lunedì 25 giugno 2012

Omicidio Aldrovandi. Fra gaffes e riflessioni


Posto tre articoli apparsi sul sito del Fatto Quotidiano, l'unico giornale che non ha padroni in Italia. Buona lettura.


Federico Aldrovandi, ammazzato di botte per pubblica sicurezza

di Januaria Piromallo & Marika Borrelli
 
Cosa fareste voi se vostro figlio di 18 anni, morisse ammazzato di botte da quattro poliziotti? 
Il fatto
La notte del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, studente ferrarese,  torna a casa a piedi dopo aver trascorso la serata in un locale. Il giovane ha assunto sostanze stupefacenti (si trattava comunque di modiche quantità non sufficienti a procurare uno stato comatoso). Nei pressi di viale Ippodromo circola, la pattuglia “Alfa 3″ con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri. Quest’ultimi descrivono l’Aldrovandi come un “invasato violento in evidente stato di agitazione“, sostengono di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente” e chiedono rinforzi. Poco dopo arriva in aiuto la volante “Alfa 2″, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il giovane diventa molto violento (durante la collutazione due manganelli si spezzano). Il ragazzo muore per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti. La camerunense Annie Marie Tsagueu è l’unica testimone ad aver visto due agenti picchiare il ragazzo, comprimerlo sull’asfalto e manganellarlo. Ha sentito le sue grida di aiuto e lo ha sentito respirare tra un conato di vomito e l’altro.
Ulteriore Perizia
Una lunga escoriazione alla natica sinistra, segno di trascinamento sull’asfalto,  importante schiacciamento dei testicoli.
La sentenza
21 giugno 2012 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione per l’ omicidio colposo di Federico Aldrovandi ai 4 poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. In particolare la quarta sezione penale ha respinto il ricorso presentato dalla difesa dei 4 agenti  contro la condanna che era già stata emessa dalla Corte d’Appello di Bologna (capito? Hanno anche cercato di scagionarsi. Avranno o no figli più o meno della stessa età di Federico?). I poliziotti non rischiano però il carcere visto che 3 anni sono coperti dall’indulto. Tuttavia, dopo la condanna definitiva, scatteranno i provvedimenti disciplinari.
Ecco, qui sta il punto: due milioni di euro, tanto è stato offerto alla famiglia come risarcimento, non bastano a restituire la vita di un figlio. Figuriamoci poi le scuse del capo della polizia Antonio Manganelli (ironia della sorte, un nome, un destino). La madre di Federico ha un blog dove chiede giustizia dopo sette anni di processi, tre gradi di giudizio. Dove fa notare che il condizionale del Ministro degli Interni in formula dubitativa l’offende: Se ci sono stati degli abusi….sembrerebbe…”  
 
Perche’ allora usa il condizionale quando il Suo ruolo istituzionale non lo permetterebbe?- si chiede mamma Patrizia -Quel condizionale signor  Ministro, è  fuori luogo, inopportuno e poco rispettoso delle Istituzioni. Sono stati commessi abusi tanto gravi da provocare la morte di un ragazzo appena maggiorenne incensurato e di buona famiglia.
Padre poliziotto e nonno carabiniere.
Quel padre poliziotto e quel nonno carabiniere che appartengono alle forze dell’ordine di cui Lei giustamente parla, hanno pazientemente aspettato 7 anni di processo e tre sentenze per veder riconosciuta quella verità terribile che sempre hanno saputo.
Auspicheremmo uguale rispetto da parte Sua.
Patrizia e LIno Aldrovandi ,
Genitori di Federico , morto per colpa di 4 poliziotti tutt’ora in servizio.
 
Ecco, anche noi, cittadini di una società civile,  chiediamo che i quattro garanti dell’ordine pubblico siano almeno allontanati a vita dal servizio di pubblica sicurezzaVista  la  accertata pericolosità del loro comportamento. 
Abbiamo già aspettato tanto.
E solo allora giustizia, in minima parte, sarà fatta.


Gaffe di Cancellieri sul caso Aldrovandi. Insorge la famiglia del ragazzo

Il ministro: "Se ci sono stati abusi come sembrerebbe è giusto che vengano colpiti". I genitori: "Non ci sono se. E interviene nella nostra vicenda oggi , quando è stata messa la parola fine ad ogni discussione sulla verità di quanto accaduto a nostro figlio"

di Marco Zavagli

“Se ci sono stati, come sembrerebbe, degli abusi gravi, è giusto che vengano colpiti’”. È un condizionale della discordia che torna a creare polemica a distanza di 24 ore dalla sentenza della Cassazione sul processo Aldrovandi.
Quel “sembrerebbe” è uscito dalla bocca del ministro dell’Interno. Annamaria Cancellieri, nel commentare la condanna dei poliziotti, ha premesso all’agenzia Asca che “ho grandissimo rispetto per quello che decide l’autorità preposta perché guai a mancare di rispetto e fiducia nella magistratura’”. Dopo la premessa d’obbligo la Cancellieri ha aggiunto che ‘”se ci sono stati, come sembrerebbe, degli abusi gravi, è giusto che vengano colpiti”. Il riferimento è alla richiesta dei genitori di Federico Aldrovandi di unire a livello disciplinare i quattro agenti, ora che la sentenza è definitiva.
Il ministro ha chiesto in ogni caso di non dare “giudizi sommari perché la polizia non lo merita”: oltre ai poliziotti di Aldrovandi “ce ne sono tantissimi che tutti i giorni rischiano la propria vita e si sacrificano per il Paese e lo fanno con grande dedizione”.
Parole che Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti faticano a capire, dal momento che il ministro “interviene nella nostra vicenda oggi , quando è stata messa la parola fine ad ogni discussione sulla verità di quanto accaduto a nostro figlio”.
In merito alle dichiarazioni riportate dall’agenzia, i genitori di Federico ricordano che “il ministro dell’Interno, nei primi mesi successivi alla morte di Federico, ci aveva voluto incontrare ed aveva chiesto per noi che si facesse luce su quanto accaduto attraverso un regolare processo”. Il riferimento ovviamente, dato che la morte del ragazzo risale al settembre 2005, è al titolare del Viminale di allora, Giuliano Amato.
Era il 2 settembre del 2006. Il “dottor Sottile” – a Ferrara per impegni istituzionali e di partito – incontrò informa privata il padre di Federico, confidandogli che si augurava un processo (allora si era ancora in fase di indagini preliminari) per accertare se vi fossero state responsabilità nella morte del giovane.
Da allora sono passati sei anni di processi, tre gradi di giudizio e altrettante condanne. Ma il ministro è un altro. Quello di oggi “usa il condizionale o la formula dubitativa per interpretare il caso Aldrovandi. Perché – si chiedono i genitori – usa il connazionale quando il suo ruolo istituzionale non lo permetterebbe? Perché mette le mani avanti dichiarando rispetto per la magistratura mettendone poi in dubbio l’operato? Quel condizionale signor ministro è fuori luogo , inopportuno e poco rispettoso delle istituzioni”.
Un condizionale insomma che non si può essere accostato agli “abusi tanto gravi da provocare la morte di un ragazzo appena maggiorenne incensurato e di buona famiglia. Padre poliziotto e nonno carabiniere”.
“Quel padre poliziotto e quel nonno carabiniere – chiudono i genitori – che appartengono alle forze dell’ordine di cui lei giustamente parla, hanno pazientemente aspettato 7 anni di processo e tre sentenze per veder riconosciuta quella verità terribile che sempre hanno saputo. Auspicheremmo uguale rispetto da parte sua”.
La firma di questa lettera aperta termina con una sigla che, per i mittenti, vale più di ogni altra parola. “Patrizia e Lino Aldrovandi, genitori di Federico, morto per colpa di quattro poliziotti tutt’ora in servizio”.


Il padre di Federico: “Ora respiro aria di giustizia”

di Marco Zavagli

“Ora respiro aria di giustizia”. La Corte di cassazione ha appena confermato la condanna a tre anni e mezzo per i poliziotti e Lino Aldrovandi, il papà di Federico, in aula con tre girasoli, simbolo del Comitato verità e giustizia per Aldro, scoppia in lacrime. “Adesso mi sento un po’ in pace – sussurra – e vorrei ricordare Federico per quello che era e non per come l’hanno ammazzato”. Poi, rivolto a Lucia Uva, Domenica Ferrulli e Ilaria Cucchi, parenti di altre persone morte davanti a delle divise, sorride: “ormai siamo una famiglia”.
A Roma, ad assistere alla sentenza c’era anche Fabio Anselmo, l’avvocato che ha seguito la famiglia nel processo di primo grado come parte civile. “Abbiamo fatto la storia – esulta -; prima abbiamo cambiato la cultura delle gente, facendo capire che anche la polizia può sbagliare e non riesce ad ammetterlo; ora, con questa sentenza, muterà anche la cultura giudiziaria di fronte a casi come questo. Oggi si è scritto un precedente”.
Non era presente per problemi fisici ma ha seguito praticamente in diretta al telefono tutte le fasi principali Patrizia Moretti, la madre di Federico. “Ora lasciatemi piangere – sembra scusarsi – dopo che abbiamo lottato tanto”. Una battaglia, vinta, che però “non riporterà in vita Federico”. Quanto alla decisione della Cassazione, “quel po’ di giustizia dovuta è arrivata, ora penso a mio figlio e a tutti coloro che hanno subito una sorte simili alla sua ma non sono ancora stati nemmeno sfiorati da questa giustizia”.
I parenti di tutte le “vittime delle forze dell’ordine”, come le chiama Patrizia Moretti, erano presenti in aula. Oltre alle sorelle di Giuseppe Uva e Stefano Cucchi e alla moglie di Michele Ferrulli, c’erano il papà di Gabriele Sandri, Filippo Narducci di Cesena e Stefano Gugliotta di Roma. “Ora questa sentenza non riguarda più solo noi – insiste la madre -: deve portare a un cambiamento radicale nelle forse di polizia, i famosi casi di “autolesionismo” per coprire comportamenti violenti di uomini in divisa devono finire. E questo perché, come abbiamo chiesto fin dall’inizio, tutto questo non succeda più”.
Proprio dai massimi vertici della Polizia di Stato Patrizia Moretti si aspetta “dei passi avanti”. Il capo della Polizia Antonio Manganelli, quando la incontrò in forma privata l’anno scorso in occasione della festa del corpo che si teneva a Ferrara, le promise che una volta intervenuto l’ultimo grado di giudizio si sarebbe aperto un procedimento disciplinare. “Li aspetto al varco, ora non devono più vestire quella divisa. È questo che segnerà la differenza”.
Intanto, a margine dell’udienza, l’associazione Prima Difesa, intervenuta già nel processo di appello per difendere Monica Segatto (l’arringa in suo favore è stata fatta da Niccolò Ghedini, l’avvocato di Berlusoni) fa intendere che la sequela giudiziaria potrebbe non finire qui. “per noi sono innocenti e ricorreremo a Strasburgo”.

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Non mi pronuncio sulla ministra Cancellieri, la cosa si commenta da sola. Ritorno incece sull'ultimo inciso in cui si riferisce che Prima Difesa (nella foto, la presidente in "buona" compagnia) vuole fare ricorso a Strasburgo. Sottolineo ancora una volta la totale mancanza di cultura giuridica e di rispetto nei confronti dell'operato della Magistratura, pericolosissime perché così si destabilizzano le basi dell'ordinamento democratico. Ripeto ancora una volta: nessuno è al di sopra della Legge, e: una sentenza definitiva è intoccabile. Se hanno elementi per una Revisione del processo, attivino la procedura, a Strasburgo vanno solo a far fare all'Italia e la Polizia solo una bruttissima figura. Intanto attendiamo che il capo Manganelli mantenga la sua promessa fatta ai genitori di Aldrovandi, e venga avviata brevissimamente la procedura di solenne cacciata (con disonore, aggiungo) per quei quattro assassini.



