leghista della Giustizia, Roberto Castelli, che si rifiuta di inviare in Usa le richieste di estradizione degli agenti Cia. O l'ex sottosegretario del primo ministro Prodi, Enrico Letta, che consiglia all'ambasciatore americano, Ronald Spogli, di «discutere la cosa personalmente con il ministro della Giustizia, Mastella».

Il ritratto della magistratura che Spogli trasmette a Washington è impietoso - «un sistema sfasciato», forse anche «impossibile da riparare» - a tratti sfuma perfino nel maccartismo: «Negli anni '60 e '70, i comunisti italiani hanno fatto uno sforzo comune per "infiltrare" la magistratura». Ma quando il problema sono le toghe, gli Usa sanno di poter contare anche sul soccorso rosso. «Nonostante sia considerata tradizionalmente di sinistra», scrive Spogli, «Massimo D'Alema, ha raccontato all'ambasciatore che è la più grave minaccia allo Stato italiano. E che, dopo 15 anni di discussione su come riformarla, non è stato fatto alcun progresso».

mercoledì 29 agosto 2012

Le falsità su Julian Assange. Piccolo vademecum informativo


Troppe persone - anche incautamente professanti la propria intelligenza - si sono accontentate di sentire due-tre parole per decidere che Assange è antipatico, falso eccetera. In questo blog stiamo sostenendo con la dovuta moderazione (essere partigiani porta spesso a sbagliare) la sua lotta per le verità storiche che stati e multinazionali che li controllano (USA prima e più di tutti) vogliono mantenere seppellite sotta una cappa di silenzio. Ecco un articolo interessante, ricco di spunti e notizie. Buona lettura, anche a chi ha il paraocchi. Dedichiamo col cuore una sonora pernacchia alla signora Clinton, maschera delle panzane e dell'ipocrisia degli americani, i quali fingono interesse per la questione dello "stupro" (quando stupro non è) mentre invece vogliono Assange per metterlo sotto chiave (o ucciderlo) perché ha sputtanato le stragi di civili inermi da parte delle truppe a stelle e strisce e i maneggi segreti alle spalle di nazioni che gli stessi USA definiscono "amiche". L'ipocrisia è davvero schifosa, vero Hillary? Sconfitta e poi arruolata da Obama, sta mettendo la sua faccia su questo castello di falsità: cosa non si fa per la prossima sua elezione...



Caso Assange, il record di falsità



di Stefania Maurizi
 
In questi giorni, anche in Italia, sul fondatore di WikiLeaks e sulla sua vicenda sono state diffuse montagne di notizie sbagliate - o semplicemente di balle. 'L'Espresso' le ha sbugiardate, una a una

Una saga delle falsità. Notizie infondate e analisi basate sul nulla. Uno degli spettacoli più sconcertanti della guerra contro Julian Assange e WikiLeaks è la superficialità della stampa.

Altro che errori. Se oggi l'organizzazione iniziasse a querelare, diventerebbe milionaria, risolvendo all'istante il problema del blocco finanziario stragiudiziale che sta stritolando il gruppo e che è stato messo in atto da cinque colossi del credito: Visa, Mastercard, Bank of America, Western Union, PayPal, appena WikiLeaks ha cominciato a pubblicare i cablo della diplomazia Usa.

L'epidemia di sciocchezze ha interessato i media di tutto il mondo, tanto che Julian Assange ha chiesto e ottenuto decine di rettifiche: dall'Inghilterra fino all'America. E in Italia? In un duro editoriale sul quotidiano 'La Stampa', Gianni Riotta ha recentemente tracciato quella che, secondo lui, è la parabola di WikiLeaks. «Una brutta storia che diventa pessima», ha scritto, denunciando come il valore fondante dell'organizzazione, la trasparenza, si sia ormai diventata oscurità.

Riotta scrive che «per non farsi processare in un processo per stupro, Assange insiste sul 'caso politico' contro di lui». E «pur di non andare alla sbarra a Stoccolma», si butta tra le braccia di personaggi come il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa. C'è un piccolo particolare, che sembra sfuggire completamente all'editorialista: non c'è alcun processo per stupro, nessuna sbarra. Julian Assange non è mai stato incriminato: tutta la saga giudiziaria che va avanti dall'agosto 2010 è un'inchiesta che è nella fase preliminare da ben due anni, perché i procuratori svedesi hanno rifiutato qualsiasi offerta di Assange di essere interrogato a Londra, anziché estradato a Stoccolma.

E' proprio questa la controversia che fa discutere il mondo. La Svezia pretende l'estradizione di Assange non perché va processato o perché deve scontare la pena: non è neppure incriminato. La Svezia insiste da due anni sull'estradizione semplicemente per interrogarlo e per stabilire se le accuse delle due ragazze sono fondate, e quindi Assange deve essere processato, oppure se il caso va archiviato e il suo nome va ripulito da quella macchia infamante che è lo stupro. Nessuno è al di sopra della legge. Nemmeno Julian Assange. Deve rispondere ai magistrati sulle accuse delle due donne. E la Svezia ha tutto il diritto di darsi leggi che puniscono come stupro quello che altri paesi non considerano tale (avere rapporti sessuali consensuali, ma non usare il preservativo nonostante la richiesta del partner). Quello che, però, il resto del mondo non riesce a capire è perché Stoccolma s'intestardisce a estradare Assange, quando potrebbe interrogarlo all'ambasciata svedese a Londra, come ha chiesto fin dall'inizio il team legale di Assange. O anche a quella ecuadoriana di Knightsbridge, dove si è rifugiato, come ha proposto poche settimane fa anche l'Ecuador. Assange non ha chiesto di essere interrogato al pub o in una sala bingo: si è subito reso disponibile ad essere sentito all'ambasciata di Svezia a Londra o a Scotland Yard. La Svezia, però, ha rigettato ogni soluzione, senza spiegare perché.

Riotta accusa Assange di fondere «la battaglia di un tempo con il processo per violenza sessuale». Nessun cenno al fatto che il fondatore di WikiLeaks è stato accusato di essere un terrorista hi-tech dal vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Che l'ex candidata repubblicana, Sarah Palin, abbia pubblicamente dichiarato che ad Assange «va data la caccia come a un operativo di al-Qaeda». Che commentatori come Bob Beckel sulla Fox abbiano invitato a «sparare illegalmente a quel bastardo figlio di puttana». Che nel febbraio del 2011 sia emerso pubblicamente un piano anti-WikiLeaks, che portava il marchio di una delle più temibili aziende hi-tech in affari con il Pentagono: la Palantir Technologies di Palo Alto, sostenuta finanziariamente dall'impresa In-Q-Tel della Cia.

Non c'è un solo elemento che permetta di affermare in modo fondato che le accuse di stupro contro Assange siano solo una montatura. E' interessante, però, leggere cosa ne pensa, per esempio, l'agenzia privata americana di intelligence, Stratfor, nelle sue email interne, e quindi riservate, che sono diventate pubbliche (e pubblicate anche da l'Espresso) solo perché il collettivo hacker Anonymous ha attaccato i server aziendali di Stratfor, portando via 5,3 milioni di messaggi. «Le accuse di violenza sessuale raramente vengono gestite attraverso un red notice dell'Interpol come in questo caso» scrive Stratfor riferendosi al mandato di arresto emesso dall'Interpol il 30 novembre 2010, che rese Assange un ricercato in tutto il mondo. «E quindi non c'è dubbio», continua l'agenzia, «che la cosa abbia come fine quello di impedire la diffusione dei documenti del governo da parte di WikiLeaks». E' un giudizio particolarmente interessante perché al di sopra di ogni sospetto. Stratfor non nutre alcuna simpatia per WikiLeaks, al punto che, nel segreto della loro corrispondenza interna, gli analisti dell'agenzia scrivono: «il fondatore dovrebbe essere soggetto a waterboarding». E anche: «sono a favore del fatto di usare qualunque accusa inventata per veder sparire dalla circolazione questo personaggio e i suoi server. E consegnerei quella testa di cazzo del soldato [Bradley Manning, presunta fonte di WikiLeaks, ndr] al primo branco di cani selvatici o forse semplicemente gli farei qualunque cosa fanno gli iraniani alle nostre fonti in Iran».

Per Riotta, Julian Assange usa «il genio di public relations che lo anima» per sovrapporre il caso di Stoccolma con quello di Washington, manipolando la situazione a suo vantaggio. Nessuno spazio alle preoccupazioni di Assange che l'estradizione in Svezia possa essere solo il preludio a quella negli Stati Uniti.

L'accanimento con cui i detrattori di WikiLeaks liquidano questo timore colpisce. Non si capisce da dove vengano le loro certezze. Si insiste che non esistono prove del fatto che gli Usa lo vogliano estradare: cosa pretende questa gente? Un sms da Obama? Tutta la vicenda della fuga dei file segreti del Pentagono e del Dipartimento di Stato pubblicati da WikiLeaks è una faccenda di sicurezza nazionale e come tale è avvolta nel segreto.

Ci sono persone collegate a vario titolo a WikiLeaks che sono state chiamate a testimoniare davanti al Grand Jury ad Alexandria, in Virginia, nell'ambito dell'inchiesta sull'uscita dei file. Nel giugno del 2011, l'Espresso ne ha incontrata una negli Stati Uniti: l'ex ricercatore del Mit di Boston, David House.

«Se l'inchiesta del Grand Jury non è più in corso e ormai è stata chiusa, perché gli Stati Uniti non lo dichiarano inequivocabilmente, visto il caso diplomatico scoppiato intorno ad Assange?», spiega a l'Espresso Michael Ratner del 'Center for Constitutional Rights' di New York, che assiste WikiLeaks e Bradley Manning. Né suona strano a nessuno che l'Inghilterra sia arrivata a minacciare di violare l'ambasciata dell'Ecuador e che, stando alle stime pubblicate dai giornali inglesi, l'assedio della polizia alla sede diplomatica ecuadoriana costerebbe fino 50 mila sterline al giorno.

E' mai successo prima che tante risorse ed energie siano state spese per interrogare un uomo semplicemente sospettato di stupro? Il giorno in cui l'Ecuador ha concesso l'asilo ad Assange, l'ex ambasciatore inglese in Uzbekistan, Craig Murray, ha rivelato il seguente retroscena sul proprio sito web: «Sono rientrato oggi in Inghilterra e ho appreso con sbigottimento da una mia fonte dentro il Foreign Office che il governo inglese ha davvero deciso - dopo un'immensa pressione da parte dell'amministrazione Obama - di entrare nell'ambasciata dell'Ecuador e di arrestare Assange». Murray è stato per oltre 20 anni un membro del corpo diplomatico di Sua Maestà. Fonti nel Foreign Office non gliene mancano di sicuro.

Per Riotta, Assange è reo di aver chiesto asilo all'Ecuador che ha un presidente che reprime la stampa. «Chi non è d'accordo con Correa non parla, radio o tv che sia», scrive. L'editorialista accenna a defezioni all'interno di WikiLeaks di «adepti informatici, delusi dalla performance egocentrica dell'ex leader». Storie vecchie di due anni, che qualunque giornalista che lavori con WikiLeaks può rivelare come superate. Dopo la grande rottura tra Julian Assange e l'ex numero due, Daniel Domscheit Berg, WikiLeaks si è stabilizzata e se oggi marcia a ranghi ridotti è a causa del blocco finanziario messo in atto dalle carte di credito.

Chi lavora a tempo pieno per l'organizzazione deve essere stipendiato, ma poiché i soldi non ci sono, WikiLeaks ha dovuto fare a meno di tecnici che hanno avuto un ruolo importante in progetti cruciali. E' proprio l'embargo economico ad aver creato i problemi più devastanti. Si tratta di un blocco finanziario stragiudiziale che crea un gravissimo precedente, perché oggi colpisce WikiLeaks, ma domani potrebbe toccare a qualunque ong o media che non va a genio a banche e carte di credito.

Quella di Assange è un'organizzazione che, ad oggi, è perfettamente legale e non è mai stata condannata o incriminata per alcun reato, perché allora Visa, Mastercard, Bank of America, Western Union e PayPal hanno bloccato le donazioni, appena WikiLeaks ha iniziato a pubblicare i cablogrammi? L'editorialista de La Stampa, che inchioda Assange per la richiesta di asilo all'Ecuador, nemico della libertà di stampa, non spende una sola parola su questo embargo che costituisce un gravissimo attentato alla libertà di espressione.

Ma la bestia nera di tutti i giornalisti e commentatori occidentali, incluso Riotta, è l'emittente Russia Today, ventriloqua del Cremlino. Negli ultimi due anni Julian Assange e WikiLeaks hanno lavorato con decine e decine di media, tra giornali, radio e tv. Dai giapponesi di Asahi Shimbun, al New York Times. Dal francese Le Monde al tedesco Der Spiegel. Dal giornale libanese al-Akhbar a quello indiano The Hindu, fino a quello pakistano 'Dawn'. Quello egiziano 'Al Masry Al Youm'. E quello malese 'Malaysia Today'. L'Espresso collabora con WikiLeaks fin dal 2009, quando l'organizzazione ci consegnò un file audio sul presunto ruolo dei servizi segreti italiani nello scandalo dei rifiuti a Napoli.

Da allora, l'Espresso ha lavorato a tutti i rilasci: dai file sull'Afghanistan ai cablo agli attuali 'Syria Files'. In questi tre anni ha visto nascere e morire accordi tra WikiLeaks e i media di cinque continenti. E ha visto attaccare Assange per qualsiasi cosa decidesse di pubblicare o non pubblicare. L'ultimo progetto, quello dei file sulla Siria, ha spinto la Pravda a uscirsene con un delirante articolo contro Assange per aver scelto di rilasciare quei documenti sulla dittatura di Assad.

Ma oggi WikiLeaks viene messa in croce per la collaborazione con Russia Today. E l'unica voce fuori dal coro è stata quella di Glenn Greenwald, editorialista del quotidiano londinese Guardian, che ha scritto: «A quanto pare c'è una regola per cui va perfettamente bene per un giornalista lavorare per un media di proprietà dell'industria degli armamenti (come Ge/Nbc/Msnbc), o anche di proprietà del governo americano e inglese (Bbc, Star and Stripes o Voice of America), o di Rupert Murdoch e del principe saudita Al-Waleed Bin Talal (Wall Street Journal/Fox News), o per una corporazione bancaria con forti collegamenti ai governi di destra (come Politico)», ha elencato Greenwald, «ma è considerata un'intrinseca violazione dell'integrità giornalistica lavorare per un media di proprietà del governo russo».

E se per Russia Today si straccia le vesti il gotha del giornalismo mondiale, nessuno ha avuto nulla da ridire quando l'ex direttore del New York Times, Bill Keller, ha rivelato nel proprio e-book su WikiLeaks, dal titolo 'Open Secrets' i retroscena della pubblicazione dei cablo. Keller ha raccontato che, nove giorni prima di uscire con quel grandissimo scoop, il capo della redazione di Washington del New York Times, Dean Baquet, avvertì la Casa Bianca. Subito dopo, Baquet e altri due reporter furono invitati in «una stanza senza finestre al Dipartimento di Stato, dove incontrarono un gruppo di persone che non ridevano affatto: rappresentanti della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato, dell'Ufficio del direttore dell'intelligence nazionale, della Cia, della Defense Intelligence Agency, dell'Fbi, del Pentagono, riuniti intorno a un tavolo. Altri, che non si sono mai qualificati, erano presenti all'incontro, appoggiati alle pareti». L'incontro era off-the-record e quindi Keller non rivela cosa di siano detti. Rivela, però, che nei giorni seguenti gli incontri furono più tranquilli, con la redazione di Washington del New York Times che «prima di ogni discussione, inviava una serie di cablo che intendevamo usare per la pubblicazione nei giorni successivi». In altre parole, il più grande e potente quotidiano dell'Occidente, icona del giornalismo mondiale, pubblicò i cablo sotto la supervisione del governo americano. Viva la stampa libera.

domenica 26 agosto 2012

Ancora su Stato, Mafia, Scalfari, Violante e l'attacco alla Procura di Palermo


Due articoli estremamente interessanti a fima di Giorgio Bongiovanni, direttamente dal sito dell'Antimafia. Più uno di Francesco Messineo. Leggeteli con attenzione, perché quello che c'è sopra le nostre teste è una cupola che ha bisogno di molte colonnine (tutte sporche) per reggersi in piedi. Scalfari vuole la poltrona di Senatore a vita, Violante quella di presidente della Corte Costituzionale.



La Caduta

di Giorgio Bongiovanni - 10 luglio 2012

Sono tali e tante le assurdità scritte da Eugenio Scalfari sui magistrati di Palermo e sulle intercettazioni tra Mancino e D’Ambrosio da stentare a credere che le abbia firmate davvero il fondatore di Repubblica. Anche perché le critiche non sono solo al Fatto Quotidiano, ma anche ai suoi stessi giornalisti che, invece, hanno riportato i fatti e tratto le loro conclusioni come sempre puntualmente fanno.
Scrive Attilio Bolzoni, grande cronista “antimafia” tra i maggiori esperti nella questione trattativa: “Che cos’è l’inchiesta sulla trattativa dei magistrati di Palermo? È lo Stato che processa se stesso. È lo Stato che si guarda dentro, che si autoaccusa di colpe gravi, che si riconosce traditore per avere patteggiato con il nemico. È tutto così semplice e tutto così complicato che vent’anni dopo c’è ancora un’Italia che ha paura.
 Non è solo un affare di mafia. È soprattutto un affare di Stato. Dove i protagonisti non sono quei boss delle borgate ma ministri dell’Interno e ministri della Giustizia, capi di governo, funzionari di alto rango, forse anche ex Presidenti della Repubblica che hanno subito ricatti per proteggere la Nazione.
 L’alta tensione di questi giorni – con il Quirinale trascinato nel gorgo di polemiche incandescenti – è la dimostrazione che non siamo ancora in grado di sopportare certe verità”.
E cosa fa il fondatore di uno dei maggiori giornali del nostro Paese, invece di spalleggiare i propri cronisti e difendere il diritto di cronaca e critica?
Si rende ridicolo ignorando palesemente le più elementari norme giudiziarie in materia di intercettazioni, tanto da provocare la reazione quasi imbarazzata del procuratore capo di Palermo, Messineo e si lancia in una campagna protezionista delle presunte “ragioni di Stato”.
Sarà forse l’età avanzata, o sarà forse che il signor Scalfari, milionario in doppio petto, si è scordato che i giornalisti dovrebbero essere la spina nel fianco dei potenti e non andare a braccetto con capi dello stato e lobbisti di ogni genere e tipo?
Ci sorprende il silenzio di Ezio Mauro, rigoroso direttore di Repubblica che avrebbe potuto difendere almeno i suoi giornalisti dai vaneggiamenti di Scalfari.
E’ ormai evidente che le indagini della procura di Palermo sul biennio stragista stanno toccando i nervi scoperti di quello che a ragione Bolzoni chiama un “affare di Stato” visto che sono stati chiamati al bombardamento indiscriminato contro i pm tutti i presunti intellettuali dei maggiori quotidiani, e dal tenore degli interventi di questi palloni gonfiati si capisce bene perché il livello intellettuale della nostra povera Italia è così ridotto.
La gente però oggi sa leggere, è stufa degli arzigogoli dei vari azzeccagarbugli, vuole la verità sulle stragi e non vuole piangere altri martiri.
Se proprio Scalfari non ce la fa a informarsi con la concorrenza, si legga gli articoli dei suoi cronisti palermitani, faccia un omaggio alla memoria di D’Avanzo e invece di scrivere supponenti boiate, si legga Bolzoni.



La Caduta (2)

Vi spiego perché lo Stato-mafia attacca la procura di Palermo
 
di Giorgio Bongiovanni - 21 agosto 2012

Ha scritto Eugenio Scalfari su Repubblica del19 agosto 2012: “Falcone aveva accertato quale fosse la struttura mafiosa e aveva mandato a processo la 'cupola' di allora o perlomeno la sua parte emersa. Andò in Usa per interrogare il 'soldato' Buscetta che era lì detenuto. Dopo l'interrogatorio Buscetta gli disse che avrebbe potuto rivelargli qualche altra cosa di più a proposito del coinvolgimento di uomini politici. La risposta di Falcone fu che aveva già risposto alle sue domande ed altre non aveva da fargli e questo fu tutto. Riteneva che non fosse ancora venuto il momento di inoltrarsi su quel cammino. Buscetta riferì alla Commissione antimafia quanto sopra. Falcone non era un magistrato che rilasciasse facilmente interviste a destra e a manca. Prima d'arrivare alla 'zona grigia' di cui conosceva benissimo l'esistenza saltò in aria sulla bomba di Capaci”.
Di fronte a queste affermazioni che offendono la memoria di Giovanni Falcone e che spero indignino anche la Signora Maria Falcone e la spingano ad intervenire in difesa del fratello e a smentire le bugie pilotate del signor Eugenio Scalfari basta in realtà ricordare quanto a conoscenza anche di un qualsiasi scolaretto che ha letto le basi di storia dell’antimafia italiana. (Questa mattina la dottoressa ha ristabilito la verità in una intervista al Fatto quotidiano restituendo dignità alla memoria del fratello ndr.).
Fu il giudice Falcone a porre a Buscetta domande su mafia e politica e fu il “soldato” Buscetta a rispondere che lo stato italiano non era ancora pronto per la verità provocando così l’irritazione del magistrato che gli rispose che era invece necessario verbalizzare tutto quanto a sua conoscenza.
Voglio ricordare al signor Scalfari che Giovanni Falcone dovette ricorrere a tutta la sua acuta professionalità per convincere a verbalizzare le accuse del Buscetta ai cugini Salvo, mafiosi democristiani al servizio di Andreotti e sicuramente gli uomini più ricchi della Sicilia di quell'epoca (1984).
Ora però la questione non è tanto se accertare o meno la natura dei deliri del signor Scalfari o se sia affetto da una malattia depressiva, cosa cui non crediamo affatto, ma piuttosto preme domandarsi il significato profondo della delicatissima, drammatica e pericolosissima situazione venutasi a creare tra il sistema criminale di potere integrato, la Procura della Repubblica di Palermo o meglio di alcuni magistrati del distretto siciliano: Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Francesco del Bene, Lia Sava e il loro procuratore capo Francesco Messineo.
Noi siamo assolutamente convinti, seppur con l’ansia di pasoliniana memoria di non avere tutte le prove necessarie, ma di certo non completamente privi, che la parte più manifesta del potere (che nella sua essenza resta occulto), si stia muovendo attraverso suoi altissimi rappresentanti affinché la tragica verità sulle stragi non venga alla luce. Una verità comunque terribile perché se da una parte libererebbe il nostro Paese dall’inferno dell’inganno, dei compromessi e delle collusioni,  dall’altra comprometterebbe irrimediabilmente il sistema stesso.
Contro questo piccolo pool di magistrati coraggiosi e onesti è stata scagliata una sesta flotta capitanata dal Presidente della Repubblica con il noto conflitto di attribuzioni su quelle scomode intercettazioni, sicuro irrilevanti penalmente, ma probabilmente molto molto inopportune. A seguire lo stesso presidente del Consiglio che con dichiarazioni al limite dell’eversione ha accusato un altro potere dello stato, la magistratura di Palermo, di abuso nell’esercizio delle proprie funzioni senza averne nemmeno le prove.
Non sono un caso neppure le intimidazioni ai danni del procuratore Roberto Scarpinato mascherate da procedimenti disciplinari.
Poi si sono scatenati i presunti leader di partito come Casini, che ha accusato i magistrati di eversione, e i vari scendiletto Gasparri e Cicchitto nel rivoltante silenzio del capo della presunta opposizione di questo Paese, Pier Luigi Bersani e della cosiddetta sinistra. Che si è invece distinta con le ultime dichiarazioni di uno squallido traditore della causa come Luciano Violante, che pur di coronare la sua smisurata ambizione di presidente della corte costituzionale farebbe qualsiasi cosa.
Ovviamente non potevano mancare alla lista il senatore pregiudicato Marcello Dell'Utri e l’ex agente della CIA Giuliano Ferrara.
Hanno fatto eccezione solo Antonio Di Pietro, Sonia Alfano, Giulietto Chiesa, il senatore Luigi Li Gotti e pochi altri.
Dall’interno della magistratura solo Giancarlo Caselli e pochi altri hanno messo nero su bianco il loro pensiero e l’Anm solo oggi ha preso la posizione in difesa dei magistrati di Palermo, mentre come al solito il sinedrio del consiglio superiore della magistratura ha dato il suo silenzio assenso rendendosi complice della flotta stato-mafia.
A lanciare i razzi si è incredibilmente candidata la Repubblica con il già citato Scalfari che, oltre a insultare l’intelligenza del giudice costituzionale Zagrebelsky e dei lettori, è stato affiancato per l’occasione dall’articolo di Umberto Rosso che ha disegnato un retroscena di scontro tra Messineo e i suoi aggiunti e sostituti sulla vicende delle intercettazioni completamente falso. Ricostruzione infatti pienamente smentita da un comunicato del Procuratore:
"Allo stato della attuale normativa la distruzione delle intercettazioni senza contraddittorio davanti al giudice non appare ammissibile. Sul punto non vi è mai stato alcun mutamento di opinione, anche se esiste la massima disponibilità ad esaminare soluzioni giuridicamente valide. Tali soluzioni però allo stato non emergono non apparendo praticabile lo schema della pur argomentata e ben costruita 'circolare Salvi'''. "Sul regime giuridico da applicare alla distruzione delle intercettazioni non vi è mai stato con i colleghi Sava, Del Bene, Di Matteo e Ingroia, assegnatari del procedimento nessun contrasto e nessuna differenza di vedute. Siamo, infatti, pienamente convinti che è nostro dovere, come magistrati, applicare la legge esistente, spettando ad altre istituzioni statali la produzione di norme nuove e diverse, che comunque, se introdotte, applicheremo fedelmente".
Scalfari ha anche dichiarato che le procure di Palermo e di Caltanissetta hanno raggiunto “risultati mediocri” in questi anni, in merito ci auguriamo un intervento dei grandi giornalisti Bolzoni e Viviano visto che sono stati testimoni, con i loro puntuali articoli, di questa come di tante altre stagioni in cui le procure hanno dato ampia dimostrazione del loro lavoro.
E anche alcuni dei magistrati di Caltanissetta e Firenze non sono stati e non sono esenti da continui attacchi proprio affinché non arrivino a scoprire il volto dei mandanti esterni delle stragi.
Poche, davvero pochissime le voci controcorrente, a livello nazionale solo il Fatto Quotidiano ha reagito a protezione di questi magistrati e con loro solo alcune associazioni come le agende rosse di Salvatore Borsellino e testate minori come AntimafiaDuemila.
La grande paura che ha fatto scattare l’offensiva è che a ottobre se il gip Morosini riterrà che debba celebrarsi un processo si vedranno alla sbarra, per la prima volta assoluta nella storia, uomini dello stato e uomini della mafia accusati degli stessi reati.
Un precedente pericolosissimo per il potere, al di là delle possibili condanne, con un impatto dirompente paragonabile a quello del maxi processo quando il pool di Falcone e Borsellino mise in gabbia i mafiosi fino a quel momento intoccabili, dato che la mafia tanto per i notabili quanto per la chiesa cattolica non esisteva nemmeno.
Significa che d’ora in poi giovani magistrati cresciuti alla scuola di Scarpinato e Ingroia potranno avere l’ardire di alzare il dito e di accusare i potenti, rispettosi soltanto del dettato costituzionale dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
E questo concetto vale anche per i magistrati di Caltanissetta e di Firenze impegnati nelle indagini sui mandanti esterni.
Lo Stato-Stato, per dirla con il procuratore Teresi, sarà riuscito a far processare lo stato-mafia.
Questo potrebbe anche stimolare qualche grosso boss mafioso stufo di essere stato usato e gettato al 41 bis a colmare quei vuoti investigativi che ancora mancano per completare tutto il puzzle.
E il sistema criminale integrato questo non lo può permettere ed è per questo che sta accerchiando quel pool di magistrati di Palermo.
Una volta la P2 era costretta a muoversi nell’ombra, nell’occulto, oggi quegli stessi poteri che l’hanno generata: massoneria deviata, servizi deviati, finanza spregiudicata si muovono platealmente attraverso il maggior quotidiano del Paese, nel silenzio complice di quasi tutta la stampa e di quasi tutta la politica.
Un’ultima parola mi sia concessa per Violante. Poco prima che Giovanni Falcone venisse ucciso venne raggiunto da una serie di anatemi a cura dell’illustre firma. Non soddisfatto dell’esito di questa sua prima pagliacciata, Violante ci riprova e scommettiamo che poi sarà il primo a sedersi, a beneficio delle telecamere, davanti alle bare di quelli che magari tre giorni prima aveva violentemente attaccato e offeso.