Omicidio Aldrovandi: gli Atti della sentenza di condanna in Appello


Ok, in attesa della pubblicazione degli Atti da parte della Cassazione, in rete ho trovato gli Atti riguardanti la Sentenza di Condanna nel giudizio di Appello (confermata pochi giorni fa in Cassazione in una udienza cui non hanno partecipato né gli imputati, né i loro legali, Niccolò Ghedini compreso - forse non voleva/volevano fare brutta figura). Si possono scaricare tutti ai link che seguono.

http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/indice.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/introduzione.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/01.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/02.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/03.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/04.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/05.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/06.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/07.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/08.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/09.pdf

Sono 578 pagine. Adesso pubblico (posso farlo, chiunque può farlo: la sentenza è un atto pubblico, e la condanna è definitiva) per eteso la parte iniziale e finale, ben riassuntive di quanto nelle altre pagine è spiegato poi con minuziosa applicazione nei particolari. In chiusura il dispositivo.

INTRODUZIONE
Vicenda, contesto, interesse, pubblico, gli oggettivi problemi dell indagine. Le finalità del dibattimento in rapporto alla sua durata. Il caso che il tribunale deve affrontare riguarda la morte di un diciottenne, studente, incensurato, integrato, di condotta regolare, inserito in una famiglia di persone perbene , padre appartenente ad un corpo di vigili urbani, madre impiegata comunale, un fratello più giovane , un nonno affettuoso al quale il ragazzo era molto legato.
Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all alba, in un parco cittadino,
dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione.
Quando un affare del genere si verifica in una città civile come Ferrara, dotata di opinione pubblica e società civile reattive, di un sistema di informazione diffuso e disposto a diffondere notizie e spiegazioni e a non subire condizionamenti (gli interessi in gioco non sono tali da indurre cautele ), il fatto di cronaca, una morte di immediato rilievo giudiziario, diventa un caso. Non un qualsiasi procedimento giudiziario ma un affare pubblico (tutti gli affari giudiziari hanno rilievo pubblico ma nonostante la cronaca giudiziaria costituisca una sezione di primo piano nel sistema dell informazione, la stragrande maggioranza dei processi, di fatto, resta materia riservata agli addetti).
Il processo come affare pubblico rende accessibili i meccanismi che governano e regolano la giustizia, inverando l'astratta nozione di Stato di diritto; permette al popolo di assuefarsi alle procedure, di condividerne le logiche, di controllare il mantenimento delle promesse, in modo da rafforzare il patto costituzionale.
In questo processo si è consentito al pubblico, aprendo l'aula ai mezzi di comunicazione radiotelevisivi, di avere piena cognizione del modo in cui si amministra giustizia nel Paese, nel bene e nel male, e si è dato modo al pubblico di formarsi un opinione, fondata sull'esperienza diretta delle prove e del contraddittorio. Ogni persona di buona volontà ed in buona fede può, se vuole, esprimere un opinione informata. Ovvio che la complessità delle cose e il loro aspetto tecnico, specialistico, professionale, può indurre semplificazioni, errori, omissioni, fraintendimenti. Ma nessuno potrà lamentare silenzi, oscurità, omissioni, il torbido che periodicamente si denuncia negli affari di giustizia.
Anche in questa vicenda non tutto è stato chiarito; rimangono vuoti, ma è possibile affermare che sono state individuate le aree, le condotte, le decisioni operative, le situazioni, nell ambito delle quali si sono realizzate perdite di conoscenza.
Il processo si è svolto su un tema d'accusa che le circostanze e i modi di svolgimento dell'indagine preliminare hanno reso necessariamente limitata, per scelta obbligata e non perché un quadro ricostruttivo, nitido e cristallino, orientasse inevitabilmente nella direzione data. Non che ipotesi diverse si sarebbero potuto con sicurezza suffragare. il tema della causa può considerarsi posto in modo sufficientemente realistico da escludere, in termini probabilistici, ipotesi diverse.
Sta di fatto che il legittimo bisogno di sapere il modo in cui gli apparati dello Stato fanno uso del proprio potere di ricorrere alla forza legittima non è del tutto soddisfatto. La ragion d'essere dello Stato democratico di diritto sta nel garantire che i rapporti civili si svolgano con assoluta esclusione dell'uso della forza e della
violenza. Lo Stato può usare la violenza contro i violenti, i nemici esterni, e i contravventori al patto di pacifica convivenza. La trasgressione di questo vincolo da parte dello Stato, l'uso della violenza contro persone inermi, comunque l'uso della violenza fuori dai casi consentiti delegittima lo Stato, gli fa perdere il consenso sul quale soltanto può reggersi come Stato di diritto e finisce con il fornire argomenti a quanti al dominio del diritto sulla forza non credono o non vogliono credere. Vi è quindi sempre imperiosa necessità di chiarire se violazione dell'obbligo di astensione dall'uso della forza fuori dai casi consentiti dalla legge vi sia stato, per restituire fondamento alla convinzione che la violenza pubblica è sempre giustificata e autorizzata dall'ordinamento. Interesse primario degli organi titolari del relativo potere è dimostrare che l'uso è sempre legittimo e l'abuso puntualmente represso, solo in questo modo potendosi ridurre il tasso di violenza della società, con conseguente minore necessità del ricorso alla violenza legittima dello Stato.
E doveroso sottolineare come l'istanza di accertamento della verità ha avuto un solido fondamento nella posizione delle parti civili che hanno esercitato tutti i diritti ad esse spettanti. Trattandosi di fare valere la tutela di diritti fondamentali, di diritti dell'uomo e non solo del cittadino, resta il dubbio se, al di fuori della
cittadinanza, di una cittadinanza ben radicata nel principio di uguaglianza e di pari opportunità, vi sarebbe stata uguale possibilità di tutela. Se in definitiva gli apparati dello Stato, compresi gli organi di giustizia, siano effettivamente in grado di garantire a tutti i diritti fondamentali dell individuo che, come in questo caso,
dovessero risultare offesi.
Nell'esposizione della vicenda processuale si potrà agevolmente intendere quanto difficile e complesso sia stato il percorso dell accertamento giudiziario, quante le obbiettive difficoltà, quanto grande la contraddizione rispetto agli obbiettivi di giustizia di un indagine giudiziaria di rango penale, affidata inizialmente non tanto e
non solo ai colleghi d'ufficio di coloro che sono stati poi imputati e riconosciuti responsabili di avere cagionato la morte di Aldrovandi ma agli imputati stessi, autori della iniziale ricostruzione del caso posta a base di tutte le successive indagini.
L'indagine nasce, quindi, con un vizio di fondo che si concreta nel paradosso dei principali indiziati di un possibile grave delitto che indagano su loro stessi, come se il gioielliere che ha sparato sul ladro in fuga fosse autorizzato a indagare sull'effettiva consistenza dell'invocata legittima difesa. Un paradosso che il semplice senso comune avrebbe dovuto prevenire. Da qui la strada in salita dell'accusa privata e lo sforzo che essa ha dovuto profondere per far cambiare segno all'indagine. La necessità dei mezzi che sono stati impegnati, avvocati, consulenti tecnici, investigazioni private, dovendo la parte civile fare i conti non solo con la difesa ma anche con iniziali acquisizioni investigative della pubblica accusa condizionate da una relazione singolare con una polizia giudiziaria oggettivamente coinvolta in un caso che poneva quesiti sui suoi metodi, le capacità dei suoi uomini, la sua imparzialità in rapporto alle fondamentali scelte investigative iniziali e alle concrete
iniziative intraprese che non tennero in alcun conto la possibile, ragionevole pista alternativa di un contributo causale colposo di chi aveva esercitato violenza sulla vittima. Gli agenti coinvolti e i loro colleghi intervenuti nell'immediatezza, in una prospettiva di ragionevolezza e nell'ottica dell'imparzialità e della neutralità,
avrebbero dovuto esigere l'immediato intervento di un istanza neutra e imparziale, il pubblico ministero, che fornisse, anche solo a livello di immagine, le maggiori garanzie di obbiettività all'indagine, fin dai primi accertamenti, nel primario interesse degli stessi potenziali imputati, oltre che della giustizia. Quasi un caso di
scuola dell'assoluta necessità di un pubblico ministero non solo indipendente dall'esecutivo (dagli organi di polizia) ma esso stesso in grado di disporre di un autonoma forza di polizia, specificamente preposta all'indagine sui crimini di organi e apparati dello Stato.
Questa è la ragione di fondo di un dibattimento complesso e difficile, protrattosi per 34 udienze, delle quali 28 con esclusiva finalità istruttoria, nel corso del quale l'accusa privata e la stessa accusa pubblica, che aveva avuto modo di riconsiderare e modificare le proprie valutazioni e orientamenti iniziali, hanno introdotto mezzi di prova nuovi e diversi, non considerati in precedenza, finendo con il valorizzare soprattutto gli elementi acquisiti nella seconda fase dell indagine preliminare, rispetto ai quali la difesa ha avuto largo modo di giocare le sue controprove.