Francesco Messineo: Infondate le critiche di Scalfari

La controreplica di Scalfari e la risposta del procuratore di Palermo
 
di AMDuemila - 11 luglio 2012
 
Palermo. Non si è fatta attendere la replica del procuratore di Palermo Francesco Messineo all’editoriale a firma del fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Nell’articolo di fondo di domenica Scalfari definisce “un illecito” le intercettazioni delle telefonate tra l’ex ministro Nicola Mancino (indagato per falsa testimonianza nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia ndr) e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Nell'ordinamento attuale - ha dichiarato Messineo - nessuna norma prescrive o anche soltanto autorizza l’immediata cessazione dell'ascolto e della registrazione quando, nel corso di una intercettazione telefonica legittimamente autorizzata, venga casualmente ascoltata una conversazione fra il soggetto sottoposto ad intercettazione ed altra persona nei cui confronti non poteva essere disposta alcuna intercettazione”. E poi ancora “si muovono alla polizia giudiziaria ed alla Procura di Palermo gravi quanto infondate accuse di avere commesso persino 'gravissimi illeciti' violando non meglio specificate norme giuridiche”.  
Inoltre il fondatore di Repubblica rimproverava ai Pm di conservare queste intercettazioni pur avendole giudicate, anche pubblicamente, irrilevanti e da distruggere. Per Scalfari infatti, l´intercettazione andava interrotta e la trascrizione distrutta. “Senza alcun intento polemico, ma solo per doverosa precisazione” Messineo ha aggiunto ancora che alla distruzione delle intercettazioni “si procede esclusivamente previa valutazione della irrilevanza e con l’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, sentite le parti”. E ha poi concluso: “Ciò è quanto prevedono le più elementari norme dell'ordinamento che sorprende non siano state tenute in considerazione”.
Intanto prosegue la polemica. Ieri il fondatore di Repubblica ha aggiunto una controreplica, chiedendo a Messineo chiarimenti sulla vicenda delle intercettazioni del caso Mancino-Napolitano . E stamani il capo della procura palermitana ha risposto sulle pagine di Repubblica  spiegando che “Tutte le norme citate da Scalfari regolano le intercettazioni dirette e cioè i casi nei quali l’Autorità Giudiziaria con proprio provvedimento ordini la intercettazione di una o più utenze telefoniche intestate ad un soggetto o delle quali comunque lo stesso risulti avere a qualunque titolo la disponibilità. 
In tali casi ovviamente se il soggetto da intercettare è protetto da immunità a qualsivoglia titolo, l’intercettazione non può essere disposta se non dopo avere ottenuto la necessaria autorizzazione”. 
In pratica per intercettare un parlamentare i magistrati devono ottenere prima l’autorizzazione del Parlamento. Invece ha aggiunto Messeno è diverso, “nel caso in cui venga occasionalmente ascoltata una conversazione fra un soggetto legittimamente intercettato e altro soggetto protetto da immunità quindi, come tale non assoggettabile ad intercettazione. 
In tali casi non vi è alcuna intercettazione “diretta” nei confronti del soggetto tutelato da immunità e quindi è del tutto fuori questione l’applicazione delle norme giuridiche citate nella nota che non riguardano il caso in esame essendo prescritte per le sole intercettazioni dirette”.
Un ulteriore precisazione infine sulla distruzione delle intercettazioni. Si legge nella lettera del procuratore: “Non sembra pertinente poi la citazione della sentenza Corte Costituzionale del 24 Aprile 2002 n. 135 (cui fa riferimento Scalfari ndr) che non riguarda affatto la materia delle intercettazioni a carico di soggetti tutelati da immunità”. La procedura  per le intercettazioni ritenute appunto“non rilevanti” ha spiegato infine Messineo “sarà attivata nei modi e termini di legge”.

venerdì 24 agosto 2012

L'ostile Juventus


Non mi piace parlare di calcio, perché lo considero lo sport più marcio del mondo, ma stavolta devo fare un'eccezione. Io non ho simpatie calcistiche, né antipatie, se non per chi delinque nello sport (e tante squadre e società di calcio lo hanno fatto). Buona lettura e riflessione, ammesso che fra i tifosi di calcio ci sia ancora qualcuno che ha abbastanza cervello da usare. 


 L’ostile Juventus
 

di Marco Travaglio - Il F.Q. 24/8/2012
 

Gentile John Elkann, Le scrivo da appassionato di calcio, ma soprattutto da juventino che aveva appena smesso di vergognarsi di esserlo dopo la dipartita di Moggi & C. grazie allo scandalo di Calciopoli. Ora, se possibile, gli juventini perbene, che hanno iniziato a tifare ai tempi di Boniperti,
Trapattoni, Zoff, Scirea, Gentile, Cabrini, Tardelli, Platini, e anche di Conte, quando la società indossava un certo “stile”, sono costretti a vergognarsi ancor più di prima. Mai infatti, nemmeno negli anni bui di Calciopoli, la Juventus si era spinta a tanto: manipolava arbitri e campionati, ma non negava alla giustizia sportiva il diritto di fare il suo dovere. 


Oggi invece Suo cugino - il signorino Andrea, che porta il cognome francamente eccessivo degli Agnelli - ha trasformato la società in una succursale del Pdl: da mesi insulta la Federazione di cui è uno dei soci più autorevoli e demolisce le regole e le istituzioni della giustizia sportiva, quasi fossero frutto di un complotto planetario contro la Juve, decise all’insaputa del club più potente d’Italia. Ma non sempre: solo quando danno torto alla Real Casa. Se la giustizia sportiva respinge i ricorsi per riottenere gli scudetti inquinati e dunque revocati, è una congiura e scattano addirittura le denunce civili per risarcimento danni (tanto la tremebonda Figc, che per molto meno ha deferito giocatori e dirigenti di altri club, porge l’altra guancia). Se condanna Conte in primo grado e in appello - fra l’altro per vicende cui la Juve, una volta tanto, è estranea - è “caccia alle streghe” o, per dirla con Berlusconte, i giudici sono “tifosi ” e “pappa e ciccia” con i testi d’accusa (ma non aveva chiesto di patteggiare su consiglio dei legali della società? S’è mai visto un innocente che patteggia?). Se invece gli juventini Bonucci e Pepe vengono assolti in entrambi i gradi di giudizio, il verdetto è sacrosanto e giustizia è fatta. 

Che direbbe, se fosse vivo, Gianni Agnelli? Era tutt’altro che una mammoletta. Ma quando Boniperti
usava Moggi come osservatore, non lo faceva entrare in sede: l’Avvocato lo chiamava “il nostro stalliere” e mai l’avrebbe promosso non dico direttore generale, ma nemmeno magazziniere. Quando, nel 1980, la società fu coinvolta nello scandalo scommesse per un famigerato Bologna-Juve, non si ricorda una sola parola dell’Avvocato, di Boniperti giù giù fino al vicemassaggiatore, contro la Figc e i suoi organi inquirenti e giudicanti. E quando la Fiat, come quasi tutti i grandi gruppi, fu coinvolta in Tangentopoli, Gianni Agnelli si guardò bene dall’attaccare i magistrati. Anzi disse: “È bene che i magistrati lavorino serenamente e tranquillamente. Gli scandali è sempre bene che vengano a galla.

Ritengo importante che si faccia piena luce e si accertino i fatti. Non credo alle mezze misure. In certe situazioni è determinante la chiarezza totale”; “Anche in Fiat si sono verificati alcuni episodi non corretti di commistione con il sistema politico. Credo sia errato e fuorviante pensare che le indagini della magistratura siano parte di un complotto o di oscure manovre politiche”. Si dirà: era pura ipocrisia. Può darsi: ma l’ipocrisia è la tassa che il vizio paga alla virtù. Ora si evade anche quella.
 

Domani inizia un campionato turbolento che, complice la crisi, potrebbe diventare teatro di violenze
e intemperanze fra tifosi. Non crede, gentile Elkann, che sarebbe molto opportuna qualche parola
distensiva dal club campione d’Italia, magari mutuata da quelle dell’Avvocato sui magistrati che devono “lavorare serenamente e tranquillamente”, sugli scandali che “è sempre bene che vengano a galla” senza “mezze misure”, sulle indagini e le sentenze che non sono “complotti od oscure manovre”? Se il Suo focoso cugino è in grado di pronunciarle, queste parole, tanto meglio. Altrimenti forse è il caso di metterlo in condizione di non fare altri danni alla fu Juventus. 


Nell’attesa, e nella speranza, che prima o poi impari come sta al mondo un Agnelli.
_ _ _ _ _ _ _ _ _

A chi ancorra tiene il prosciutto negli occhi (le fedi calcistiche sono peggio di quelle politiche, in quanto ad annichilimento del buonsenso) ascolti qui: "A CONTE E' ANDATA BENE"

Napolitano e Scalfari: altra figuraccia. Anche Cordero li smaschera!


In una Democrazia i cittadini hanno diritto di conoscere la verità. In una democrazia la criminalità organizzata va schiacciata, non ci si stratta. Chi tratta con (e copre) la criminalità organizzata sta distruggendo le basi su cui posa una democrazia.

Dopo Zagrebelski e Travaglio, già riportati anche qui, si impegna anche uno dei più autorevoli esperti di Procedura Penale (ne è professore univeristario), e in due interviste non le manda certo a dire. E Napolitano/Scalfari devono chinare il capo, pateticamente. Nessun appiglio giuridico dà ragione alle sparate in stile mafioso del capo dello Stato né alle elucubrazioni deliranti del "giornalista" di Repubblica (se penso che l'alternativa è Gianni Letta, rabbrividisco - quando invece andrebbe premiata Margherita Hack). Anche queste parole vanno lette con attenzione: è facile capire che Napolitano ha qualcosa da nascondere se chiede alla Magistratura di agire contro le regole (quindi la sta istigando a delinquere) e se le scatena attorno una guerra minacciosa in puro stile mafioso, ben coadiuvato da servili fantocci (Monti, cui ha regalato la poltrona di senatore a vita e poi il governo; Scalfari, che quella poltrona la vuole più di ogni altra cosa).


Napolitano ha torto e i fan del Quirinale detestano la logica


"La mossa incongrua è contestare l’iter giudiziario palermitano postulando un tabù nemmeno formulabile in moderna lingua giuridica”. Intervistato dal Fatto quotidiano il più autorevole studioso di procedura penale spiega perché la Consulta dovrebbe respingere il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle contro i Pm.

di Silvia Truzzi, da il Fatto quotidiano, 22 luglio 2012

Non sarà una guerra nucleare, com’è stato scritto, ma il conflitto d’attribuzioni tra poteri dello Stato sollevato dal Quirinale contro la Procura di Palermo non è né un atto frequente né un fatto politicamente irrilevante. Non solo per il terreno – delicatissimo – nel quale si muove (la trattativa Stato-mafia); anche per le premesse dal quale muove: ovvero la presunta violazione delle prerogative costituzionali del capo dello Stato. Per questo, a distanza di una ventina di giorni dall’ultima intervista, abbiamo nuovamente interpellato il professor Franco Cordero.

Nel suo discorso per l’anniversario della morte di Paolo Borsellino, Napolitano ha fatto riferimento alla sua qualità di Presidente del Csm. Nell’anniversario dell’eccidio in via D’Amelio lodevolmente Giorgio Napolitano auspica scavi profondi, fuori d’ogni cautela motivata da cupe “ragioni di Stato”, senonché gli ultimi eventi intorbidano l’aria. Nel predetto discorso formulava direttive sul come condurre le indagini, ritenendo compito suo vegliare, quale presidente del Csm. Frase da soppesare: non intendiamola nel senso d’una censura d’atti giudiziari esercitata dall’altissima sede; la disciplina dei processi è codificata; gl’interventi sovrani erano fenomeno d’ancien régime (ancora nell’art. 68 dello Statuto Albertino, 4 marzo 1848, “la giustizia emana dal re”).

Mettiamo a fuoco i termini del caso che ha visto ascoltato Napolitano sul telefono intercettato dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. La mossa incongrua è contestare l’iter giudiziario palermitano. Dei pubblici ministeri ritengono false le dichiarazioni d’un ministro degl’Interni a proposito d’oscuri rapporti Stato-mafia: v’indagano; N. M. era sottoposto a legittimo controllo telefonico; manda insistenti appelli ai consiglieri del Quirinale; sollecita aiuti irrituali; conversa anche col Presidente. Qui esplode l’imprevedibile conflitto “tra poteri dello Stato” (art. 134 Cost.).

Era o no ascoltabile il Presidente? L’assunto è che l’ascolto fosse abusivo, contro un “divieto assoluto”: parole da non udire; non se ne possa tenere alcun conto; e i relitti vadano eliminati senza ritardo. Discorso nient’affatto plausibile. Sia detto en passant, rifluiscono categorie del pensiero-fantasia arcaico: vedi James George Frazer, Il ramo d’oro, o Marc Bloch, I re taumaturghi; ancora Carlo X Borbone, 31 maggio 1828, sfiora con le dita gli scrofolosi, recitando una formula meno impegnativa (“il re ti tocca, Dio ti guarisca”). Siamo in Italia, XXI secolo, anno Domini 2012. La questione non è mistica, magica o metafisica ma giuridica: quando detti del Presidente passano nei telefoni d’un intercettato, gli operatori devono tagliare corto, inorriditi?; e l’empio materiale va subito ridotto in cenere, qualunque cosa contenga, salvi i casi d’alto tradimento o attentato alla Costituzione?

Parliamo della norma secondo cui le parole in questione non sarebbero mai ascoltabili e tantomeno registrabili. Non esiste. E se esistesse nella Carta o in leggi ordinarie, sarebbe residuo del folklore primitivo.

Proviamo ad analizzare le ragioni addotte nel decreto del Quirinale che solleva il conflitto d’attribuzioni.

Il decreto 12 luglio nomina due fonti. Secondo l’art. 90 Cost., il Presidente non risponde degli atti inquadrabili nelle sue funzioni, tranne alto tradimento e attentato alla Costituzione: vero e nessuno lo nega; stiamo parlando d’altro, del come usare o no parole d’un dialogo telefonico. Né gli giova l’art. 7, comma 3, l. 5 giugno 1989 n. 219: a carico Suo gl’inquirenti possono disporre intercettazioni et similia solo dopo che la Corte competente a giudicarlo l’abbia sospeso dalla carica; qui nessuno aveva disposto ascolti del Quirinale; l’intercettato era l’ex ministro. Due situazioni non equiparabili. Il giudice sottopone a controllo dati telefonici: l’ancora ignoto interlocutore appartiene a una cerchia indeterminata; sarà identificabile quando abbia parlato. Immaginiamo una norma concepita così: “Le parole del Presidente, comunque captate, anche in via fortuita, non esistono nel mondo delle effettualità giuridiche e i reperti vanno subito clandestinamente distrutti”; sarebbe invalida perché i processi elaborano possibili verità storiche nel contraddittorio delle parti; e può darsi che la decisione giusta dipenda dalle emissioni verbali obliterate; i segreti ostano alla cognizione critica; in ossequio a una mistica patriottarda li invocavano falsari reazionari nell’ affaire Dreyfus.

Si parla di “vuoto normativo” per la legge sulle intercettazioni, in riferimento appunto al caso delle intercettazioni indirette di persone protette dall’immunità: c’è davvero un vacuum? Corrono voci d’una lacuna e l’augurio è che sia colmata dalla Consulta. Non vedo lacune. Il caso è previsto dalla l. 20 giugno 2003 n. 140, contenente norme sui processi relativi alle “alte cariche dello Stato”. Gli artt. 4 e 6 regolano due contesti: che sia disposto l’ascolto delle predette persone; o conversino con l’intercettato (distinzione capitale, l’abbiamo visto), allora spetta al giudice dire se le parole intruse siano o no rilevanti nella res iudicanda. Consideriamo la seconda ipotesi: non interessano, ma sul punto vanno udite le parti in camera di consiglio; indi, se quel giudice non ha mutato avviso, i materiali saranno distrutti. Se mai noterei come il meno tutelato qui sia chi ha interesse all’uso del materiale in questione. Tale procedura seguono gl’inquirenti palermitani: l’avevano detto, che quei discorsi siano irrilevanti; l’imputato, o quasi tale, chieda l’incidente camerale (art. 6, c. 1); e tutto finisce lì, pacificamente. Il decreto 12 luglio dichiara guerra postulando un tabù nemmeno formulabile in moderna lingua giuridica.

La Procura di Firenze aveva già intercettato Napolitano. Infatti non è il primo accidente del genere. Era avvenuto nell’aprile 2009: la voce del Presidente captata sulle linee del sottosegretario Guido Bertolaso, sul quale la Procura fiorentina indagava in tema d’appalti: frasi irrilevanti; nessuno ha eccepito la prerogativa; e figurano ancora agli atti nel processo traslato a Perugia, tanto poco importavano. Nessuno insidia i vertici dello Stato, largamente tutelati dalle norme. In sede storica notiamo come l’intero affare nasca da una gaffe omissiva: non sarebbe successo niente se quando l’ex ministro bussava telefonicamente alla porta del Quirinale, i consulenti gliel’avessero gentilmente chiusa; non erano cose delle quali fosse corretto parlare.

Crede che un eventuale accoglimento da parte della Consulta, possa costituire un pericolo per il futuro?
Cos’avverrà nel giudizio instaurato dal Presidente è materia prognostica, dove valgo poco: lasciamola ai cultori delle voci tra le quinte; in logica del diritto direi pensabile solo un responso negativo, nel senso che la Procura palermitana non abbia violato alcun limite



Franco Cordero: la “prerogativa” invocata dal Colle non esiste


In una durissima intervista al “Corriere della Sera” il più autorevole studioso di procedura penale ridicolizza come ignoranti e prevenuti quanti si sono schierati con Napolitano contro la procura di Palermo: “le norme dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”.

di Maria Antonietta Calabrò

Non rinuncia al suo linguaggio provocatorio e immaginifico il professor Franco Cordero, giurista (suo un importante manuale di «Procedura penale») e scrittore. Nel 2002 coniò il celebre termine Caimano fornendo ispirazione per il film di Nanni Moretti su Berlusconi. Il suo ultimo libro è un saggio sul Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di Giacomo Leopardi, Seguito dai pensieri d'un italiano d'oggi (2011, Bollati Boringhieri).

Professor Cordero, qual è la sua opinione sul conflitto sollevato dal presidente della Repubblica?«Il conflitto lo covava e lunedì 16 luglio annuncia d'essere sceso in campo davanti alla prospiciente Consulta, ritenendo lese le sue prerogative dalle intercettazioni nelle indagini sull'oscuro rapporto Stato-mafia, 1992-93. Perché? Perché ascoltando Nicola Mancino, allora ministro dell'Interno, l'addetto coglieva anche la voce del Presidente interlocutore. Nefas (crimine,ndr)!: doveva chiudersi le orecchie, rompere l'audizione; parole da dimenticare, come non dette; divieto assoluto d'usarle a qualsivoglia fine e il pubblico ministero chieda subito l'incenerimento. Empiamente, gli inquirenti ripassano i dialoghi, concludendo che non interessino nel procedimento in corso, ma restano agli atti e l'effetto lesivo sarebbe aggravato appena se ne parlasse davanti alle parti in camera di consiglio».

Ha ragione la Procura di Palermo?«Forse conviene rammentare due o tre concetti. Abbiamo un ordinamento chiuso, variabile solo nelle forme e con i limiti prescritti dalla Carta: le norme non germinano spontaneamente né vengono da fuori; stanno in testi formati a quel modo; i giuristi chiamano "ermeneutica" l'arte con cui le scovano. Ora, dicono tutt'altro gli articoli invocati dal Colle. Vediamoli: innanzitutto che il capo dello Stato sia incriminabile solo "per alto tradimento o attentato alla Costituzione". Ma qui, nessuno lo incrimina. E rispetto a lui siano ammessi provvedimenti investigativi e misure cautelari solo quando la Consulta l'abbia sospeso dalle funzioni. Qui, aggiungo, nessuno provvedeva sul presidente della Repubblica, conversante da Monte Cavallo (il colle del Quirinale, ndr): l'ascoltato era Mancino. Mancando norme che lo dicano, definire tabù le parole dell'altro è gesto esclamativo d'esiguo valore dialettico!».

La legge dell'89, secondo lei, quindi vieterebbe solo le intercettazioni dirette sul Presidente: il caso attuale è diverso?«Profondamente diverso. Ne parla a lungo l'articolo 7 della legge 20 giugno 2003 n. 140 (processi alle alte cariche dello Stato, la più alta delle quali siede sul Colle). L'articolo 6 regola le intercettazioni miranti a tali persone (in gergo, "dirette"). "Fuori delle ipotesi ivi previste", il giudice considera rilevanti o no le emissioni verbali dell'interlocutore, e nel secondo caso non manda tout court i relativi materiali all'inceneritore: vanno sentite infatti le parti, perché in Italia abbiamo un processo accusatorio; e può darsi che una o più d'esse ritengano utili le cose dette. Se ne discute in camera di consiglio. Qualora poi cambi opinione, il giudice chiede l'assenso alla Camera competente. Gli inquirenti palermitani, dunque, sono in perfetta regola».

L'articolo 271 del codice penale esclude dalla distruzione dei reperti i corpi del reato: questo influisce nel caso concreto?«Sì, e così va a picco la teoria della cosiddetta prerogativa: che le parole in questione siano materia penale, lo stabiliscono teste pensanti, da ciò deriva la procedura camerale. L'articolo 271 smentisce l'invisibile "divieto assoluto". Idem ogniqualvolta nastri o dischi forniscano argomenti utili contro persone diverse da chi gode dell'immunità. Supponiamo che indichino dei fili alla storia giudiziaria d'un caso monstre come qual è l'attuale: non è politica virtuosa reciderli in ossequio alla "prerogativa", dogmaticamente asserita, quando le norme dicono l'opposto a lettori informati ed equanimi».

giovedì 23 agosto 2012

Lo Stato aiuta la Mafia. La DIA si ribella


No, scusate: ma Mario Monti e la Severino si stanno rendendo conto a quale progetto diabolico stanno attivamente partecipando? Tagli e tagli per la spenig-review e viene decapitata anche la DIA. Nel silenzio di quasi tutta la stampa (anche Repubblica e Scalfari tacciono: servi del padrone) la notizia sta passando inosservata. La Mafia ringrazia e continua le sue attività criminali, lo Stato le dà una bella mano. Io sono incazzato nero, questi imbecilli vanno presi a sonori ceffoni, in faccia.