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Considerazioni conclusive e di sintesi
Possiamo in conclusione affermare la responsabilità degli imputati per avere cagionato per colpa la morte del giovane Federico Aldrovandi. Il giudizio trova fondamento negli accertamenti medico-legali, a partire dalla perizia svolta dal Giudice delle indagini preliminari. Le approfondite verifiche tecniche hanno consentito di appurare che la morte del ragazzo fu conseguenza della violenta colluttazione con i quattro agenti, armati di manganelli, decisi a immobilizzarlo e ad arrestarlo ad ogni costo, per fargli scontare le conseguenze di una precedente fase di conflitto, con reciproci atti di violenza, nel corso della quale venne danneggiata l’autovettura di servizio dalla pattuglia alfa2. L’origine le cause, le ragioni le concrete modalità di svolgimento di di tale prima colluttazione sono rimaste oscure, dovendosi dichiarare l’inattendibilità della versione degli imputati Pontani e Pollastri.
Il nesso causale tra l’azione degli agenti (percosse, colluttazione, immobilizzazione al suolo con il peso del corpo di almeno uno degli agenti, violenta compressione della cassa toracica, per annullare ogni possibilità di movimento) e la morte è dimostrato dalle consulenze offerte dalla difesa di parte civile e dall’eminente cardiopatologo prof. Thiene. Con argomentazioni compatibili con le evidenze raccolte nel corso del dibattimento, i suddetti consulenti hanno dimostrato come solo un meccanismo causale asfittico-traumatico, culminato nella produzione di un ematoma al cuore, prodotto sopra il fascio di his, ha determinato l’arresto del cuore per il venire meno dell’impulso elettrico, spiegandosi in tal modo il carattere di morte improvvisa del decesso di Federico Aldrovandi.
La mancata previsione di una circostanza inattesa e l’infrequenza statistica di tale specie di evento traumatico non influiscono sul nesso di causalità giuridico, sussistendo un legame diretto tra la colluttazione, la susseguente compressione del torace, l’ematoma e i conseguenti effetti, essendo del tutto prevedibile e
doverosamente evitabile che per effetto di un’azione come quella cui gli imputati diedero corso potessero verificarsi eventi non voluti a carattere anche mortale, stante la delicatezza e la complessità dell’organismo umano e l’intrinseca pericolosità delle manifestazioni di scontro fisico violento, senza regole, nel determinare l’innesco di processi causali inaspettatamente mortali. Non vi è dubbio che l’evento debba essere oggettivamente imputato ad una condotta colposa per violazione di fondamentali regole cautelari che presiedono all’uso della forza da parte degli organi di polizia. L’intervento armato della polizia, in assenza di pericolo per beni fondamentali, in assenza di gravi comportamenti criminosi, in assenza di pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico non può in nessun caso mettere a rischio la vita e l’incolumità del cittadino, tanto più quando si tratta di persona che manifesta con tutta evidenza di trovarsi in uno stato di parziale alterazione di mente, richiedente l’immediato intervento dei sanitari e non un’immobilizzazione effettuata senza precauzioni e senza assoluta necessità, ben potendosi gli agenti limitare a controllare il soggetto, a ricercarne la collaborazione, ad attendere la riduzione dell’agitazione e, se necessario, a porre in essere una situazione nella quale l’immobilizzazione potesse avvenire in pochi secondi, senza violenza fisica e con l’assistenza di personale sanitario competente e attrezzato.
E’ esperienza diffusa che porre una persona coricata a terra sul ventre con il viso schiacciato ed un peso sul tronco è operazione che in dati contesti ha portato alla morte il paziente. Numerosi decessi si sono verificati in queste condizioni. La tesi secondo cui in casi come questi non sarebbe mai la restrizione a provocare la morte ma sempre lo stato di agitazione delirante, manifestato in precedenza dal soggetto, oltre ad essere discussa e non condivisa da importanti scuole e associazioni mediche, è stata smentita in dibattimento sulla base dei dati processuali da ritenersi accertati al di là di ogni dubbio, in forza dei quali si è dimostrata l’assoluta non configurabilità di una causa di morte non dipendente dall’azione degli imputati ed in positivo la relazione causale tra l’evento e l’azione degli imputati in violazione di precise regole di comportamento. Sicchè in sintesi può dirsi che:
a) Federico Aldrovandi non era in stato di excited delirium syndrome, essendo ciò smentito non solo dalla ricostruzione in fatto degli eventi intercorsi tra le 5,30 e le 6,10. Dal complesso degli elementi disponibili per il giudizio si desume che la condizione di eccitazione delirante non risulta da alcuna prova oggettiva, è
contraddetta dalle testimonianze dei testi che l’avrebbero dovuta supportare, è fondata sulle sole dichiarazioni degli imputati, la cui falsità è stata ampiamente dimostrata, è esclusa dall’assenza dei riscontri che l’avrebbero dovuta sostenere (‘bad trip’, qualità e quantità delle sostanze stupefacenti e alcoliche rilevate in sede di analisi clinico-tossicologica);
b) Federico Aldrovandi presentava tutti i segni di un’asfissia da restrizione a carattere meccanico e posizionale e, per quanto detto sub b, non è dato rilevare nel contesto storico-circostanziale alcun fattore causale alternativo all’asfitticotraumatico;
c) Rispetto ad un soggetto in stato di grave alterazione psicomotoria, insorta da pochi minuti e, oltretutto, con andamento ciclico, essendosi rilevato un periodo di alcuni minuti di riduzione se non di remissione della condizione di agitazione, una colluttazione prolungata e senza le dovute cautele e una restrizione senza il sussidio medico è fattore di incremento dello stato di agitazione, di incremento della produzione di catecolamine e quindi concausa dell’eventuale decesso ascrivibile ad insufficienza cardiorespiratoria;
d) Ne segue che gli imputati dovrebbero ritenersi responsabili della morte di Federico Aldrovandi anche se, in ipotesi, la loro ricostruzione dei fatti fosse risultata accertata;
e) La condizione di asfissia colpevolmente non rilevata, malgrado le comprovate richieste di soccorso della vittima, in ragione dell’errata valutazione delle circostanze che fece ritenere agli agenti come manifestazione di resistenza attiva all’immobilizzazione e all’ammanettamento quella che era soltanto una disperata ricerca di aria in uno stato di ipoventilazione, colposamente ignorato per la foga aggressiva e incontinente con la quale i quattro agenti affrontarono, in evidente superiorità numerica, lo scontro con un individuo disarmato e non pericoloso, contribuì a provocare la rottura dei vasi sanguigni e la formazione di un ematoma che, colpendo il fascio di his, produsse una morte improvvisa ed irreversibile prima che si potesse compiere alcun tentativo di rianimazione.
f) La condotta degli imputati nelle circostanze date fu largamente dissonante dagli standard dell’agente di polizia modello, come ricostruito sulla base di fondamentali testimonianze e dei documenti provenienti dall’interno della Polizia di Stato stessa, dalle vigenti linee guida di intervento per casi analoghi, dalle regole cautelari imposte dalla stessa organizzazione della Polizia, tra le quali primeggia l’obbligo di garantire in ogni caso l’incolumità personale del cittadino, salvo la ricorrenza di uno stato di necessità o di una legittima difesa, o, genericamente, la necessità di tutela di interessi di rango manifestamente più elevato. A questo fine gli agenti devono essere capaci di avvalersi di tecniche di immobilizzazione efficaci e innocue, la mancata applicazione delle quali, così come l’uso offensivo e nei confronti di un singolo individuo dell’arma dello sfollagente, costituiscono errore tecnico e professionale grave. In questo senso l’azione degli imputati, lungi dal costituire adempimento di fondamentali doveri d’ufficio, si caratterizza come errore professionale macroscopico, censurabile in primo luogo alla stregua delle stesse regole interne della polizia di Stato; il che esclude, nel caso in esame, la sussistenza di alcun conflitto tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali.

Trattamento sanzionatorio
Sul trattamento sanzionatorio non possono non influire tutti gli elementi rilevati nella condotta degli imputati, già più volte negativamente valutati nel corso delle varie parti della precedente esposizione.
Alla gravità della colpa si associano gli aspetti negativi più propriamente processuali con l’assenza di concreti segni di pentimento e di consapevolezza degli errori commessi, tradottisi in palesi menzogne e in ostacoli frapposti all’accertamento della verità.
Sotto il profilo oggettivo deve considerarsi la gravità obbiettiva dell’episodio per essere la vittima un giovane diciottenne, incensurato che non aveva creato nessuna situazione di obbiettivo allarme sociale, se non, forse, avere affrontato gli agenti nel corso della prima colluttazione in modo non ortodosso e ribelle. La sproporzione tra la presumibile condotta della vittima e quella degli imputati colora in modo negativo il fatto. Ma anche se il ragazzo fosse stato effettivamente molto agitato, la mancanza di senso della funzione sociale della polizia, l’inaffidabilità degli imputati, la loro oggettiva “pericolosità” per la manifesta inadeguatezza nell’autodisciplinarsi nell’esercizio delle delicatissime funzioni e nell’autocontrollo nell’uso dello straordinario potere di esercizio autorizzato della forza, giocano nel senso di attribuire al fatto un’obbiettiva elevata gravità, inevitabilmente confermato non solo dal decesso della vittima ma anche dalle innumerevoli lesioni provocate, nel dolore e nelle sofferenze arrecate alla vittima con la condizione di asfissia nella quale venne posta e l’incapacità di rendersi conto dello stato del soggetto e dell’invocazione di aiuto e soccorso. Quest’insieme di circostanza connotano come assai grave il fatto dal punto di vista oggettivo. Aggiungasi l’impiego assolutamente fuori di luogo e sproporzionato di strumenti assai lesivi e dolorosi come gli sfollagente, ogni colpo dei quali è idoneo a produrre ematomi e ferite, usati con cinica indifferenza e colpevole imprudenza, sul presupposto del tutto erroneo che avendo la vittima manifestato energica attività di resistenza, fosse legittima una ritorsione violenta, incongrua, non necessaria per gli scopi prefissi. Più in generale dal punto di vista soggettivo la personalità degli imputati appare negativamente connotata dalle specifiche modalità soggettive della condotta, caratterizzata da profili di violenza gratuita e dalla noncuranza per gli effetti di essa, da una violazione clamorosa di una molteplicità di norme cautelari.
A tali elementi oggettivi si associano non solo le bugie e le falsità ma anche la spregiudicata strumentalizzazione dell’ambigua posizione iniziale di unici testimone dei fatti, accreditati pregiudizialmente di attendibilità, che permise agli imputati di fornire una versione a loro favorevole e quindi di concordare una versione difensiva postuma di comodo, approfittando della conoscenza degli atti processuali e degli esiti di un’indagine effettuata nell’immediatezza, non orientata specificamente alla ricerca di elementi di responsabilità.
Ambiguità, reticenze e menzogne che non depongono in favore degli imputati che hanno concordemente agito nel senso di coprire le proprie responsabilità anche a costo di descrivere uno stato della vittima a tinte fosche ed eccessive, dimostratesi poi false.
Per quest’insieme di ragioni e per tutte quelle di volta in volta indicate in precedenza nel descrivere il comportamento antecedente concomitante e successivo al fatto, aventi diretta o indiretta rilevanza per la determinazione del grado della responsabilità e della conseguente giusta sanzione, per la gravità della
colpa e per la gravità degli esiti che ne sono derivati, stimasi di giustizia irrogare agli imputati la pena di anni tre e mesi sei di reclusione per ognuno di essi.
Per quanto concerne la responsabilità civile, l’ammontare del risarcimento va determinato in separato giudizio civile, trattandosi di valutazione che dovrà tenere conto di variabili e parametri il cui contenuto di valore non è attualmente noto.
Rispetto alla richiesta di assegnazione di una provvisionale, il tribunale ritiene di poterla determinare nella misura di euro centomila per ciascuno dei due genitori e di euro cinquantamila per il nonno ed il fratello della vittima. Si tratta di una somma che viene liquidata in modo approssimato ed equitativo, trattandosi del minimo assoluto teoricamente liquidabile per il solo danno morale, tenuto conto delle sofferenze, del dolore e delle conseguenze fisiche e morali per la perdita ingiusta subita da questi stretti congiunti, legati da stretti vincoli affettivi ed umani con la vittima, tenuto conto che la vittima era un ragazzo di diciotto anni, convivente con i genitori ed il fratello, in stretta intimità con il nonno, la cui perdita ha costituito per costoro un danno morale di incalcolabile entità. Nella valutazione della somma concorre anche il supplemento di sofferenza derivante alle parti civili dalle condizioni nelle quali il ragazzo è stato ridotto a seguito dello scontro con gli
imputati, una condizione caratterizzata da una serie di lesioni traumatiche che ne hanno deformato l’aspetto e indotto i parenti ad immaginare ed introiettare psicologicamente le sofferenze ed il dolore patiti dalla vittima, anche per le modalità con le quali la morte è stata inferta, tra il dolore fisico e l’asfissia progressiva; circostanze tutte che hanno finito con l’aggravare il dolore dei parenti, anche per il senso di ingiustizia patita. Si tratta, quindi, di somme minime, assegnate a titolo preliminare, spettando al giudice civile il compito di una più precisa, completa e integrale valutazione di tutti i profili di danno.
Alle parti civili compete infine il diritto al rimborso delle spese sostenute per la difesa in questo giudizio.
Per la liquidazione di esse si deve tenere conto della difficoltà del processo e dello straordinario impegno sostenuto dai difensori delle parti civili, il cui compito non si è limitato alla fase strettamente dibattimentale ma si è articolato, forse in modo altrettanto decisivo ed impegnativo, nella fase delle indagini e dell’udienza
preliminare con un decisivo impegno nella ricerca e individuazione preliminare delle fonti di prova da indicare prima al pubblico ministero e da presentare successivamente al dibattimento.
Un impegno protrattosi con la massima dedizione nel corso delle 36 udienze dibattimentali protrattesi anche in orari pomeridiani e serali e caratterizzate da un acceso, duro, snervante difficile contraddittorio, tendente in primo luogo ad accertare i fatti e quindi alla formazione della prova tecnica, attività di grandissimo impegno professionale che ha imposto ai difensori lo studio di svariate fonti medicolegali a carattere scientifico, oltre alla preparazione degli innumerevoli esami e controesami. La rilevanza del caso, il protrarsi di esso per un quadriennio con un impegno mentale, fisico e psicologico davvero notevole, la predisposizione, oltre la
discussione, di importanti ed incisive note difensive impongono di liquidare alle singole parti civili, in relazione all’impegno di ciascun difensore, somme non inferiori a quelle specificate in dispositivo.