Gli agenti della Dia: “Coi tagli si sta smantellando la Direzione antimafia”

 

Era il sogno di Giovanni Falcone, che aveva compreso la necessità di avere un’unica struttura di polizia per affiancare i magistrati impegnati nella lotta alla criminalità organizzata. "La stanno uccidendo a piccoli passi, perché nessuno si assumerebbe la responsabilità di eliminarla in un colpo"


di Silvia D’Onghia

Era il sogno di Giovanni Falcone, che aveva compreso la necessità di avere un’unica struttura di polizia per affiancare i magistrati impegnati nella lotta alla mafia. In realtà la legge istitutiva della Direzione investigativa antimafia (Dia, ndr) non è mai stata applicata. Anzi, oggi qualcuno sta cercando di smantellarla del tutto”. È amareggiato, uno dei poliziotti che hanno scelto di non tacere più, oltre che arrabbiato. Sta assistendo, impotente, all’agonia di un organismo che – tanto per fare un esempio – tra il 2009 e il primo semestre del 2011 ha sequestrato beni per 5,7 miliardi di euro e ne ha confiscati altri per 1,2 miliardi di euro. Cifre che rappresentano l’introito maggiore per il Fondo unico Giustizia. “Se si sono finalmente aperti gli occhi sugli intrecci tra mafia e politica nel Nord Italia, lo si deve alla nostra attività – spiega un funzionario che per motivi di sicurezza deve restare anonimo –. L’operazione ‘Breakfast’, per esempio, che ha coinvolto alcuni elementi di spicco della Lega Nord. O la ‘Doma’, nella quale sono finiti colletti bianchi e politici nazionali, ‘vicini’ al clan dei Casalesi. Qualche mese fa è partita una nuova richiesta d’arresto nei confronti dell’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino. O le principali inchieste di Palermo, dove – guarda caso – i magistrati stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia. Ma forse è proprio per questo che siamo diventati scomodi”. Lo smantellamento sembra procedere a piccoli passi, perché nessuno si assumerebbe la responsabilità di distruggere in un colpo solo la creatura di Falcone. Ma basta mettere insieme alcuni fatti degli ultimi 10 mesi per rendersi conto della situazione.

E’ stato inutile, per gli uomini della Dia, protestare sotto Montecitorio il 26 ottobre dello scorso anno. Pochi giorni dopo, il 12 novembre, la legge di stabilità ha drasticamente tagliato il Trattamento economico aggiuntivo (Tea), quella che in gergo viene chiamata “indennità di cravatta”: una compensazione economica (circa 250 euro mensili per un ispettore con 30 anni di carriera sulle spalle) che riconosce la specificità del lavoro di poliziotti, carabinieri e finanzieri della Dia. Nonostante proteste e numerose interrogazioni parlamentari, si è passati al 35 per cento di quella cifra. Peccato, però, che proprio da novembre dello scorso anno il Tea non sia più stato corrisposto: né nella sua interezza – per i mesi di novembre e dicembre – né nella misura del 35 per cento. Tanto che circa 500, tra sottufficiali e ufficiali, hanno presentato ricorso. “Ora l’Avvocatura dello Stato ha scritto al Dipartimento chiedendo perché non sono stati erogati quei fondi – prosegue il funzionario – e sottolineando come il personale sia l’ultima risorsa da toccare, anche in tempi di spending review”. Non solo: c’è un’analoga lettera del ministero dell’Economia che, preoccupato, fa notare come adesso siano da pagare anche gli interessi di mora. Non si capisce dunque perché la situazione non si sblocchi. Il bilancio della struttura, in generale, è stato fortemente penalizzato: si è passati dai 28 milioni di euro del 2001 ai 9 di quest’anno. Oltre tutto della Dia dovevano far parte, secondo la legge istitutiva del 1991, tra le tremila e le quattromila unità. Numeri mai raggiunti. Oggi la Direzione è composta da circa mille e 400 persone, 12 centri operativi e sette sezioni distaccate, “e ci sono centri che non hanno più personale della polizia di Stato, non mandano più né funzionari né ispettori”. Però ad aprile è accaduta un’altra cosa: è stato firmato un protocollo d’intesa tra la Direzione nazionale antimafia e il Corpo forestale dello Stato, per cui quest’ultimo metterà a disposizione i propri nuclei specializzati e la propria competenza in materia di tutela del territorio. “Nulla contro i colleghi della Forestale – spiega un agente –, ma il rischio è di perdere la nostra specificità, la nostra esperienza in materia di reati associativi. Se entra la Forestale dovrà entrare anche la Penitenziaria”.

Quello che spaventa di più gli uomini dell’Antimafia, però, sta avvenendo in realtà molto sotto traccia. Si stanno creando gruppi interforze ad hoc per il controllo degli appalti: vedi la ricostruzione all’Aquila (Gicer), l’Expo Milano 2015 (Gicex) e ora il terremoto in Emilia. “Ma la Dia ha già al suo interno un Osservatorio centrale sugli appalti” conclude il funzionario. La sensazione, dunque, è che la si voglia svuotare di soldi e significato. “C’è un atteggiamento vessatorio nei confronti del personale della Dia – fa notare Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia – e la politica si mostra disattenta rispetto a tutto questo”. “Non colgo un’azione volontaria per smantellarla – ci va più cauto il segretario del Silp Cgil, Claudio Giardullo –, ma un immobilismo incomprensibile che rende impossibile utilizzare una struttura di eccellenza”. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sorridono ancora nella pagina riservata alla Dia sul sito del Viminale. Sorridono ignari.




mercoledì 22 agosto 2012

Eugenio Scalfari, le sviolinate a Monti e Napolitano, e quella Poltrona da Senatore...


Arrivare a negare la realtà, a manipolarla; abbassarsi al livello di Feltri, Sallusti o Belpietro nell'insozzare la Magistratura che lavora per accertare le verità; attaccare lo stesso Zagrebelski; fare a pezzi tutti quelli che non pendono dalle labbra di Mario Monti o Re Giorgio Napolitano. Il tutto in perfetto disaccordo con tonnellate di articoli pubblicati anni orsono (davvero pochi, ma dati i contenuti dei nuovi articoli sembrano secoli). Tutto ha una spiegazione, sempre. Per Eugenio Scalfari la motivazione è semplice: acchiappare ad ogni costo la Poltrona d'Oro di Senatore a vita... soldi a palate, privilegi di casta, intoccabilità, rispetto da tutti (anche quando si dicono cappellate) e l'abito da Senatore da sfoggiare spocchiosamente davanti a tutti. Ecco a cosa mira Eugenio Scalfari. Ecco perché sta prendendo le difese di Monti e Napolitano anche quando essi si mettono contro la Costituzione Repubblicana e il nostro Ordinamento Giuridico.

E' una cosa così patetica... eppure fa venire molta rabbia. Non è giusto!


Senatore a vita, nella “rosa” spunta il nome di Eugenio Scalfari

 

Secondo il Corriere della Sera tra i papabili ci sono i nomi di Gianni Letta, sottosegretario della presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi, e poi Emanuele Macaluso, ex dirigente del Pci.Rimbalzano anche i nomi di Umberto Bossi e dell'astrofisica Margherita Hack


di Redazione Il Fatto Quotidiano

Sono solo rumors, ma ruotano intorno a una questione delicatissima: la nomina a senatore a vita a poco meno di un anno dalla fine del mandato di Giorgio Napolitano. E nella lista del Quirinale, su cui ragiona il Corriere della Sera, c’è anche Eugenio Scalfari. Il fondatore della Repubblica, che in questi giorni è sceso in campo a difesa del presidente della Repubblica e contro chi, come il presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelski, è nella rosa di coloro che hanno “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Con la scomparsa, a luglio, di Sergio Pininfarina il numero dei senatori della Repubblica è sceso a quattro. Dal Colle fanno sapere che nessuna pratica è stata aperta, ma tutti ricordano in quanto poco tempo arrivò la nomina di Mario Monti, nominato senatore il 9 novembre dell’anno scorso prima di diventare presidente del Consiglio.

Il quotidiano di via Solferino parla di “scommesse” nel mettere insieme una lista, ma sono azzardi che emergono “da alcune raccomandazioni rimbalzate in queste settimane”. In primis ci sono Scalfari, in passato e per poco tempo parlamentare Psi, e Gianni Letta, anche lui giornalista già direttore del “Tempo”, sottosegretario della presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi. Tra i più quotati anche Emanuele Macaluso, ex dirigente del Pci, con esperienze al vertice dell’Unità e del Riformista. A questo trio si affiancano altri nomi decisamente meno autorevoli come quelli dell’ex segretario della Lega Nord Umberto Bossi, senatore per elezioni allo stato, e quello emerito nella scienza della astrofisica Margherita Hack che potrebbe sedere sul seggio accanto a un’altra illustre donna italiana, il premio Nobel Rita Levi Montalcini. Completano l’attuale composizione dei senatori a vita Giulio Andreotti, l’ex capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi ed Emilio Colombo.

martedì 21 agosto 2012

Le dieci cappellate di Eugenio Scalfari sulla trattativa Stato-Mafia


Leggevo Repubblica, ora non più (l'ho già scritto, lo so). Sono schifato per come questo quotidiano tratti in maniera diversa chi spara sulla gente con le proprie manovre economiche senza pietà (Berlusconi venne giustamente fatto a pezzi, Monti invece no), e chi attacca e offende il lavoro della Magistratura (Berlusconi venne fatto giustamente a pezzi, Napolitano - e Monti - invece no). Perché cambiare? E la coerenza?


“Eugenio che dici”, i 10 motivi per cui Scalfari sbaglia sulla trattativa Stato-mafia

 

Il fondatore di Repubblica ha risposto a Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, che venerdì aveva fatto a pezzi il conflitto di attribuzione di Napolitano contro la Procura di Palermo. E, già che c’era, ha offeso la logica, la verità storica, la professionalità dei magistrati e la memoria di Falcone


di Marco Travaglio

Domenica, su Repubblica, Eugenio Scalfari ha risposto a Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale nonché illustre collaboratore del suo giornale, che venerdì aveva fatto a pezzi il conflitto di attribuzione di Napolitano contro la Procura di Palermo e gli argomenti dei supporter del Quirinale, Scalfari in primis. Ma, oltre a contrapporre i propri argomenti a quelli di Zagrebelsky, il fondatore di Repubblica lo ha anche attaccato personalmente, dipingendolo come uno sprovveduto, ignorante, disinformato e scorretto (“Zagrebelsky mostra di non rendersi conto…”, ha commesso “una scorrettezza che è lui il primo a considerare grave”, “non dovrei esser io a ricordare a un ex presidente della Corte…”, “forse Zagrebelsky non era al corrente di questo interessante dettaglio”, per non parlare della “delusione” provocata in lui dall’adesione del giurista all’appello del Fatto per i magistrati siciliani). E, già che c’era, ha offeso la logica, la verità storica, la professionalità di tutti i magistrati antimafia degli ultimi vent’anni e persino la memoria di Giovanni Falcone.

1. Cui prodest?L’articolo di Zagrebelsky… rafforza e conforta col prestigio giudiziario del suo autore la campagna in corso da tempo contro il Quirinale… prima ancora che le inchieste palermitane fornissero un’ulteriore occasione e che ha poi acquistato una virulenza che va molto al di là del sacrosanto diritto di informazione e di critica… Invito perciò Zagrebelsky a porsi il problema dell’uso che verrà fatto da quelle forze politiche e da quei giornali delle sue dichiarazioni”. Scalfari dipinge una scena di pura fantapolitica: un Napolitano solo e inerme dinanzi all’assalto congiunto di forze vastissime e potentissime. La realtà è opposta: l’intera maggioranza parlamentare (Pdl, Udc, Pd) con l’aggiunta della Lega stanno acriticamente con Napolitano, così come tutti i tg e i giornali. Gli unici che si permettono critiche argomentate sulla gestione sgangherata e autolesionistica del caso Quirinale-Mancino (dunque dopo e non prima degli esiti dell’inchiesta palermitane) sono: in Parlamento, l’Idv; in edicola, il Fatto; sul web, Grillo. Fra i costituzionalisti, solo Zagrebelsky ha criticato il Presidente, tutti gli altri l’hanno difeso a spada tratta; idem fra i processualisti, con l’eccezione di Cordero. Ma, siccome “amicus Plato, sed magis amica veritas”, un giornalista dovrebbe verificare cosa dice la legge e come si sono svolti i fatti, non chi si “rafforza” e da chi si viene “usati” sostenendo questa o quella tesi. Altrimenti, a furia di “cui prodest?”, si potrebbe sostenere che gli attacchi di Scalfari ai pm antimafia rafforzano il Pdl e B., che infatti (vedi Giuliano Ferrara), difendono Napolitano e persino su Scalfari “usando” i suoi scritti per screditare la magistratura. Del resto, se un intellettuale deve tenere per sé le sue critiche a Napolitano per non lasciarle “usare” da chi “attacca il Capo dello Stato”, perché Scalfari attaccò almeno tre capi dello Stato come Antonio Segni (per il piano Solo sull’Espresso), Giovanni Leone (sull’Espresso) e Francesco Cossiga? Forse che il Capo dello Stato è criticabile e attaccabile solo quando non piace a Scalfari?

2. La legge dell’ex.Sconcerta constatare che un ex presidente della Consulta si è già espresso (sul conflitto innescato da Napolitano contro i pm di Palermo, ndr)… Una scorrettezza che è lui il primo a considerare grave”. Cioè: un ex presidente della Consulta sarebbe scorretto solo perché commenta un conflitto di attribuzioni promosso dal capo dello Stato dinanzi alla Consulta di cui non fa più parte? E allora perché Scalfari non ha accusato di scorrettezza tutti gli altri presidenti emeriti della Consulta – Mirabelli, Onida, Capotosti, De Siervo, Casavola e Flick – che quel conflitto l’han commentato eccome, per dare ragione al Colle? È scorretto commentare per criticare, mentre è corretto commentare per plaudire? In questo caso Scalfari confonderebbe la libertà di espressione col dovere di encomio.