DISPOSITIVO
Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, alla pubblica udienza del 6.7.2009;
Visti gli artt. 533 e ss. c.p.p.
Dichiara
Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri responsabili del delitto loro ascritto e li
Condanna
alla pena di anni tre e mesi sei di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.
Visti gli art. 538 e ss.
Condanna
Gli imputati in solido al risarcimento dei danni in favore delle parte civili Lino Aldrovandi, Patrizia Moretti, Germano Moretti e Stefano Aldrovandi da liquidarsi in separato giudizio.
Condanna
Gli imputati al pagamento di una provvisionale che si liquida in euro centomila ciascuno per Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti; cinquantamila ciascuno per Germano Moretti e Stefano Aldrovandi.
Condanna
Gli imputati in solido al pagamento delle spese di costituzione e difesa delle parti civili che liquida in: sessantamila euro oltre spese generali e accessori di legge in favore di Patrizia Moretti; sessantamila euro oltre spese generali e accessori di legge in favore di Germano Moretti; cinquantamila euro oltre spese generali e accessori di legge in favore di Lino Aldrovandi; ventimila euro oltre spese generali e accessori in favore di Stefano Aldrovandi.

Fissa in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

Ferrara, 6 luglio 2009

Il presidente di sezione - giudice monocratico
 

Dr. F.M. Caruso

domenica 24 giugno 2012

Omicidio Aldrovandi: Paolo Forlani, uno dei quattro assassini, insulta la madre di Aldrovandi su facebook


Quattro assassini, purtroppo poliziotti, che hanno gettato fango sulla divisa e ucciso un ragazzo inerme e ammanettato. Condannati in via definitiva per omicidio e grazie all'indulto (di matrice berlusconiana) quasi sicuramente mai in carcere. E su facebook, nella pagina del gruppo "Prima Difesa Due", tante persone partono con gli insulti, pesantissimi e ingiustificati. Fra questi imbecilli c'è anche Paolo Forlani, uno dei quattro assassini.

Questa è una cosa gravissima, non certo quanto l'assassinio, l'omicidio perpetrato a danno di Federico Aldrovandi, ma è comunque grave, e fa riflettere su chi era questa persona che vestiva la divisa, ha ucciso quel ragazzo, e ora si comporta così. Quanto vorrei che questo Paolo Forlani, assassino di Federico Aldrovandi, venga fatto accomodare in un carcere, se lo meriterebbe davvero.

Ora c'è stata l'ovvia querela della signora che è stata offesa, e dato che la fedina penale di Paolo Forlani è già sporca (per colpa di lui, l'assassino omicida è lui) anche qui ci sarà una condanna (gli insulti pesantissimi sono tutti online, niente di più facile da accertare in sede giudiziaria). Chissà che Paolo Forlani, l'omicida in divisa, non riesca a finire in carcere. Davvero intelligente, questo Paolo Forlani! Vengono i brividi a pensare che lavorava nella Polizia e girava con pistola, manganello e divisa. Vengono i brividi. La Società Civile non ha bisogno di queste sporche macchie, che vanno lavate.

Complimenti anche anche a tutte quelle altre persone che hanno scritto quegli insulti. Ma come... scrivete che siete a difesa delle forze dell'ordine e non lo siete anche della Giustizia? Che visione distorta della realtà, è molto berlusconiana. Cari dementi: nessuno è intoccabile. Insultate anche me, forza... animali. Bella figura fate fare - anche voi - alla Polizia di Stato. Siete feccia, la Polizia non vi merita, è migliore di voi.


I poliziotti condannati insultano la madre di Aldrovandi su Facebook

"Se avesse saputo fare la madre non avrebbe allevato un cucciolo di maiale", e ancora "faccia da culo (...) speriamo non si goda i risarcimenti dello stato". Paolo Forlani, fresco di condanna in Cassazione (tre anni e mezzo), si scatena sul social network nella pagina di Prima Difesa, contro Patrizia Moretti. E lei lo querela

di Marco Zavagli

“La “madre” se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo!”. Sono le parole che si leggono su Facebook. Le firma tale Sergio Bandoli sulla bacheca di Prima Difesa Due, l’account dell’omonima associazione che si prefigge la difesa a oltranza delle forze dell’ordine. Nel processo Aldrovandi era presente sia in Appello che in Cassazione, dove ha portato addirittura il legale di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini, a perorare la causa dei quattro poliziotti condannati con sentenza definitiva per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi.

Prima difesa tutela gratuitamente per cause di servizio tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine e Forze Armate, noi tuteliamo i primi difensori” scrive nella presentazione la presidente Simona Cenni, che in un post di commento alla sentenza della Cassazione del 21 giugno “grida” in maiuscolo il proprio disappunto – qui usiamo noi un eufemismo – per l’intervista di Patrizia Moretti, la madre del ragazzo ucciso nel settembre del 2005 a Ferrara: “Avete sentito la mamma di Aldrovandi… fermate questo scempio per dio… vuole che i 4 poliziotti vadano in carcere… io sono una bestiaaaaa”.

L’amo è lanciato. Il primo ad abboccare è questo iscritto al gruppo, Sergio Bandoli. Avatar con foto e cappello di alpino con penna nera. Ma la penna che gli fa paragonare Federico a un “cucciolo di maiale” riesce a gelare le vene ai polsi. I commentatori continuano sulla stessa lunghezza d’onda, fino a uno dei poliziotti condannati, Paolo Forlani, che interviene direttamente.

“Che faccia da culo che aveva sul tg – così descrive la madre orfana del figlio su cui lui e i suoi colleghi hanno rotto due manganelli -… una falsa e ipocrita… spero che i soldi che ha avuto ingiustamente (il risarcimento da parte dello Stato, ndr) possa non goderseli come vorrebbe… adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie…”.

Forlani fortunatamente premette di avere “massimo rispetto per Federico”, ma sui suoi genitori usa il pugno duro. Come ha fatto d’altronde con il loro figlio: “non vi auguro nulla di simile – scrive sulla pagina di Prima Difesa – ma vi posso dire che siamo stati calpestati nei nostri diritti e ripeto prima di parlare dovete leggere gli atti e non i giornali […], io sfido chiunque a leggere gli atti e trovare un verbale dove dice che Federico e morto per le lesioni che ha subito… […] noi paghiamo per le colpe di una famiglia che pur sapendo dei problemi del proprio figlio non hanno fatto niente per aiutarlo e stiamo pagando per gli errori dei genitori”.

Quanto agli atti, forse bastano le sentenze per rispondere all’agente. In quella di primo grado il giudice Caruso parlò di “grossolanità, incontrollato e abnorme uso della violenza fisica da parte degli agenti, dissociata da effettive necessità”; “un furioso corpo a corpo tra gli agenti di polizia e Federico, durante il quale vennero rotti due manganelli, con i quali colpirono l’Aldrovandi in varie parti del corpo, continuando dopo che lo stesso era stato costretto a terra e qui immobilizzato al suolo, nonostante i verosimili ma impari tentativi del ragazzo di sottrarsi alla pesante azione di contenimento che ne limitava il respiro e la circolazione”.

Stesso discorso per gli atti del secondo grado: i giudici della Corte d’Appello sottolinearono la “manovra di arresto, contenimento e immobilizzazione” attuata “con estrema violenza e con modalità scorrette e lesive, quasi volessero ‘punire’ Aldrovandi”.

Ora si aprirà inevitabilmente un altro capitolo della vicenda, con la querela per diffamazione che la Moretti ha depositato oggi pomeriggio davanti ai carabinieri di Ferrara. Destinatari Forlani, Bandoli e Cenni.

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"Sette anni di ingiustizie"? MA VAFFANCULO! Sei stato salvato dall'inquinamento delle prove, altrimenti altro che 3 anni e 6 mesi!

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Alla signora Simona Cenni spieghiamo una cosa (visto che non ci arriva da sola): difendere la divisa è giusto, stra-giusto, ma difendendo quei quattro assassini, Prima Difesa Due non ha difeso la divisa, né la Giustizia. Questa è la fiducia nella Magistratura? Nella Giustizia? Vestire una divisa non significa avere sempre e solo ragione, non significa che si può uccidere liberamente (quattro su uno, che era bloccato a terra, ammanettato, mica stava puntando un'arma). La Prima Difesa deve essere fatta ai Valori della Costituzione e della Legge, Legge che quei quattro assassini hanno violato: ecco perché è arrivata la condanna, altrimenti i Giudici non avrebbero sentenziato in tutti e tre i gradi di giudizio per la condanna! Tre volte, tre condanne!

Tutti hanno diritto alla difesa, è vero: ma tre condanne in tutti e tre i gradi di giudizio significa che quei quattro sono colpevoli di omicidio, e lo sono a titolo definitivo. Senza dubbi. Mica è stata condannata la Polizia in quelle tre condanne: sono stati condannati quattro assassini che hanno infangato la Polizia! SVEGLIATEVI DAL SONNO!

Quale grossolano errore sputare veleno sulla famiglia di Aldrovandi, su Federico Alrovandi stesso, e sui giudici che hanno condannato i quattro assassini. Notizia: nei Tribunali c'è una grande scritta, che recita "La Legge è uguale per tutti". Portare una divisa non significa stare al di sopra delle Legge. E' meglio che tutti quelli che stanno gettando quel fango usino il cervello (assieme al cuore).

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Se qualcuno vuole inorridire per le parole allucinanti di questa gente, legga QUI, è una pagina pubblica. 
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Aggiornamento 28 giugno: la pagina del gruppo è introvabile. Forlani è attualmente sotto procedimento disciplinare per volontà del ministro Cancellieri.

sabato 23 giugno 2012

Trattativa e 41-bis, un passato che non vuole passare


Splendido articolo dal sito dell'Antimafia, da leggere con attenzione, rileggere, e poi condividere in rete. Dedicato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


Trattativa e 41-bis, un passato che non vuole passare 

di Fabio Repici e Marco Bertelli - 23 giugno 2012

 

1993, l'anno delle bombe e delle prime revoche del 41-bis

Da un paio d’anni – più o meno da quando il braccio destro dei fratelli Graviano, Gaspare Spatuzza, ha iniziato a collaborare con la giustizia – le Direzioni distrettuali antimafia di Caltanissetta e Palermo stanno cercando di capire quali apparati dello Stato abbiano condiviso con Cosa Nostra la strategia eversiva a suon di bombe che ha spalancato le porte alla cosiddetta Seconda Repubblica e quali siano stati i tempi e gli strumenti che hanno permesso l’insana interlocuzione, più correttamente chiamata ‘Trattativa’, fra Stato e antiStato.

Con imperdonabile ritardo, sulla scia delle rivelazioni di Spatuzza e del figlio minore di don Vito Ciancimino, numerosi personaggi istituzionali hanno avuto riverberi di memoria su due snodi decisivi della Trattativa. Il primo: lo sciagurato dialogo a partire dal mese di giugno 1992 fra il Ros dei Carabinieri (nelle persone degli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, con la copertura del generale Antonio Subranni) e Vito Ciancimino, che ha visto dall’estate 2009 la resurrezione della memoria di Luciano Violante, Claudio Martelli e Liliana Ferraro. Il secondo: i provvedimenti di revoca o mancata proroga susseguitisi nel 1993, in favore di uomini di Cosa Nostra, del regime detentivo speciale previsto dall’art 41-bis dell’ordinamento penitenziario, sui quali i ricordi a scoppio ritardato sono stati soprattutto quelli dell’allora ministro di grazia e giustizia Giovanni Conso, che il 12 febbraio 1993 sostituì il dimissionario Claudio Martelli nel primo governo di Giuliano Amato e che fu confermato il 28 aprile 1993 nel successivo governo di Carlo Azeglio Ciampi.
Conso ha rivelato l’undici novembre 2010 agli attoniti membri della Commissione parlamentare antimafia di avere assunto il 5 novembre 1993 in completa solitudine la decisione di venire incontro alle esigenze di detenuti mafiosi, per fornire un segnale di pace all’ala provenzaniana di Cosa Nostra, che in quel momento aveva adottato una linea strategica contraria a quella stragista sostenuta da Leoluca Bagarella: “Nel 1993 non rinnovai il 41 bis per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ed evitai altre stragi... La decisione non era un’offerta di tregua o per aprire una trattativa, non voleva essere vista in un’ottica di pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le bombe del maggio ’93 a Firenze, quelle del luglio ’93 a Milano e Roma, Cosa nostra taceva. Cosa era cambiato? Toto’ Riina era stato arrestato, il suo successore, Bernardo Provenzano era contrario alla politica delle stragi, pensava piu’ agli affari, a fare impresa; dunque la mafia adotto’ una nuova strategia, non stragista”. Come l’algido giurista sabaudo avesse avuto contezza dell’esistenza di due tendenze contrapposte all’interno di Cosa Nostra, circostanza che gli investigatori avrebbero scoperto molto tempo dopo l’intuizione di Conso, rimane tuttora un mistero. Gli inquirenti titolari dell’inchiesta palermitana sulla Trattativa tra 'pezzi' dello Stato e 'pezzi' dell'antiStato hanno accertato che in realtà Conso in quell’occasione non rinnovò altri 194 provvedimenti di regime carcerario 41-bis, per un totale di 334 detenuti ai quali non fu prorogato il carcere duro.
Testimoniando il 15 febbraio davanti ai giudici della Corte d’assise di Firenze nel processo a carico del boss Francesco Tagliavia, Conso ha perfino peggiorato la sua indifendibile posizione: “A me di intese (tra pezzi dello Stato e pezzi della mafia, n.d.a.) non risulta assolutamente nulla, anche perché ero chiuso nel mio bunker. L’idea di una vicinanza mafiosa mi offende nel profondo. Dopo tutta una vita dedicata al diritto, sentirmi sospettato di aver trattato… Ma nemmeno lontanamente, abbiate pazienza!”. Ha poi incredibilmente aggiunto con tono sibillino: “A me non risulta che ci fossero dei mediatori, ma certo non posso escludere che fra due funzionari, magari una sera a cena, si possa aver detto ‘facciamo un ponte’”. Parole dal sen fuggite, quelle sull’intesa “fra due funzionari una sera a cena” o un preciso messaggio? Se di messaggio si è trattato sembrerebbe il riferimento a uomini d’apparato piuttosto che a politici. Ma chi potevano essere i funzionari che si incontravano a cena per “fare un ponte”? Forse le parole di Conso sono più velenose di quanto possa sembrare a prima vista. Velenose come le parole di coda nella deposizione dell’ex ministro: “Al momento non siamo ancora in grado di dire nulla di sicuro, magari col tempo, piano piano, pezzo dopo pezzo arriveremo alla verità”. Come se ci fosse un informale segreto di Stato, per far cadere il quale occorre tempo.

Peraltro, le affermazioni di Conso in merito alla mancata proroga dei provvedimenti di carcere duro ai primi di novembre del 1993, oltre a lasciare perplessi pressoché tutti gli osservatori, hanno trovato un’autorevole smentita nell’ex direttore del Dap (Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria) Nicolò Amato. Quest’ultimo era stato sostituito alla guida del Dap il 4 giugno 1993 dal magistrato Adalberto Capriotti, cui fu abbinato come vicedirettore Francesco Di Maggio, magistrato di punta alla Procura di Milano per quasi tutti gli anni Ottanta, poi passato all’Alto commissariato antimafia a coadiuvare Domenico Sica e infine, dietro segnalazione governativa, finito a Vienna a dirigere l’agenzia antidroga delle Nazioni Unite, incarico lasciato per insediarsi al Dap. In un’intervista rilasciata a Rainews24, Nicolò Amato ha rivelato il proprio fermo convincimento che la paternità del mancato rinnovo dei 41-bis del 5 novembre 1993 vada attribuita proprio a Francesco Di Maggio, che era il vero dominus del Dap, alle spalle del ruolo meramente formale assegnato a Capriotti. Amato nulla ha saputo (o voluto o potuto) dire, però, su un documento, da lui redatto nel marzo 1993, nel quale veniva sollecitata la messa in mora della normativa sul carcere duro per i mafiosi. Quella nota dell’ex capo del Dap faceva riferimento ad orientamenti già emersi il 12 febbraio 1993, lo stesso giorno dell’insediamento di Conso al posto di Martelli in via Arenula, nel corso di una seduta del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica: in quell’occasione – scrive Amato - era stato il capo della Polizia Vincenzo Parisi, storico mentore di Bruno Contrada, a manifestare contrarietà al mantenimento del regime detentivo previsto dall’art. 41-bis. Nei verbali di quel comitato, però, che Parisi abbia manifestato questo atteggiamento non risulta; risulta invece che fu lo stesso Nicolò Amato a sollecitare un alleggerimento del 41-bis. È un fatto che il 15 maggio 1993, il giorno successivo al fallito attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro a Roma, il regime carcerario del 41-bis fu revocato per 140 detenuti. Di questi, solo 17 erano divenuti collaboratori di giustizia, e per loro erano stati gli stessi magistrati a sollecitare l'alleggerimento del trattamento in cella. Per tutti gli altri fu una scelta autonoma del governo. I provvedimenti di revoca del 41-bis furono firmati dal vice-direttore del Dap Edoardo Fazioli.

Si diceva di Francesco Di Maggio. Si tratta del personaggio più controverso fra gli attori di quello squilibrato frangente istituzionale, nel quale il capo del governo Ciampi arrivò a temere un colpo di Stato di marca tardo-piduista. Personaggio controverso, Di Maggio, soprattutto per la statura indiscussa di molti suoi estimatori, fra i quali esponenti tra i migliori della storia giudiziaria milanese: da Piercamillo Davigo ad Armando Spataro a Ilda Boccassini. Senza dimenticare un dato di fatto da non trascurare: Francesco Di Maggio era stato uno dei magistrati antimafia più intimi con Giovanni Falcone.

 

Le indagini del pubblico ministero Gabriele Chelazzi sulle stragi del ‘93

E allora quali sono le ragioni che impongono di riflettere sull’eventuale ruolo di Di Maggio nella Trattativa? La prima è insuperabile: poco prima di morire, fu proprio il compianto pubblico ministero Gabriele Chelazzi – indubbiamente il magistrato che con maggiore sagacia e con indiscussa rettitudine cercò di venire a capo dei misteri di Stato della Trattativa – a mettere nel fuoco della sua attenzione investigativa l’operato di Di Maggio quale vicecapo del DAP nel 1993. Quando Chelazzi virò le indagini su di lui, in realtà Di Maggio era già morto, stroncato il 7 ottobre 1996 a soli 48 anni per una grave forma di epatite degenerata in cirrosi epatica. Ma ad insospettire il Pm fiorentino, oltre al ruolo formale di Di Maggio al Dap, era stata un’inspiegabile annotazione trovata nell’agenda dell’allora colonnello Mario Mori, esattamente nella pagina dedicata al 27 luglio 1993. Si tratta di una data drammatica per l’Italia: nella notte successiva tre auto riempite di esplosivo (una a Milano nei pressi del padiglione di arte contemporanea, una a Roma a San Giovanni in Laterano e un’altra sempre a Roma davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro) avrebbero insanguinato il centro cittadino di Milano e provocato terrore nell’area di due famosi edifici religiosi della capitale, intestati, curiosamente, a santi omonimi dei Presidenti dei due rami del Parlamento, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano. Ecco, proprio in quella data, sull’agenda di Mario Mori risultò annotato un appuntamento dell’ufficiale del Ros con Francesco Di Maggio, con una causale davvero strana: “per prob. detenuti mafiosi”. Strana, anzi inspiegabile, perché non risulta che fra i campi d’intervento del Ros ci fosse il controllo del trattamento penitenziario dei mafiosi. Chelazzi dovette saltare sulla sedia dalla sorpresa, nel leggere quell’appunto sull’agenda di Mori. Si consideri che le bombe di Milano e Roma scoppiarono all’indomani del rinnovo, deliberato il 16 luglio, di 325 decreti che imponevano il 41-bis ad altrettanti mafiosi, quelli varati subito dopo la strage di via D’Amelio a Palermo.

E un altro balzo Chelazzi dovette fare quando scoprì che il 22 ottobre 1993 Di Maggio e Mori si erano nuovamente incontrati, questa volta alla presenza anche dell’allora colonnello Giampaolo Ganzer, l’attuale comandante del Ros, condannato il 12 luglio 2010 dal Tribunale di Milano a quattordici anni di reclusione per gravissime imputazioni, a partire dal traffico di droga. Occhio alla data, 22 ottobre 1993: pochi giorni dopo, il 5 novembre 1993, 334 detenuti non si videro prorogato il regime restrittivo del 41-bis. Tra questi Conso decise di non rinnovare il carcere duro per 140 mafiosi rinchiusi all’Ucciardone nonostante Capriotti avesse chiesto un parere alla Procura di Palermo e quest’ultima avesse risposto che era inopportuno modificare il regime carcerario dei detenuti in questione, esprimendo parere favorevole alla proroga. Il parere della Procura di Palermo recava la firma degli allora procuratori aggiunti Vittorio Aliquò e Luigi Croce.

Fu all’esito di queste scoperte che Gabriele Chelazzi si decise a sentire come testimone Mario Mori. L’incontro fra il magistrato fiorentino e colui che il primo ottobre 2001 era diventato, su designazione del secondo governo Berlusconi, direttore del Sisde avvenne nel pomeriggio dell’11 aprile 2003 e Chelazzi non ne rimase per nulla soddisfatto: secondo lui, Mori si era trincerato dietro troppi inescusabili “non ricordo”. E per questo, come ricorda il magistrato Alfonso Sabella, in quel momento collega di Chelazzi alla Procura di Firenze, il P.m. che indagava sulla Trattativa si era determinato a iscrivere l’ex generale del Ros sul registro degli indagati: “L’ipotesi di Gabriele in quel periodo è che ci fosse stato un tentativo da parte degli organi dello Stato di dare un segnale di ‘apertura’ a Cosa Nostra in maniera da impedire che altre stragi si portassero avanti. Questo segnale di ‘apertura’ era collegato all’alleggerimento del 41-bis o quantomeno al ridurre il numero dei detenuti al 41-bis. Perché Gabriele faceva questa ipotesi? Perché – non ricordo in quale agenda o da qualche parte – aveva saputo di un incontro tra il generale Mori e Francesco di Maggio, all’epoca vicecapo del Dap, che sembrava collegato da un appunto alla vicenda del 41-bis. Nello stesso periodo si era registrata anche la revoca di parecchi decreti 41-bis. Questa era l’ipotesi che aveva Gabriele. ... Gabriele iscrisse Mori nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41-bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all’Olimpico (stadio Olimpico di Roma – ottobre 1993/gennaio 1994, n.d.a.). L'aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento verteva su una domanda specifica: l’avrebbe fatto per favorire la mafia o l’avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato? Gabriele giustamente sosteneva di volerlo appurare da Mori e a tal proposito ribadiva: ‘Mi venga a dire perché l’avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato’”. Sabella non si dovette sorprendere dei sospetti di Chelazzi, se sul Ros, da P.m. della D.d.a. di Palermo negli anni del Procuratore Giancarlo Caselli, si era fatta un’idea per nulla positiva proprio sulle ricerche dell’allora latitante Bernardo Provenzano, tema centrale del processo oggi pendente a Palermo a carico di Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu:A noi sembrava – così si è espresso Sabella a Palermo davanti ai giudici della quarta sezione penale del Tribunale – che il Ros agisse in un’altra direzione, per acquisire informazioni non come forza di polizia ma per altri motivi, a noi sconosciuti”.