3. Armi pari o impari?La Corte si è più volte espressa, in varie occasioni e con vari presidenti della Repubblica, con sentenze e giudizi contrastanti con decisioni del Capo dello Stato. Ha bocciato atti da lui firmati, iniziative da lui prese, perfino leggi elettorali da lui promulgate. Nel caso in questione Zagrebelsky ha caricato il ricorso di significati che esso non ha”. Insomma nessun duello ad armi impari e dall’esito scontato (pro-Napolitano), come scrive Zagrebelsky. Forse a Scalfari sfugge che mai un presidente della Repubblica ha attivato un conflitto di attribuzioni contro un ufficio giudiziario, tantomeno perché la Consulta gli conferisca una nuova prerogativa costituzionale (Scalfari invoca una sentenza “additiva” o “interpretativa”, ammettendo dunque che quella prerogativa nel testo della Costituzione non esiste). Insomma, non esistono precedenti: dichiarare incostituzionale una legge promulgata dal Presidente (tutte le leggi sono promulgate dal Presidente, altrimenti non entrano in vigore) non significa bocciare il Presidente, visto che le leggi sono responsabilità di chi le propone e di chi le approva in Parlamento e il Presidente – come Scalfari e Napolitano hanno sempre sostenuto – non può respingerle se non in casi eccezionali e solo in prima battuta.

4. Immunità da Comma 22.Il ricorso (di Napolitano alla Consulta contro i pm di Palermo, ndr) chiede soltanto che… venga chiarito se l’irresponsabilità politica del Presidente per atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni contempli anche l’inconoscibilità di quegli atti qualora essi siano ritenuti processualmente irrilevanti”. Inconoscibilità? Ma quando mai una Costituzione potrebbe prevedere che gli atti compiuti da un Presidente nell’esercizio delle sue funzioni, dunque pubblici per definizione, siano inconoscibili? Questa è talmente grossa che non la sostiene neppure Napolitano. Il quale invece pretende l’“inconoscibilità” delle sue conversazioni indirettamente e casualmente intercettate sul telefono di Mancino: e anche questa è impossibile, visto che anche per distruggerle subito (come chiedono Napolitano e Scalfari), i magistrati dovrebbero comunque prima valutare se erano nell’esercizio delle funzioni, dunque ascoltarle e conoscerle. Scalfari ricorda che la Procura le ha giudicate “processualmente irrilevanti”: cosa che non avrebbe potuto fare se le avesse distrutte senza ascoltarle. Da un lato si chiede di distruggerle perché relative all’esercizio delle funzioni e giudicate irrilevanti; dall’altro si pretende che i magistrati non le conoscano e si accusa la Procura (vedi decreto Napolitano del 16 luglio) di aver leso le prerogative del Presidente nell’atto stesso di ascoltarle e valutarle. Roba da Comma 22: per ottenere l’esonero dalla guerra, il soldato deve dichiararsi pazzo; ma il Comma 22 stabilisce che chi chiede l’esonero non è pazzo.

5. La fantavvocatura.L’Avvocatura dello Stato, prima che il ricorso presidenziale fosse redatto, era andata in visita alla Procura di Palermo ed aveva proposto la distruzione delle registrazioni in questione. Ne aveva ricevuto un rifiuto. E dunque il ricorso. Forse Zagrebelsky non era al corrente di questo interessante dettaglio”. Per forza che non era al corrente: questo dettaglio interessante non è mai avvenuto. Se l’è inventato Scalfari per attribuire alla Procura un conflitto partito dal Quirinale. Infatti ieri l’hanno smentito la Procura di Palermo e persino l’amato Quirinale. Il procuratore Francesco Messineo spiega che l’Avvocatura non ha reso alcuna visita in Procura: ha solo scritto una lettera per sapere se esistessero conversazioni intercettate Mancino-Napolitano e, se sì, perché non fossero state distrutte. Il procuratore Messineo ha risposto che, ove mai esistessero, non avrebbero rilevanza penale (infatti non risultano agli atti depositati a fine indagine) e spetterà al gip decidere se distruggerle nell’apposita udienza alla presenza degli avvocati. Se l’Avvocatura avesse proposto alla Procura di distruggerle su due piedi, fra il lusco e il brusco, senza passare dal gip e dal contraddittorio fra le parti, in violazione dell’art. 269 del Codice di procedura, avrebbe commesso il reato di istigazione a delinquere. E, se questi avessero accolto la proposta indecente, avrebbero commesso un reato e un illecito disciplinare. Ma per fortuna nulla di tutto ciò è mai accaduto.

6. Pm fannulloni.Ci sarebbero da esaminare i risultati delle inchieste che da vent’anni si svolgono a Palermo e Caltanissetta e che finora hanno dato assai magri risultati tranne quello – a Caltanissetta – d’aver fatto condannare… un mafioso accusato dell’omicidio di Borsellino, poi rivelatosi innocente dopo aver scontato otto anni di carcere duro”. Dunque, in vent’anni, le Procure antimafia di Palermo e Caltanissetta non han combinato nulla, se non far condannare un innocente – il falso pentito Scarantino – per via d’Amelio. I procuratori Caselli, Grasso, Messineo, Tinebra, Lari e decine di loro aggiunti e sostituti si sono grattati la pancia dal 1992 a oggi. Strano, pensavamo che avessero decapitato il clan dei corleonesi, facendo arrestare e condannare all’ergastolo centinaia di boss, fra cui Riina, Provenzano, Bagarella, Brusca, i Graviano, Aglieri ecc. rischiando la pelle e scoprendo autori e mandanti diretti delle stragi e di centinaia di delitti eccellenti, e sequestrando centinaia di milioni di euro. Evidentemente ci sbagliavamo. Nessun arresto, processo, condanna, sequestro. Solo un errore giudiziario: quello su Scarantino, peraltro reo confesso con un’autocalunnia pianificata da dirigenti e agenti di Polizia che nessun ministro dell’Interno (nemmeno Napolitano) ha mai ritenuto di mettere sotto inchiesta disciplinare per scoprire perché e per chi depistarono. Senza contare che il depistaggio Scarantino è stato poi smascherato dagli stessi pm di Caltanissetta che, grazie alle rivelazioni del pentito Spatuzza, hanno istruito il processo di revisione.

7. La trattativa buona. Ci sarebbe da distinguere tra trattativa e trattativa. Quando è in corso una guerra la trattativa tra le parti è pressoché inevitabile per limitare i danni. Si tratta per seppellire i morti, per curare i feriti, per scambiare ostaggi. Avvenne così molte volte ai tempi degli anni di piombo. Il partito della fermezza che non voleva trattare con le Br, e quello della trattativa. Noi fummo allora per non trattare; socialisti, radicali e una parte della Dc erano invece per la trattativa”. Dunque quella che per Scalfari fino a due settimane fa era la “presunta trattativa”, ora è una sicura e sacrosanta trattativa. Nel 1992 era “in corso una guerra” fra due “parti”, l’esercito dello Stato e quello della mafia, che poi si misero d’accordo per “limitare i danni” (di chi? come?), “seppellire i morti” (di chi? quali?), “curare i feriti” (di chi? quali?), “scambiare ostaggi” (c’erano ostaggi? e chi li aveva catturati?). Fu così anche “negli anni di piombo”, anzi solo quando le Br sequestrarono uomini politici democristiani: prima Aldo Moro, poi Ciro Cirillo. Nel primo caso si tentò di trattare, ma non ci si riuscì. Nel secondo, ci si riuscì, chiamando in soccorso la camorra di Cutolo. Già, ma la prima volta chi era per trattare (parte della Dc, Craxi, Martelli, Signorile, Pannella, Sciascia), lo dichiarò alla luce del sole e la possibile contropartita era un atto legittimo, confessabile e confessato: la grazia presidenziale a una brigatista non accusata di fatti di sangue, Paola Besuschio, ma il presidente Leone arrivò troppo tardi. Nel caso Cirillo, chi trattò lo tenne nascosto, ma fu scoperto dalle indagini dei magistrati. Che c’entra tutto questo con le stragi? Nulla. Le Br volevano abbattere lo Stato. Cosa Nostra nel ’92 voleva costringere lo Stato a trattare per stabilire un nuovo patto di convivenza con una nuova classe politica, visto che la vecchia stava sfarinandosi per Tangentopoli. Infatti Riina eliminò subito il traditore Salvo Lima e programmò di assassinare altri politici che avevano tradito i patti o le attese, e poi Falcone che lavorava con Martelli nel governo Andreotti. “Fare la guerra per fare la pace”, disse il boss. Lo Stato ufficialmente dichiarò la guerra e invece si attivò segretamente per fare la pace: la prima mossa, secondo l’accusa, l’avrebbe ispirata Mannino per salvarsi la pelle. Riina se ne felicitò con gli altri boss (“si sono fatti sotto”) e, quando la prima trattativa del Ros sembrò arenarsi, decise di “dare un altro colpetto” eliminando Borsellino che era stato informato della trattativa. Nel 1978 chi voleva trattare sperava di salvare la vita a Moro (anche infischiandosene della morte degli uomini della sua scorta nella strage di via Fani). Nel 1992 chi trattò provocò indirettamente altri morti. Per salvare i politici, fu sacrificato Borsellino insieme alla scorta. E poi i civili morti nelle stragi del ’93 a Firenze, Milano e Roma. Altro che trattare per seppellire i morti: trattando, si condannarono decine di persone a morte, perché i boss capirono dall’atteggiamento dello Stato che le stragi “pagavano”. Non c’erano ostaggi da liberare, anzi lo Stato divenne ostaggio di Cosa Nostra, in particolare di Provenzano, che aveva agevolato la cattura di Riina e da allora divenne un intoccabile. Lo Stato non ne ebbe alcun vantaggio: si salvarono alcuni politici e si seppellì un magistrato onesto che si opponeva al cedimento dello Stato all’anti-Stato. Scalfari era contrario alla trattativa per Moro anche perché all’epoca era il suggeritore del compromesso storico Dc-Pci, mentre Craxi era per trattare anche per spezzare l’asse Andreotti-Berlinguer. Ora Scalfari si converte alla trattativa buona con la mafia perché è il suggeritore del nuovo compromesso storico Pdl-Udc-Pd benedetto dal Colle. I suoi sì e i suoi no non dipendono dai fatti e dai princìpi, ma dalle convenienze politiche del momento.

8. Trattare non è reato. A nessuno sarebbe venuto in mente di tradurre in giudizio Craxi, Martelli, Pannella ed anche Sciascia e molti altri intellettuali che volevano trattare. Qual è dunque il reato che si cerca, la verità che si vuole conoscere?”. Ma nessun magistrato ha mai incriminato o criminalizzato chi ha condotto o giustificato o chiesto trattative con terroristi o mafiosi. Se Scalfari leggesse le carte dell’inchiesta di Palermo di cui si occupa ogni domenica, o almeno i giornali che le riassumono (compreso il suo), scoprirebbe che nessuno dei 14 imputati è accusato del reato di “trattativa” con la mafia. Il reato contestato dai pm a 11 di essi è “violenza o minaccia a corpo dello Stato”: cioè il ricatto perpetrato dai boss e dai loro emissari (Riina, Provenza-no, Bagarella, Brusca, Cinà, Ciancimino jr) contro le istituzioni, con l’aiuto di un politico (Mannino), un aspirante politico (Dell’Utri) e tre ufficiali del Ros (Subranni, Mori e De Donno). I ministri dell’epoca, rappresentanti dello Stato costretto a suon di bombe a trattare, furono vittime di quell’estorsione (così come poi il premier Berlusconi). Ma due di essi, Mancino e Conso, sentiti come testimoni, sono stati smentiti da altri testi ritenuti credibili e da documenti inoppugnabili: dunque sono imputati per falsa testimonianza, come l’ex capo del Dap Capriotti). Per questo, con buona pace di Valerio Onida e del Corriere che lo ospita, nessun atto è stato trasmesso al Tribunale dei ministri: perchè nessun ministro è accusato per alcun atto compiuto nell’esercizio delle sue funzioni tra il 1992 e il ’94.

9. Falcone zitto e muto. “Falcone non era un magistrato che rilasciasse facilmente interviste a destra e a manca”. Il solito giochino di glorificare i giudici morti per demonizzare quelli vivi. Ma basta consultare gli archivi di Rai, di Mediaset e dei giornali per scoprire che Falcone era presentissimo nel dibattito pubblico, politico e giornalistico: libri-intervista (celebre quello con Marcelle Padovani), colloqui con i giornali, presenze al Costanzo Show e a Samarcanda, addirittura un programma tutto suo su Rai2, articoli su La Stampa e su Repubblica.