Se si legge il verbale delle dichiarazioni rese da Mori ai pubblici ministeri Chelazzi e Giuseppe Nicolosi si comprende appieno la sensazione che Sabella ebbe della delusione del collega. Se ne ricavano, fra l’altro, alcune impressioni nette: intanto, la metodicità e lo scrupolo minuzioso con cui Chelazzi – che durante quel verbale, nelle premesse alle domande poste a Mori, spiega in dettaglio l’obiettivo delle sue indagini – aveva ricostruito in punto di fatto il susseguirsi di ogni anche minuscolo evento susseguitosi nel biennio 1992-93; poi il “buon rapporto” che intercorreva fra Mario Mori e Nicolò Amato, il quale, cessata la sua permanenza al Dap e intrapresa l’attività di avvocato, secondo Massimo Ciancimino sarebbe stato nominato quale difensore da Vito Ciancimino su consiglio proprio di Mori; ancora, il sospetto che Mori in quell’incontro del 27 luglio 1993 avesse potuto riportare a Di Maggio le confidenze che il pentito Salvatore Cancemi, consegnatosi ai carabinieri il 22 luglio precedente con l’intenzione di iniziare da subito a collaborare con la giustizia, gli avesse potuto rivolgere circa il forte malumore serpeggiante in Cosa Nostra per le modalità applicative del 41-bis; i tentennamenti manifestati al riguardo da Mori, che ricordava come subito dopo la sua costituzione Cancemi fosse stato alloggiato a Verona sotto il controllo del maggiore Mauro Obinu e, del tutto inspiegabilmente, del maresciallo Giuseppe Scibilia, a quel tempo in servizio al Ros di Messina (e dalla domanda del P.m. Nicolosi, se si trattasse proprio di quel maresciallo Scibilia in servizio a Messina, emerge la sorpresa pure dei magistrati); il rapporto di grande solidarietà fra Mori e Di Maggio, che erano “veramente amici” e che, al di là delle due annotazioni risultanti sull’agenda del generale Mori, si incontravano spesso anche a cena (sic!); i buoni rapporti di frequentazione fra Mori e l’allora direttore del Giornale di Sicilia Giovanni Pepi, che aveva ricevuto pubblico encomio niente di meno che da Totò Riina in un’esternazione dalla gabbia davanti alla Corte di assise di Roma il 29 aprile 1993: “Pepi è una persona seria che sa quello che scrive e quello che dice”; la prima visita che una giornalista, Liana Milella (allora a Panorama), riuscì a fare il 10 agosto 1993 al supercarcere di Pianosa per uno scoop che provocò le ire del Prefetto di Livorno, tenuto all’oscuro della sortita avvenuta con la copertura di Di Maggio, e avvenuta poco dopo un incontro che, il 30 luglio di quell’anno, la Milella aveva avuto con Mario Mori.

Di tutti i temi e i nomi emersi da quel lungo verbale, è qui il caso di soffermarsi su quello meno conosciuto, il maresciallo Giuseppe Scibilia. Sì, perché non si riesce a capire a quale titolo a un sottufficiale del Ros di Messina fosse stata assegnata la responsabilità di gestire l’avvio della collaborazione con la giustizia di Salvatore Cancemi nel luglio 1993. Peraltro, ciò avveniva pochissimo tempo dopo un eclatante ed inescusabile passo falso che il Ros di Messina, guidato per l’appunto da Scibilia, aveva fatto con l’omessa cattura nel barcellonese del boss allora latitante Nitto Santapaola: il capomafia catanese frequentava stabilmente dei locali nei quali erano attive intercettazioni ambientali gestite dal Ros di Messina nell’ambito dell’indagine sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano; anziché andare con tutta calma ad ammanettare Santapaola, il Ros aveva fatto intervenire la squadra del capitano Ultimo, che anziché acciuffare il latitante si era data ad inseguire un diciannovenne della zona, che per un soffio non fu ucciso dalle pistolettate esplosegli dietro da Sergio De Caprio. Ne venne fuori perfino un procedimento penale a carico di Ultimo, archiviato con una motivazione abbastanza infamante per l’ufficiale. Se Scibilia aveva ricevuto quell’incarico delicato ed estraneo alle funzioni che ricopriva in quel momento, ciò era dovuto agli antichi rapporti di fiducia che legavano il sottufficiale al generale Antonio Subranni, che nella seconda metà degli anni Settanta era stato in servizio a Palermo e aveva avuto ai suoi ordini il giovane maresciallo Giuseppe Scibilia. Proprio in quegli anni Scibilia, insieme ad altri subordinati di Subranni, fu impegnato nelle indagini sull’uccisione di due carabinieri della stazione di Alcamo Marittima, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. In un processo di revisione attualmente in corso presso la Corte di appello di Reggio Calabria, è emerso il forte sospetto che Scibilia ed altri si sarebbero resi responsabili di torture per costringere alcuni giovani del trapanese a confessare di essere i responsabili dell’eccidio. Ne è scaturito un procedimento a carico di Scibilia e altri tre sottufficiali presso la Procura di Trapani, per calunnia e altro, archiviato per prescrizione dei reati. Sullo sfondo delle torture, i depistaggi nelle indagini sul duplice omicidio, dietro il quale si è sospettata la presenza di trame nere e di deviazioni istituzionali. Negli anni Novanta, però, Scibilia era in servizio a Messina. Eppure, veniva usato dai vertici del Ros come un fidato globe-trotter per casi di particolare delicatezza. Cosa che avvenne pure nelle vicende che avvolsero il suicidio del maresciallo (anch’egli del Ros) Antonino Lombardo. La sera del 23 febbraio 1995, nel corso della trasmissione “Tempo reale” condotta da Michele Santoro, Leoluca Orlando e Manlio Mele (allora sindaco di Terrasini) avevano rivolto al maresciallo Lombardo accuse di contiguità mafiosa. Lombardo in quel periodo era da tempo impegnato in trasferte per gli Stati Uniti, ove si recava con il maggiore Obinu per svolgere colloqui investigativi con il boss Gaetano Badalamenti. Si disse che Badalamenti stesse per essere convinto a tornare in Italia per rendere alla magistratura dichiarazioni con le quali avrebbe messo in crisi i processi fondati sulle rivelazioni di Tommaso Buscetta: stravagante progetto di collaborazione con la giustizia a beneficio di imputati eccellenti. La sopravvenuta esposizione mediatica di Lombardo determinò i vertici del Ros a revocargli l’incarico per una partenza già programmata per il 26 febbraio. Vistosi abbandonato e in pericolo, Lombardo si tolse la vita il 4 marzo 1995, lasciando ai suoi familiari una lettera nella quale spiegava che “la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Il 16 marzo 1995 Mario Mori venne sentito dai pubblici ministeri di Palermo sul suicidio del maresciallo Lombardo e si espresse in questi termini circa la revoca dell’incarico a Lombardo per la nuova trasferta americana: “Il 24 avendo saputo che il sottufficiale avrebbe sporto querela contro le persone che lo avevano accusato, discussi della cosa con il maggiore Obinu. Questi segnalò l’inopportunità di esporre in quel momento il sottufficiale ad eventuali ulteriori polemiche, che potevano derivare dalla diffusione della notizia del suo incarico di portare Badalamenti in Italia e preso atto di tali osservazioni, parlai con il generale Nunzella (allora comandante del Ros, n.d.a.) ed insieme stabilimmo di mandare negli USA il maresciallo Scibilia, al posto di Lombardo”. Insomma, in quegli anni, ed anche in quelli a venire, il maresciallo Giuseppe Scibilia era uno dei più fidati ambasciatori degli uomini di vertice del Ros.

Ufficiali del Ros, e Mario Mori per primo, come rappresentanti dello Stato che si muovevano per ragioni apparentemente estranee ai propri compiti d’ufficio: questo, quindi, fu il filone investigativo coltivato dal P.m. Chelazzi negli ultimi giorni di vita. Lo sfortunato magistrato fiorentino, però, nella mattina del 17 aprile 2003 fu colto da un improvviso malore che ne provocò la morte.

 

L’eredità scomoda di Gabriele Chelazzi


A proseguire su quell’indirizzo d’indagine furono i suoi colleghi della D.d.a. di Firenze, che a poche settimane dalla morte di Chelazzi raccolsero imprevedibili riscontri sulle anomalie nei contatti fra Francesco Di Maggio e Mario Mori.

Ne parlò nel giugno 2008 il battagliero mensile d’inchiesta La Voce delle Voci, in seno all’articolo a firma di Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola dal titolo “L’infiltrato speciale”, dedicato a “Servizi segreti e inquinamento delle istituzioni”. I due autori riportarono stralci di un sofferto verbale di dichiarazioni rese il 13 maggio 2003 ai pubblici ministeri fiorentini Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi dall’ispettore del Dap Nicola Cristella, fedelissimo collaboratore di Di Maggio nei mesi caldi del 1993. Così aveva raccontato Cristella: “Quanto alle frequentazioni che il consigliere Di Maggio aveva in quel periodo anche in relazione al suo ruolo istituzionale, rammento che frequentava il maggiore Bonaventura del Sisde, l’attuale comandante del Ros generale Ganzer, il colonnello Ragosa della Polizia penitenziaria con cui erano molto amici. La abituale frequentazione con Bonaventura era accompagnata anche dalla presenza di un’altra persona con cui si vedevano spesso a cena tutte e tre, quasi tutte le sere; questa persona veniva all’appuntamento in motorino e se non ricordo male si tratta di un civile all’epoca anch’egli nei servizi segreti … Un’altra persona con cui il consigliere aveva una qualche frequentazione era il giornalista di Famiglia Cristiana Sasinini”. Il verbale dell’ispettore Cristella si concludeva con una precisazione: “In sede di rilettura l’ispettore Cristella precisa che la persona indicata precedentemente come commensale abituale del consigliere Di Maggio e del maggiore Bonaventura era il colonnello Mori del Ros. L’ispettore precisa che a questo punto è un po’ più incerto sul fatto di chi dei due, se cioè Bonaventura o Mori, venisse all’appuntamento in motorino”.

Dunque i rapporti fra Di Maggio e Mori erano ben più frequenti della singola annotazione dell’agenda del generale del Ros. Ma quel che più appare significativo è l’intero ventaglio delle relazioni personali praticate dal vicecapo del Dap: oltre agli ufficiali del Ros Mori e Ganzer, un altro ufficiale dell’Arma come Umberto Bonaventura che in quel momento era un dirigente del Sismi, il giornalista Guglielmo Sasinini oggi imputato nel processo per gli spionaggi Telecom che ha coinvolto anche Luciano Tavaroli e Marco Mancini (lo scandalo sullo spionaggio Telecom scoppiò nel settembre 2006), e infine l’ufficiale della Polizia penitenziaria e oggi dirigente del Dap Enrico Ragosa. Certo, persone molto diverse fra loro ma tutte a modo loro significative.

Per Umberto Bonaventura si potrebbe ripetere quanto detto per Di Maggio: figlio del capocentro del Sifar a Palermo fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, Bonaventura fu sicuramente, a partire dalla fine degli anni Settanta, uno dei giovani ufficiali più fedeli a Carlo Alberto Dalla Chiesa; fu il capo del Nucleo antiterrorismo e poi della Sezione anticrimine a Milano; passò dunque, al seguito di Di Maggio, all’Alto commissariato antimafia per poi, negli anni Novanta, entrare al Sismi, dove rimase fino alla sua morte improvvisa, avvenuta nel 2002. Fra i suoi subordinati a Milano ci furono due giovani sottufficiali destinati a diventare famosi: proprio Luciano Tavaroli e Marco Mancini, coinvolti nello scandalo Telecom insieme al giornalista Guglielmo Sasinini.

Il quale Guglielmo Sasinini, oltre ad essere imputato a Milano nel processo per gli spionaggi Telecom, è stato un giornalista che spesso si è interessato di vicende di mafia. Ancora oggi Vincenzo Calcara, il pentito di Castelvetrano che iniziò a collaborare con Paolo Borsellino nel 1991, ricorda un po’ stranito l’intervista che Sasinini, dietro accreditamento dell’Alto commissariato antimafia, gli fece dopo la strage di via D’Amelio e che venne pubblicata da Famiglia Cristiana il 5 agosto 1992.
Il pezzo giornalistico più sconvolgente su questioni di mafia, però, l’ex vicedirettore di Famiglia Cristiana lo scrisse quando era più impegnato nelle traversie giudiziarie che non nel mestiere di cronista. Comparve sulle colonne di Libero il 3 aprile 2008 con il titolo “Lo Stato mortifica chi lotta sul serio contro la mafia” ed era un’accorata difesa del Ros di Mori. Ma soprattutto conteneva una rivelazione sconvolgente che non avrebbe mai trovato smentita. Sasinini, infatti, sostenne di aver condiviso con Mori e con l’allora capitano Sergio De Caprio (meglio noto con lo pseudonimo di Ultimo) i giorni che precedettero la cattura di Riina. Tutto scritto nero su bianco e occultato dalla più inspiegabile distrazione generalizzata (tranne i già citati Cinquegrani e Pennarola e lo scrittore Alfio Caruso, nel suo “Milano ordina uccidete Borsellino”, ed. Longanesi): “Dopo mesi di lavoro puro gli ‘indiani’ scovarono e catturarono il capo dei macellai corleonesi: Totò Riina. Io conoscevo bene quel gruppo di guerrieri e condivisi molte giornate con loro e soprattutto con Mario Mori, in particolare l’estenuante attesa della vigilia quando ‘il pacco’ stava per essere consegnato. Poi tutta l’Italia si emozionò per la più famosa delle catture”. Certo, la cattura di Riina raccontata come un “pacco” che viene consegnato sembra la ricopiatura della tesi, ritenuta infamante dal Ros ma ritenuta molto più che verosimile da molti osservatori e da molti investigatori, secondo cui Riina fu consegnato nelle mani del Ros, per iniziativa di Bernardo Provenzano. Solo che stavolta a sostenere questa teoria fu non un avversatore del Ros ma una persona strettamente legata agli esponenti di vertice dell’organismo d’investigazione d’eccellenza dell’Arma dei carabinieri. Senza trascurare la domanda più banale: ma che ci azzeccava il giornalista Guglielmo Sasinini con Mori e De Caprio in attesa della cattura di Riina?

Dalle parole di Cristella emerge un altro nome della cerchia ristretta dei fedelissimi di Di Maggio, il “colonnello Ragosa della Polizia penitenziaria”. Si tratta di Enrico Ragosa (ancora oggi dirigente del Dap), che nel 1986 era stato impegnato al carcere palermitano dell’Ucciardone, per il maxiprocesso celebratosi nell’aula bunker, e che nel 1997 per due anni sarebbe transitato al Sisde. Giusto il 6 luglio 1993 (sotto la gestione Capriotti-Di Maggio) Ragosa era stato nominato responsabile del Servizio di coordinamento operativo (dedito specificamente ai detenuti di mafia) del Dap. E certo non dovette essere un caso se il 4 dicembre 1996 su Famiglia Cristiana comparve un’intervista esclusiva del generale Ragosa al giornalista Guglielmo Sasinini. In premessa alle risposte di Ragosa, l’intervistatore segnalava, con invidiabile arguzia, che “le bombe di Roma, Firenze, Milano avevano lo scopo di indurre il potere politico a eliminare il regime 41-bis’”. Poi però tuonava convinto: “invece così non è stato”. E le 334 revoche del 5 novembre 1993? Distrazioni di un giornalista. Il quale proseguiva notando che “alle spalle della sua scrivania il generale Ragosa tiene in bella evidenza le fotografie di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Giovanni Falcone, di Francesco Di Maggio che diresse (sic!) il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”.


 

Barcellona Pozzo di Gotto, uno snodo cruciale dei rapporti mafia-potere

 
               Si torna, dunque, a Di Maggio e a quei sospetti che Chelazzi stava cercando di verificare, di fare diventare ipotesi processuali. Non sappiamo se Chelazzi, in quei giorni, avesse letto (o riletto), una vecchia informativa del Gico della Guardia di Finanza di Firenze, trasmessa il 3 aprile 1996 (Nr. 109/U.G. di prot.) ai pubblici ministeri di La Spezia che in quel periodo stavano indagando su traffici d’armi all’ombra di una possibile nuova P2, in un’inchiesta che avrebbe portato in carcere il 16 settembre 1996, tra gli altri, Pierfrancesco Pacini Battaglia e Lorenzo Necci.Quell’informativa del 3 aprile 1996, però, era dedicata a un altro personaggio, Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952. Si tratta della stessa persona che negli anni Novanta venne indagata (e poi archiviata) sia nella famosa inchiesta “Sistemi criminali” della D.d.a. di Palermo sia nell’inchiesta di Caltanissetta sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

La cronaca giudiziaria messinese degli anni Settanta testimonia che Cattafi era stato compagno d’armi, all’università di Messina, niente di meno che di Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci. Cattafi successivamente era stato anche il mentore, oltre che il testimone di nozze, del boss barcellonese Giuseppe Gullotti. Quello stesso Gullotti che, secondo Giovanni Brusca, su richiesta di Rampulla, aveva personalmente recapitato agli stragisti di Capaci il telecomando utilizzato proprio da Brusca il 23 maggio 1992.

Beh, se Chelazzi negli ultimi tempi lesse quell’informativa dovette strabuzzare gli occhi. Perché vi era riportata un’intercettazione in cui era proprio Cattafi a parlare dei propri rapporti con Di Maggio.

A questo punto, però, è meglio fare un passo indietro. Cattafi, dopo i burrascosi anni di militanza neofascista all’università di Messina, che gli avevano fruttato due condanne definitive (una per una goliardica sventagliata con un mitra Sten all’interno della Casa dello studente; l’altra, insieme a Pietro Rampulla, per l’aggressione ad un gruppo di studenti sospetti di simpatie sinistrorse), si era trasferito dalla fine del 1973 a Milano dove aveva impiantato affari nel campo farmaceutico. Era però finito, anche all’ombra della Madonnina, in guai giudiziari. In un’occasione era stato pure arrestato, in un’indagine per il sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati, che nel gennaio 1975 aveva fruttato ai rapitori il riscatto di addirittura due miliardi e mezzo di lire. Le prove sembravano solide, c’era perfino una testimone oculare che aveva visto Cattafi ed un complice, con le borse piene dei soldi del riscatto, partire per la Svizzera. Sennonché, su richiesta proprio del pubblico ministero Francesco Di Maggio, Cattafi era stato prosciolto in istruttoria con una sentenza emessa nel 1986 dal giudice istruttore milanese Paolo Arbasino.

Cattafi, però, era rimasto coinvolto anche nelle rivelazioni che il pentito milanese (di origine catanese) Angelo Epaminonda, detto “il Tebano”, aveva reso proprio al dr. Di Maggio, a partire dal novembre 1984. Epaminonda aveva accusato Cattafi di essere l’emissario del boss catanese Nitto Santapaola negli affari dei casinò e di essere uno degli uomini più importanti del sodalizio mafioso insediatosi nell’autoparco di via Salomone a Milano. Una storia da prendere con le pinze, quella dell’indagine sull’autoparco della mafia, perché era rimasta senza esito a Milano fin dal 1984 e quando era stata tirata fuori nel 1992 dalla Procura di Firenze ne era nata una violenta polemica, strumentalizzata da chi aveva tentato di brandirla, in difesa dei tangentisti di regime, come arma contro il pool Mani Pulite di Milano. Di quell’inchiesta, nel 1984 a Milano, era stato titolare per l’appunto Francesco Di Maggio, che da un lato aveva raccolto le dichiarazioni di Epaminonda sui mafiosi dell’autoparco e dall’altro aveva ricevuto le informative dei carabinieri sulla stessa vicenda. Ma nulla ne era sortito. Non solo: nel maxiprocesso derivato dalle confessioni di Epaminonda fra gli imputati non era comparso Rosario Cattafi (per lui le accuse di Epaminonda erano state stralciate e inserite nel fascicolo per il sequestro Agrati). Anzi, nel “processo Epaminonda” il P.m. Di Maggio aveva fatto svolgere a Cattafi il ruolo di testimone dell’accusa.

Francesco Di Maggio – non lo avevamo ancora detto – era cresciuto a Barcellona Pozzo di Gotto, figlio di un sottufficiale dell’Arma che prestava servizio lì. Solo dopo la licenza liceale si era trasferito in Brianza, a Desio, dove, prima di entrare in magistratura, aveva fatto in tempo a dedicarsi alla politica come consigliere comunale.

Torniamo all’intercettazione di Cattafi riportata nell’informativa del Gico di Firenze. Nella notte del 16 settembre 1992 gli investigatori del Gico, con un’ambientale piazzata negli uffici dell’autoparco di via Salomone, avevano intercettato una lunghissima conversazione fra Rosario Cattafi, Ambrogio Crescente e Vincenzo Caccamo. Il discorso ad un certo punto era andato sul pentito Angelo Epaminonda, che aveva rivelato a Di Maggio un incontro che Cattafi gli aveva chiesto, per conto di Nitto Santapola, per entrare in società al casinò di Saint Vincent.

Eccone il testo: “CATTAFI: ‘Io non lo conoscevo (Angelo Epaminonda, n.d.a.) … e maledetto il momento che l’ho conosciuto … perché io ero … sono stato arrestato in Svizzera … sono venuto in Italia, scendo per chiedere e chiarire … mandato di cattura in Italia … eh potevo uscire dopo altri tre mesi … ad un certo punto … neanche il tempo di fare accertamenti e interrogatori … si è pentito sto cazzo in brodo … eh … diciamo il dottor DI MAGGIO … il P.M. non lo sai ci sono andato a scuola…’. CRESCENTE: ‘… inc. … DI MAGGIO era un avvocato fallito a Monza … inc. … DI MAGGIO era un caruso … un … inc. … fallito…’. CATTAFI: ‘Questo era il figlio del maresciallo dei Carabinieri al mio paese (incomp.) … questo dice … ti manda come cassiere della mafia internazionale … questo … inc. … ehh … lui DI MAGGIO … inc. … dice non appartiene a … non è uno … eh dice però … DI MAGGIO si sente dire … ma c’ero pure io con – inc. – a questo punto … quello ci disse sappi che per me è uomo di SANTAPAOLA … eh … avvicinato…’”.
Chiunque può farsi un’idea: la più adesiva al tenore delle parole è che Cattafi ammettesse di aver effettivamente incontrato Epaminonda, il quale poi si era pentito con un P.m., Di Maggio, al quale Cattafi era legato da antichi rapporti risalenti ai tempi della scuola a Barcellona Pozzo di Gotto; e non sembra potersi mettere in dubbio che Cattafi riferisca la reazione di sorpresa che Di Maggio aveva avuto all’indirizzo di Epaminonda quando il pentito aveva legato il nome di Cattafi alla mafia e in particolare al boss Santapaola. Certo è che, fra le rivelazioni di Epaminonda e quell’intercettazione, Cattafi con Di Maggio per forza di cosa aveva avuto contatti, non foss’altro che per il fatto che il pubblico ministero aveva chiamato Cattafi come teste d’accusa per la posizione dell’imputato Salvatore Cuscunà nel processo nato dalla collaborazione di Epaminonda. È, quindi, abbastanza fondato il sospetto che Cattafi in quella conversazione intercettata ripetesse un discorso fattogli personalmente dal suo vecchio conoscente Francesco Di Maggio.

Ecco, quindi, come in quell’incredibile gioco di specchi che sembra fare da scenario alla Trattativa si passa da Di Maggio ad un personaggio di alta valenza criminale come Cattafi, il quale nel decreto emesso dal Tribunale di Messina con il quale nel luglio 2000 gli venne irrogata la misure di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno venne sospettato di essere una sorta di trait d’union fra la mafia barcellonese, la mafia catanese e i servizi segreti.