10. Falcone insabbiatore. Un ultimo ricordo a proposito dei magistrati che invocano il favore popolare e gli intellettuali che ritengono necessario darglielo. Falcone… andò in Usa per interrogare il ‘soldato’ Buscetta che era lì detenuto. Dopo l’interrogatorio Buscetta gli disse che avrebbe potuto rivelargli qualche altra cosa di più a proposito del coinvolgimento di uomini politici. La risposta di Falcone fu che aveva già risposto alle sue domande ed altre non aveva da fargli e questo fu tutto. Riteneva che non fosse ancora venuto il momento di inoltrarsi su quel cammino. Buscetta riferì alla Commissione antimafia quanto sopra”. Nella foga di attaccare a testa bassa i magistrati, Scalfari non si rende conto di rendere un pessimo servizio non solo alla verità dei fatti, ma anche alla memoria di Falcone, che purtroppo non può più difendersi. Per fortuna esistono i verbali e le interviste di Tommaso Buscetta, che ha sempre raccontato il contrario di quanto gli attribuisce Scalfari: Falcone fece di tutto per costringerlo a parlare dei politici già nel 1984, ma lui non ne volle sapere perché – dovendo parlare di Andreotti e altri big, all’epoca potentissimi – ritenne che lo Stato italiano non fosse pronto per verità così dirompenti. Tant’è che fece il nome di Andreotti al procuratore Usa Dick Martin (che l’ha testimoniato al processo), ma non a Falcone. Basta leggere le parole di Buscetta in commissione Antimafia, al processo Andreotti e nel libro-intervista con Saverio Lodato “La mafia ha vinto” (Mondadori, 1999): “A Falcone chiesi scusa di non aver detto tutto, e principalmente della politica. È del 1984 quella mia frase che viene ricordata spesso: ‘Dottore Falcone, se le dicessi determinate cose, finiremmo tutti e due al manicomio, io in quello criminale, lei in quello civile’. Io di politica non volevo parlare per nessuna ragione. E quando Falcone si avvicinava ai Salvo dovevo parlare di politica. Cercai di sottrarmi persino di fronte alle intercettazioni delle telefonate che provavano che ero stato ospite a casa loro. Allora fui costretto a parlare, limitandomi però a raccontare il lato mafioso della vicenda…”. Al massimo, come ipotizza Maria Falcone nell’intervista al Fatto, Buscetta confidò qualcosa a Falcone fuori verbale, ma premettendo che mai l’avrebbe confermato a verbale. Si decise a fare il nome di Andreotti e di altri politici nazionali e uomini delle istituzioni solo dopo Capaci, perché ne sentì il “dovere morale”. Se fosse vero, come scrive Scalfari, che fu Falcone a tappare la bocca a un Buscetta ansioso di parlare dei politici, avrebbe violato il principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale, addirittura commesso il reato di favoreggiamento ai politici collusi. Non contento, Scalfari addita il falso Falcone che non fa domande a Buscetta, anzi lo imbavaglia sui politici, come modello per i pm di oggi: anch’essi dovrebbero silenziare i pentiti che parlano di trattativa. Noi pensavamo che lo scopo della giustizia, e anche quello dell’informazione, fosse quello di accertare la verità: giudiziaria nel primo caso, storica nel secondo. Scalfari invece suggerisce di non fare domande: c’è il rischio che qualcuno risponda.

Assange, Londra e l'Equador. Ecco cosa sta accadendo


Lettura molto interessante, economicamente e politicamente. Che ne pensate?



Assange, Londra e l'Equador. Ecco cosa sta accadendo


da Over Blog

di Sergio Di Cori Modigliani

Oggi parliamo di geo-politica e di libera informazione in rete.
Tutto ciò che sta accadendo oggi, tecnicamente (nel senso di “politicamente”) è iniziato il 12 dicembre del 2008. Secondo altri, invece, sarebbe iniziato nel settembre di quell’anno. Ma ci volevano almeno quattro anni prima che l’onda d’urto arrivasse in Europa e in Usa. 
 
Forse è meglio cominciare dall’inizio per spiegare gli accadimenti. Anzi, è meglio cominciare dalla fine. 
 
Con qualche specifica domanda, che –è molto probabile- pochi in Europa si sono posti.
Mi riferisco qui alla questione di Jules Assange, wikileaks, e la Repubblica di Ecuador.
Perché il caso esplode, oggi?
Perché, Jules Assange, ha scelto un minuscolo, nonché pacifico, staterello del Sudamerica che conta poco o nulla?
Come mai la corona dell’impero britannico perde la testa e si fa prendere a schiaffi davanti al mondo intero da un certo signor Patino, ministro degli esteri ecuadoregno, per gli euro-atlantici un vero e proprio Signor Nessuno, il quale ha dato una risposta alla super elite planetaria (cioè il Foreign Office di Sua Maestà) tale per cui, cinque anni fa avrebbe prodotto soltanto omeriche risate di pena e disprezzo, mentre oggi li costringe ad abbozzare, ritrattare, scusarsi davanti al mondo intero?
Perché l’Ecuador? Perché, adesso? 
 
Tutto era più che prevedibile, nonché scontato.
Intendiamoci: era scontato in tutto il continente americano, in Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, paesi scandinavi. In Europa e a Washington pensavano che il mondo fosse lo stesso di dieci anni fa. Perché l’Europa –e soprattutto l’Italia- è al 100% eurocentrica, vive sotto un costante bombardamento mediatico semi-dittatoriale, non ha la minima idea di ciò che accade nel resto del mondo, ma (quel che più conta) pensa ancora come nel 1812, ovvero: “se crolla l’Europa crolla il mondo intero; se crolla l’euro e l’Europa si disintegra scompare la civiltà nel mondo” e ragiona ancora in termini coloniali. Ma il mondo non funziona più così. In Italia, ad esempio, nessuno è informato sulla zuffa (che sta già diventando rissa) tra il Brasile e l’Onu, malamente gestita da Christine Lagarde, la persona che presiede il Fondo Monetario Internazionale, e che ruota intorno all’applicazione base di un concetto formale, banale, quasi sciocco, ma che potrebbe avere ripercussioni psico-simboliche immense: l’Italia è stata ufficialmente retrocessa. Non è più l’ottava potenza al mondo, bensì la nona. E’ stata superata dal Brasile. Quindi al prossimo G8 l’Italia non verrà invitata, ma ci andrà il Brasile. Da cui la scelta di abolire il G8 trasformandolo in G10 standard. Si stanno scannando. 
 
La prima notizia Vera (per chi vuole ricavare informazioni reali dal mondo reale) è questa: “L’Europa, con l’Inghilterra e Germania in testa, non possono (non vogliono) accettare il trionfo keynesiano del Sudamerica e la loro irruzione nel teatro della Storia come soggetti politici autonomi. Per loro vale il principio per cui “che se ne stiano a casa loro, non rompano, e ringrazino il cielo che li facciamo anche sopravvivere, come facciamo con gli africani. Altrimenti, da quelle parti, uno per uno faranno la fine di Gheddafi”. Il messaggio in sintesi è questo.
Dal Sudamerica negli ultimi quaranta giorni sono arrivati tre potentissimi messaggi in risposta: niente è stato pubblicizzato in Europa. Tanto meno l’ultimo (il più importante) in data 3 agosto, se non altro per il fatto che era in diretta televisiva dalla sede di New York del Fondo Monetario Internazionale. Nessuno lo ha trasmesso in Europa, ad esclusione del Regno di Danimarca. E così, preso atto che esiste una compattezza mediatica planetaria di censura, e avendo preso atto che se non se ne parla la televisione, non c’è in rete e non si trovano notizie su wikipedia, allora vuol dire che non esiste, il Sudamerica ha scelto il palcoscenico mediatico globale più intelligente in assoluto: il cuore della finanza oligarchica planetaria, la city di Londra.
 
E adesso veniamo ai fatti. 
Jules Assange, il 15 giugno del 2012 capisce che per lui è finita. Si trova a Londra. Gli agenti inglesi l’arresteranno la settimana dopo, lo porteranno a Stoccolma, dove all’aereoporto non verrà prelevato dalle forze di polizia di Sua Maestà la regina di Svezia, bensì da due ufficiali della Cia, e un diplomatico statunitense, i quali avvalendosi di specifici accordi formali sanciti tra le due nazioni farà prevalere il “diritto di opzione militare in caso di conflitto bellico dichiarato” sostenendo che Jules Assange è “intervenuto attivamente” all’interno del conflitto Nato-Iraq mentre la guerra era in corso. Lo porteranno direttamente in Usa, nello Stato del Texas, dove verrà sottoposto a processo penale per attività terroristiche, chiedendo per lui l’applicazione della pena di morte sulla base dell’applicazione del Patriot Act Law. Si consulta con il suo gruppo, fanno la scelta giusta dopo tre giorni di vorticosi scambi di informazioni in tutto il pianeta. “vai all’ambasciata dell’Ecuador a piedi, con la metropolitana, stai lì”. Alle 9 del mattino del 19 giugno entra nell’ambasciata dell’Ecuador. Nessuna notizia, non lo sa nessuno. Il suo gruppo apre una trattativa con gli agenti inglesi a Londra, con gli svedesi a Stoccolma e con i diplomatici americani a Rio de Janeiro. Raggiungono un accordo: “evitiamo rischio di attentati e facciamo passare le olimpiadi, il 13 agosto se ne può andare in Sudamerica, facciamo tutto in silenzio, basta che non se ne parli”. I suoi accettano, ma allo stesso tempo non si fidano (giustamente) degli anglo-americani. Si danno da fare e mettono a segno due favolosi colpi. Il primo avviene il 3 agosto, il secondo il 4. 
 
Il 3 agosto 2012, con un anticipo rispetto alla scadenza di 16 mesi, la presidente della Repubblica Argentina, Cristina Kirchner, si presenta alla sede di Manhattan del Fondo Monetario Internazionale accompagnata dal suo ministro dell’economia e dal ministro degli esteri ecuadoregno, Patino, in rappresentanza di “Alba” (acronimo che sta per Alianza Laburista Bolivariana America”) l’unione economica tra Ecuador, Colombia e Venezuela. In tale occasione, la Kirchner si fa fotografare e riprendere dalle televisioni con un gigantesco cartellone che mostra un assegno di 12 miliardi di euro intestato al Fondo Monetario Internazionale con scadenza 31 dicembre 2013, che il governo argentino ha versato poche ore prima. “Con questa tranche, la Repubblica Argentina ha dimostrato di essere solvibile, di essere una nazione responsabile, attendibile e affidabile per chiunque voglia investire i propri soldi. Nel 2003 andammo in default per 112 miliardi di dollari, ma ci rifiutammo di chiedere la cancellazione del debito: scegliemmo semplicemente la dichiarazione ufficiale di bancarotta e chiedemmo dieci anni di tempo per restituire i soldi a tutti, compresi gli interessi. Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci, lunghi anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni del Fondo Monetario Internazionale che voleva imporci misure restrittive di rigore economico sostenendo che fosse l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada diversa, opposta: quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul benessere equo sostenibile e sugli investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo risolto i nostri problemi. Ci siamo ripresi. Non solo. Siamo oggi in grado di saldare l’ultima tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in materia economica sono idee errate, sbagliate. Lo erano allora lo sono ancor di più oggi: Chi vuole operare, imprendere, creare lavoro e ricchezza, è benvenuto in Argentina: siamo una nazione che ha dimostrato di essere solvibile, quindi pretendiamo rispetto e fedeltà alle norme e alle regole, da parte di tutti, dato che abbiamo dimostrato, noi per primi, di rispettare i dispositivi del diritto internazionale……” ecc. 
 