E così si entra nel gioco grande del progetto politico-eversivo che fece, almeno in parte, da propulsore alle stragi mafiose. In questo quadro, occorre ricordare, allora, che due collaboratori di giustizia siciliani (uno catanese, Maurizio Avola, e uno messinese, Luigi Sparacio) hanno reiteratamente dichiarato che Rosario Cattafi nei primi anni Novanta avrebbe partecipato ad alcuni summit, tenutisi in provincia di Messina, prodromici alle stragi del 1992, alla presenza, fra emissari della mafia e di apparati deviati, anche di Marcello Dell’Utri. Quelle dichiarazioni non trovarono seguito ma nemmeno smentita.

Di quelle riunioni potrebbe tornare a parlarsi nel processo di revisione che si preannuncia per la strage di via D’Amelio. Infatti a breve la D.d.a. di Caltanissetta proporrà alla Procura generale di Caltanissetta le risultanze finali delle indagini avviate con la collaborazione di Gaspare Spatuzza, che hanno spazzato via i depistaggi di Stato che avevano accompagnato il “pentimento” di Vincenzo Scarantino ed una parte dei processi che si erano celebrati fra Caltanissetta, la Corte di cassazione e Catania. Secondo le regole sulla competenza per i processi di revisione, così, ad occuparsi della revisione sulla strage del 19 luglio 1992 sarà la Procura generale di Messina, guidata dal magistrato barcellonese Antonio Franco Cassata.

Anche di lui e dei suoi legami con Cattafi si parla in quella informativa del Gico di Firenze. Al momento dell’arresto furono trovati nell’agenda di Cattafi tutti i recapiti telefonici del magistrato, compreso quello di casa. Chissà perché li teneva in agenda. Viene anche ricordata la militanza di Cattafi in un particolarissimo circolo culturale barcellonese il cui nome dice già abbastanza: Corda Fratres (cuori fratelli). Ne era socio, quando organizzava l’omicidio del giornalista Beppe Alfano o quando – secondo il racconto di Brusca – procurava il telecomando per la strage di Capaci, anche il boss Gullotti. Il dominus di quel circolo culturale era ed è proprio il magistrato, Antonio Franco Cassata, cui arriveranno gli atti per la revisione del processo su via D’Amelio.

Sulle pareti della sede di Corda Fratres, che si trova nella piazza centrale di Barcellona P.G., campeggiano ancora le vecchie locandine attestanti la partecipazione di Di Maggio a conferenze indette dal circolo cui erano iscritti Rosario Cattafi e Giuseppe Gullotti.

La Trattativa e quel che ne è derivato come una persecuzione del destino: un passato oscuro che non vuole passare.

Trattativa Stato-Mafia. Indagine su Napolitano?


Dal sito Micromega  le parole di Salvatore Borsellino. Ora, sarà massarcrato come lo è appena stato Antonio Di Pietro? Mi piacerebbe sentire il parere di Nichi Vendola, sempre attento a filosofeggiare ma altrettanto attento a non prendere iniziative coraggiose, come questa.

Credo che nessuno sia intoccabile, neanche Napolitano, e il fatto che è presidente della Repubblica non significa che non lo si può criticare. Troppo accondiscendente nei confronti dei governi Berlusconi (non dimentichiamo che ha firmato e promulgato leggi poi dichiarate incostituzionali dalla Suprema Corte), troppo silenzioso davanti ad accuse precise che provengono dal passato: aver fatto passare sottobanco e in silenzio finaziamenti illeciti dal partito comunista russo al PCI. Per non dimenticare infine che Mario Monti sulle nostre tasche ce l'ha infilato lui.

La cosa che puzza più di tutte, oltre alle parole dei protagonisti catturate in audio nelle intercettazioni, è che Napolitano non ha chiarito niente sul merito della questione, né ha voluto rispondere ai cronisti.






Quirinale e trattativa Stato-mafia, Salvatore Borsellino chiede l’impeachment per Napolitano

MicroMega intervista il fratello del magistrato assassinato dalla mafia: "È sconvolgente che al Quirinale si dia ascolto a chi come Mancino cerca di frenare quei magistrati coraggio che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. Parlare addirittura di avocazione o di accorpamento delle indagini significa una cosa sola: si vuole fermare il lavoro della Procura di Palermo. Che questo avvenga dalla più alta carica dello Stato è una cosa estremamente grave e non può che portare a una sola conseguenza: l'ipotesi di impeachment per il Presidente della Repubblica. Fino a quando non sarà cancellato il peccato originale di una Seconda Repubblica fondata sulle stragi del '92 e '93 l'Italia non potrà mai dirsi un paese democratico e civile".


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Trattativa Stato-mafia, Borsellino: “Impeachment per Napolitano”

Il fratello del magistrato ucciso e presidente del movimento delle Agende Rosse: "La sua reazione è quella di chi tenta di chiamare a raccolta tutte le forze istituzionali". E chiede al capo dello Stato: "Perché da 4 anni nessuna istituzione si presenta più a via d'Amelio per la commemorazione del 19 luglio?"

di Redazione Il Fatto Quotidiano

L’impeachment per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Lo chiede Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato dalla mafia, in un’intervista pubblicata oggi su www.micromega.net. “E’ sconvolgente – dice Salvatore Borsellino – che al Quirinale si dia ascolto a chi come Mancino cerca di frenare quei magistrati coraggio che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. Parlare addirittura di avocazione odi accorpamento delle indagini significa una cosa sola: si vuole fermare il lavoro della Procura di Palermo, che più di altri è andata avanti sulla linea della trattativa. Che questo avvenga dalla più alta carica dello Stato è una cosa estremamente grave e non può che portare a una sola conseguenza: l’ipotesi di impeachment per il Presidente della Repubblica”. “Fino a quando non sarà cancellato il peccato originale di una Seconda Repubblica fondata sulle stragi del ’92 e ’93 – aggiunge – l’Italia non potrà mai dirsi un paese democratico e civile”.

E al capo dello Stato, che ieri aveva parlato di “insinuazioni e sospetti fondati sul nulla”, replica: “Di complotto non si tratta, ma di impedimenti al lavoro della giustizia. Mi pare la reazione scomposta di chi sa di avere delle cose da nascondere e quindi tenta di chiamare a raccolta le altre forze istituzionali perché si stringano. Che alla fine è quello che è successo, a parte la voce isolata di Di Pietro. Tutti i membri della Casta hanno parlato di attacco alle istituzioni, attacco al presidente della Repubblica. Prima di parlare di attacco bisogna parlare alla verità e alla giustizia. In molti Paesi si è arrivati all’impeachment per molto meno”. E aggiunge: “Evidentemente la verità è sconvolgente, ma proprio per questo è necessario che venga alla luce”.

Cosa direbbe, chiede Micromega, Borsellino a Napolitano, ne avesse la possibilità? “Gli chiederei come mai da 4 anni, quando il 19 luglio il mio movimento delle Agende rosse va in via D’Amelio per chiedere giustizia e verità, nessuna istituzione si presenta più in via D’Amelio, perché si sceglie di commemorare con una furtiva trasferta in Via D’Amelio il 23 maggio per porre una corona di Stato e poi nel momento in cui una giornalista del Fatto, Sandra Amurri, chiede al portavoce del presidente della Repubblica se parteciperà il 19 luglio, le viene risposto ‘Perché, cosa c’è il 19 luglio?’. Di cos’hanno paura? Non so se hanno paura della verità, di un’agenda rossa, forse perché rappresenta simbolo ricerca giustizia e verità”.
“A Napolitano – conclude Salvatore Borsellino – chiederei come si può a fronte di certe cose sicuramente venute alla luce, cioè il tentativo di fermare l’operato dei giudici di Palermo, come si può poi parlare di complotto nei confronti del capo dello Stato. Se un complotto c’è, è da parte di chi vuole fermare la strada della giustizia. Per fortuna che in questo caso il procuratore nazionale antimafia ha ritenuto di non dare corso a certe richieste che sicuramente gli sono state avanzate, visto che giustamente ha dato una risposta scritta in modo che rimanesse traccia di queste sollecitazioni nei suoi confronti”.

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Le otto domande del Fatto al Presidente della Repubblica

Il giornale chiede a Giorgio Napolitano una dichiarazione ufficiale sulla seguente conversazione intervenuta il 12 marzo scorso tra il consigliere Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino.  Qual è l’interpretazione “non tendenziosa” di questa intercettazione secondo il Capo dello Stato?

di Marco Lillo

Alla Cortese Attenzione del consigliere del Quirinale Pasquale Cascella

Gentile consigliere Pasquale Cascella ho provato a contattarLa telefonicamente ma non riesco a ottenere risposta a voce o via sms al cellulare. Il Fatto chiede al Presidente della Repubblica una dichiarazione ufficiale sulla seguente conversazione intervenuta il 12 marzo scorso tra il consigliere Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino.

D’Ambrosio: Qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato, per cui diventa tutto… cioè… la posizione di Martelli… tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… eh… indipendentemente dal processo diciamo, così…
Mancino: Ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa.
D'Ambrosio: no no… dico no… io ho detto guardi non credo… ho detto signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato giusto… e anche con Scalfaro

1. Il Presidente conferma o smentisce di avere chiesto a D’Ambrosio di chiedere a Mancino se questi aveva parlato con Martelli?

2. Il Presidente si dissocia dalle affermazioni di D’Ambrosio che connette la richiesta suddetta (colloquio Mancino-Martelli extra processo) con il contrasto di posizione tra i due ex ministri in vista di un confronto nel processo?

3. Qual è l’interpretazione “non tendenziosa” di questa intercettazione secondo il Presidente?

4. E qual è l’interpretazione “non tendenziosa” di questa seconda affermazione contenuta nella conversazione intercettata il 5 marzo sempre tra D’Ambrosio e Mancino?

Mancino: Eh… però il collegio a mio avviso li, un collegio equilibrato. Come ha ritenuto inutile il confronto Tavormina.… dirigente prima della Dia e poi dirigente del Cesis, come ha ritenuto inutile ha respinto la domanda di confronto così potrebbe anche rigettare, per analogia…, eh… si ma davvero questa è la fonte della verità Martelli ed io sono la fonte delle bugie?
D'Ambrosio: Sì, ho capito però il problema è intervenire sul collegio e una cosa molto delicata questo è quello che voglio dire.
Mancino: Questo io l’ho capito.
D'Ambrosio
: Una cosa è più facile parlare con il pm, perché… chiedere… io quello che si può parlare è con Grasso, per vedere se Grasso dice… eh… di evitare… cioè questa è l’unica cosa che vedo perché Messineo, credo che non dirò mai… deciderà Di Matteo… dirà così no.

5. Il consigliere giuridico del Presidente, per evitare il confronto a Mancino, considera l’ipotesi di intervenire prima sul collegio del Tribunale, poi ripiega in via ipotetica sul pm e infine sul procuratore nazionale antimafia. Il Presidente si dissocia o ritiene lecito intervenire su un collegio del tribunale o su un pm per evitare un confronto tra un testimone qualsiasi e un altro testimone più amico (Mancino) che rischia un’incriminazione?

6. Perché il Quirinale dovrebbe occuparsi e preoccuparsi del contrasto di posizione tra due testimonianze di due ex ministri in un procedimento penale?

7. Più volte D’Ambrosio afferma di avere chiesto al Procuratore nazionale Piero Grasso di intervenire per un coordinamento tra le procure di Palermo e Caltanissetta più conforme alle aspirazioni di Mancino e di avere ricevuto in risposta un diniego. D’Ambrosio afferma in un’altra conversazione con Mancino: “Dopo aver parlato col presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni, vediamo un po’. Però, lui… lui proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ma sai lo so non posso intervenire… capito, quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant’è che il presidente parlava di… come la procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito”.

8. Ritiene il Presidente di essere stato indotto in errore dal suo consigliere o ritiene giusto intervenire sul procuratore generale per chiedere al procuratore nazionale (che recalcitra) di rafforzare il coordinamento tra procure al fine reale però – da quello che dice il suo consigliere giuridico al telefono – di evitare un confronto scomodo a un testimone?