Subito dopo (cioè 15 minuti dopo) la Kirchner ha presentato una denuncia formale contro la Gran Bretagna e gli Usa al WTO (World Trade Organization) la più importante associazione planetaria di scambi commerciali coinvolgendo il Fondo Monetario Internazionale grazie ai files messi a disposizione da Wikileaks, cioè Assange. L’Argentina ha saldato i debiti, ma adesso vuole i danni. Con gli interessi composti. “Volevano questo, bene, l’hanno ottenuto. Adesso che paghino”. E’ una lotta tra la Kirchner e la Lagarde. Le due Cristine duellano da un anno impietosamente. Grazie (o per colpa) di Assange, dato che il suo gruppo ha tutte le trascrizioni di diverse conversazioni in diverse cancellerie del globo, che coinvolgono gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, la Germania, il Vaticano, dove l’economia la fa da padrone: Osama Bin Laden è stato mandato in soffitta e sostituito da John Maynard Keynes, lui è diventato il nemico pubblico numero uno delle grandi potenze; in queste lunghe conversazioni si parla di come mettere in ginocchio le economie sudamericane, come portar via le loro risorse energetiche, come impedir loro di riprendersi e crescere, come fare per impedire ai loro governi di far passare i piani economici keynesiani applicando invece i dettami del Fondo Monetario Internazionale il cui unico scopo consiste nel praticare una politica neo-colonialista a vantaggio soprattutto di Spagna, Italia e Germania, con capitali inglesi. Gran parte dei file già resi pubblici su internet. Gran parte dei file, gentilmente offerti da Assange all’ambasciatore in Gran Bretagna dell’Ecuador, il quale -siamo sempre il 3 agosto a New York- ricorda chi rappresenta e che cosa ha fatto l’Ecuador, ovvero la prima nazione del continente americano, e unica nazione nel mondo occidentale dal 1948, ad aver applicato il concetto di “debito immorale” ovvero “il rifiuto politico e tecnico di saldare alla comunità internazionale i debiti consolidati dello Stato perché ottenuti dai precedenti governi attraverso la corruzione, la violazione dello Stato di Dirirtto, la violazione di norme costituzionali”. Il 12 dicembre del 2008, infatti, il neo presidente del governo dell’Ecuador Rafael Correa (pil intorno ai 50 miliardi di euro, pari a 30 volte di meno dell’Italia) dichiara ufficialmente in diretta televisiva in tutto il continente americano (l’Europa non ha mai trasmesso neppure un fotogramma e difficilmente si trova nella rete europea materiale visivo) di “aver deciso di cancellare il debito nazionale considerandolo immondo, perché immorale; hanno alterato la costituzione per opprimere il popolo raccontando il falso. Hanno fatto credere che ciò chè è Legge, cioè legittimo, è giusto. Non è così: da oggi in terra d’Ecuador vale il nuovo principio costituzionale per cui ciò che è giusto per la collettività allora diventa legittimo”. Cifra del debito: 11 miliardi di euro. Il Fondo Monetario Internazionale fa cancellare l’Ecuador dal nòvero delle nazioni civili: non avrà mai più aiuti di nessun genere da nessuno “Il paese va isolato” dichiara Dominique Strauss Kahn, allora segretario del Fondo Monetario.. Il paese è in ginocchio. Il giorno dopo, Hugo Chavez annuncia ufficialmente che darà il proprio contributo dando petrolio e gas gratis all’Ecuador per dieci anni. Quattro ore più tardi, il presidente Lula annuncia in televisione che darà gratis 100 tonnellate al giorno di grano, riso, soya e frutta per nutrire la popolazione, finchè la nazione non si sarà ripresa. La sera, l’Argentina annuncia che darà il 3% della propria produzione di carne bovina di prima scelta gratis all’Ecuador per garantire la quantità di proteine per la popolazione. Il mattino dopo, in Bolivia, Evo Morales annuncia di aver legalizzato la cocaina considerandola produzione nazionale e bene collettivo. Tassa i produttori di foglie di coca e offre all’Ecuador un prestito di 5 miliardi di euro a tasso zero restituibile in dieci anni in 120 rate. Due giorni dopo, l’Ecuador denuncia la United Fruit Company e la Del Monte & Associates per “schiavismo e crimini contro l’umanità”, nazionalizza l’industria agricola delle banane (l’Ecuador è il primo produttore al mondi di banane) e lancia un piano nazionale di investimento di agricoltura biologica ecologica pura. Dieci giorni dopo, i verdi bavaresi, i verdi dello Schleswig Holstein, in Italia la Conad, e in Danimarca la Haagen Daaz, si dichiarano disponibili a firmare subito dei contratti decennali di acquisto della produzione di banane attraverso regolari tratte finanziarie pagate in euro che possono essere scontate subito alla borsa delle merci di Chicago. Il 20 dicembre del 2008, facendosi carico della protesta della United Fruit Company, il presidente George Bush (già deposto ma in carica formale fino al 17 gennaio 2009) dichiara “nulla e criminale la decisione dell’Ecuador” annunciando la richiesta di espulsione del paese dall’Onu: “siamo pronti anche a una opzione militare per salvaguardare gli interessi statunitensi”. Il mattino dopo, il potente studio legale di New York Goldberg & Goldberg presenta una memoria difensiva sostenendo che c’è un precedente legale. Sei ore dopo, gli Usa si arrendono e impongono alla comunità internazionale l’accettazione e la legittimità del concetto di “debito immorale”. La United Fruit company viene provata come “multinazionale che pratica sistematicamente la corruzione politica” e condannata a pagare danni per 6 miliardi di euro. Da notare che il “precedente legale” (tuttora ignoto a gran parte degli europei) è datato 4 gennaio 2003 a firma George Bush. Eh già. E’ accaduto in Iraq, che in quel momento risultava “tecnicamente” possedimento americano in quanto occupato dai marines con governo provvisorio non ancora riconosciuto dall’Onu. Saddam Hussein aveva lasciato debiti per 250 miliardi di euro (di cui 40 miliardi di euro nei confronti dell’Italia grazie alle manovre di Taraq Aziz, vice di Hussein e uomo dell’opus dei fedele al vaticano) che gli Usa cancellano applicando il concetto di “debito immorale” e quindi aprendo la strada a un precedente storico recente. Gli avvocati newyorchesi dell’Ecuador offrono al governo americano una scelta: o accettano e stanno zitti oppure se si annulla la decisione dell’Ecuador allora si annulla anche quella dell’Iraq e quindi il tesoro Usa deve pagare subito i 250 miliardi di euro a tutti compresi gli interessi composti per quattro anni. Obama, non ancora insediato ma già eletto, impone a Bush di gettare la spugna. La solida parcella degli avvocati newyorchesi viene pagata dal governo brasiliano.
 
Nasce allora il Sudamerica moderno.
E cresce e si diffonde il mito di Rafael Correa, presidente eletto dell’Ecuador. Non un contadino indio come Morales, un sindacalista come Lula, un operaio degli altiforni come Chavez. Tutt’altra pasta. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia caraibica, è un intellettuale cattolico. Laureato in economia e pianificazione economica a Harvard, cattolico credente e molto osservante, si auto-definisce “cristiano-socialista come Gesù Cristo, sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e soffre”. Il suo primo atto ufficiale consiste nel congelare tutti i conti correnti dello Ior nella banche cattoliche di Quito e tale cifra viene dirottata in un programma di welfare sociale per i ceti più disagiati. Fa arrestare l’intera classe politica del precedente governo che viene sottoposta a regolare processo. Finiscono tutti in carcere, media di dieci anni a testa con il massimo rigore. Beni confiscati, proprietà nazionalizzate e ridistribuite in cooperative agricole ecologiche. Invia una lettera a papa Ratzinger dove si dichiara “sempre umile servo di Sua Illuminata Santità” dove chiede ufficialmente che il vaticano invii in Ecuador soltanto “religiosi dotati di profonda spiritualità e desiderosi di confortare i bisognosi evitando gli affaristi che finirebbero sotto il rigore della Legge degli uomini”.
Tutto ciò lo si può raccontare oggi, grazie alla bella pensata del Foreign Office, andati nel pallone. In tutto il pianeta Terra, oggi, si parla di Rafael Correa, dell’Ecuador, del debito immorale, del nuovo Sudamerica che ha detto no al colonialismo e alla servitù alle multinazionali europee e statunitensi.
In Italia lo faccio io sperando di essere soltanto uno dei tanti.
Questo, per spiegare “perché l’Ecuador”. 
 
E’ un chiaro segnale che il gruppo di Assange sta dando a chi vuol capire e comprendere che TINA è un Falso. Non è vero che non esiste alternativa. Per 400 anni, da quando gli europei scoprirono le banane ricche di potassio, gli ecuadoregni hanno vissuto nella povertà, nello sfruttamento, nell’indigenza, mentre per centinaia di anni un gruppo di efferati oligarchi si arricchiva alle loro spalle. Non è più così. E non lo sarà mai più. A meno che non finiscano per vincere Mitt Romney, Mario Draghi, Mario Monti, David Cameron e l’oligarchia finanziaria. L’esempio dell’Ecuador è vivo, può essere replicato in ogni nazione africana o asiatica del mondo.
Anche in Europa.
Per questo Jules Assange ha scelto l’Ecuador. 
 
Ma non basta.
Il colpo decisivo al sistema viene dato da una notizia esplosiva resa pubblica (non a caso) il 4 agosto del 2012. “Jules Assange ha firmato il contratto di delega con il magistrato spagnolo Garzòn che ne rappresenta i diritti legali a tutti gli effetti e in ogni nazione del globo”.
Ma chi è Garzòn?
E’ il nemico pubblico numero uno della criminalità organizzata.
E’ il nemico pubblico numero uno dell’opus dei.
E’ il più feroce nemico di Silvio Berlusconi.
E’ in assoluto il nemico più pericoloso per il sistema bancario mondiale.
Magistrato spagnolo con 35 anni di attività ed esperienza alle spalle, responsabile della procura reale di Madrid, ha avuto tra le mani i più importanti processi spagnoli degli ultimi 25 anni. Esperto in “media & finanza” e soprattutto grande esperto in incroci azionari e finanziari, salì alla ribalta internazionale nel 1993 perché presentò all’interpol una denuncia contro Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri (chiedendone l’arresto) relativa a Telecinco, Pentafilm, Fininvest, reteitalia e Le cinq da cui veniva fuori che la Pentafilm (Berlusconi e Cecchi Gori soci, cioè Pd e PDL insieme) acquistava a 100 $ i diritti di un film alla Columbia Pictures che rivendeva a 500$ alla telecinco che li rivendeva a 1000$ a rete Italia che poi in ultima istanza vendeva a 2000$ alla Rai, in ben 142 casi tre volte: li ha venduti sia a Rai1 che a Ra2 che a Rai3. Lo stesso film. Cioè la Rai (ovvero noi) ha pagato i diritti di un film 20 volte il valore di mercato e l’ha acquistato tre volte, così tutti i partiti erano presenti alla pari. Quando si arrivò al nocciolo definitivo della faccenda, Berlusconi era presidente del consiglio, quindi Garzòn venne fermato dall’Unione Europea. Ottenne una mezza vittoria. Chiuse la telecinco e finirono in galera i manager spagnoli. Ma Berlusconi rientrò dalla finestra nel 2003 come Mediaset. Si riaprì la battaglia, Garzòn stava sempre lì. Nel 2006 pensava di avercela fatta ma il governo italiano di allora (Prodi & co.) aiutò Berlusconi a uscirne. Nel 2004 aprì un incartamento contro papa Woytila e contro il managament dello Ior in Spagna e in Argentina, in relazione al finanziamento e sostegno da parte del vaticano delle giunte militari di Pinochet e Videla in Sudamerica. Nel 2010 Garzòn si dimise andando in pensione ma aprì uno studio di diritto internazionale dedicato esclusivamente a “media & finanza” con sede all’Aja in Olanda. E’ il magistrato che è andato a mettere il naso negli affari più scottanti, in campo mediatico, dell’Europa, degli ultimi venti anni. In quanto legale ufficiale di Assange, il giudice Garzòn ha l’accesso ai 145.000 file ancora in possesso di Jules Assange che non sono stati resi pubblici. Ha già fatto sapere che il suo studio è pronto a denunciare diversi capi di stato occidentali al tribunale dei diritti civili con sede all’Aja. L’accusa sarà “crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità della persona”. 
 
La battaglia è dunque aperta. E sarà decisiva soprattutto per il futuro della libertà in rete.
In Usa non fanno mistero del fatto che lo vogliono morto. Anche gli inglesi.
Ma hanno non pochi guai perché, nel frattempo, nonostante sia abbastanza paranoico (e ne ha ben donde) Assange ha provveduto a tirar su un gruppo planetario che si occupa di contro-informazione (vera non quella italiana). I suoi esponenti sono anonimi. Nessuno sa chi siano. Non hanno un sito identificato. Semplicemente immettono in rete dati, notizie, informazioni, eventi. Poi, chi vuole sapere sa dove cercare e chi vuole capire capisce.
Quando la temperatura si alza, va da sé, il tutto viene in superficie.
E allora si balla tutti.
In Sudamerica, oggi, la chiamano “British dance”.
Speriamo soltanto che non abbia seguiti dolorosi o sanguinosi.
 
Per questo Assange sta dentro l’ambasciata dell’Ecuador.
Per questo Garzòn lo difende.
Per questo, questa storia relativa al Sudamerica, va raccontata.
Per questo l’Impero Britannico ha perso la testa e lo vuole far fuori.
Perché Assange ha accesso a materiale di fonte diretta.
E il solo fatto di dirlo, e divulgarlo, scopre le carte a chi governa, e ricorda alla gente che siamo dentro una Guerra Invisibile Mediatica.
Non sanno come fare a fermare la diffusione di informazioni su ciò che accade nel mondo.
Finora gli è andata bene, rimbecillendo e addormentando l’umanità.
Ma nel caso ci si risvegliasse, per il potere sarebbero dolori davvero imbarazzanti.
 
Wikileaks non va letto come gossip.
Non lo è.
 
C’è gente che per immettere una informazione da un anonimo internet point a Canberra, Bogotà o Saint Tropez, rischia anche la pelle.
Questi anonimi meritano il nostro rispetto.
E ci ricordano anche che non potremo più dire, domani “ma noi non sapevamo”.
 
Chi vuole sapere, oggi, è ben servito. Basta cercare.
 
Se poi, con questo Sapere un internauta non ne fa nulla, è una sua scelta.
Tradotto vuol dire: finchè non mandiamo a casa l’immonda classe politica che mal ci rappresenta, le chiacchiere rimarranno a zero. Perché ormai sappiamo tutti come stanno le cose.
Altrimenti, non ci si può lamentare o sorprendersi che in Italia nessuno abbia mai parlato prima dell’Ecuador, di Rafael Correa, di ciò che accade in Sudamerica, dello scontro furibondo in atto tra la presidente argentina e brasiliana da una parte e Christine Lagarde e la Merkel dall’altra.
 
Perché stupirsi, quindi, che gli inglesi vogliano invadere un’ambasciata straniera?
Non era mai accaduto neppure nei momenti più bollenti della cosiddetta Guerra Fredda.
Come dicono in Sudamerica quando si chiede “ma che fanno in Europa, che succede lì?”
Ormai si risponde dovunque “In Europa dormono. Non sanno che la vita esiste”.