lunedì 31 ottobre 2011

Piduisti al Governo e attuazione dei piani di Licio Gelli: contro i Magistrati

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Quando pesno alla faccia di Cicchitto e a quella di Berlusconi mi prudono le mani, sempre. Sono due dei più fetidi piduisti che insozzano la politica italiana. Il "piano di rinascita democratica" prevedeva la non pubblicazione dei nomi dei Magistrati sui giornali, in modo che la gente non sapesse chi puniva potenti e ladri, e si creasse terra bruciata attorno alle toghe che non chinavano il capo ai poteri forti. L'attuale governo sta facendo la stessa cosa. Leggete pure.

Quella legge che piaceva a Gelli
di Marco Travaglio
Il capo della P2 lo aveva chiesto chiaramente nel suo Piano: "Vietato scrivere sui giornali i nomi dei magistrati". E ora il governo vorrebbe farlo davvero. Per creare terra bruciata attorno alle toghe

Nessuno ne parla, ma nella legge bavaglio che entra ed esce dall'agenda del governo e del parlamento, c'è un codicillo che vieta ai giornalisti di citare i magistrati per nome. Il copyright dell'ingegnosa trovata non è degli scribi berlusconiani: è di Licio Gelli, che l'aveva anticipata a metà degli anni 70 nel "Piano di rinascita democratica" della P2: "Divieto di nominare sulla stampa i magistrati investiti di procedimenti giudiziari". Ma che fastidio può dare il nome di una toga? Beata ingenuità.

I magistrati non sono tutti uguali. Quelli che fanno il proprio dovere senza guardare in faccia nessuno subiscono attacchi, rappresaglie, e spesso si salvano grazie al sostegno dell'opinione pubblica. Invece quelli che rispondono a criteri di opportunità politica (per non parlare di dormienti, insabbiatori, corrotti) càmpano e ingrassano proprio sull'anonimato: sono allergici alla luce del sole, come i pipistrelli e i vampiri.

Il penultimo esempio in ordine di tempo è quello delle indagini frenate a Bari sul caso Berlusconi-Tarantini. L'ultimo è l'inchiesta per corruzione mafiosa su tre politici siciliani del centrodestra: Saverio Romano, ministro dell'Agricoltura (imputato pure di concorso esterno), Carlo Vizzini e Totò Cuffaro (condannato e detenuto per favoreggiamento mafioso). I tre sono accusati di aver ricevuto soldi da Massimo Ciancimino tramite il commercialista-prestanome del padre Vito, il ragionier Giovanni Lapis. La prova deriva da intercettazioni che nei giorni scorsi la Procura di Palermo ha chiesto al Parlamento il permesso di utilizzare. Ma che risalgono al 2003-2004, quando si indagava su Ciancimino jr. per il riciclaggio del tesoro del padre, poi sequestrato con la condanna del figlio di don Vito per intestazione fittizia di beni.

Perché sono giunte alle Camere soltanto ora, sette anni dopo? Nel 2003-2004 l'indagine è coordinata dall'allora procuratore Piero Grasso e dal fedele aggiunto Giuseppe Pignatone. Che usano le intercettazioni per incriminare e far arrestare il giovane Ciancimino, ma non per indagare i tre politici. Perché? Mistero. Nessuno ne sa nulla fino al 2008 quando Massimo, dopo un'intervista-bomba a "Panorama" sulla trattativa Stato-mafia del '92, viene richiamato in Procura.

Qui, nel frattempo, non ci sono più Grasso e Pignatone, passati rispettivamente alla Procura nazionale antimafia e a quella di Reggio Calabria. Il nuovo procuratore Francesco Messineo e i suoi pm aprono un'indagine sulla trattativa. E scoprono dalla viva voce di Ciancimino che era stato intercettato con alcuni politici, a suo dire vecchi amici del padre. Cadono dalle nuvole. Chiedono notizie ai carabinieri che a suo tempo avevano condotto e ascoltato le intercettazioni. E scoprono che sotto la vecchia Procura non sono state trascritte tutte. Centinaia di nastri ammuffiscono nei cassetti in attesa che qualcuno li ascolti per trascrivere quelli penalmente rilevanti.

La cosa viene disposta in fretta a furia: ed ecco affiorare le conversazioni dello scandalo. Emerge pure una circolare di Grasso che nel 2005 ordinava di non citare mai nei brogliacci e nelle richieste di proroga le telefonate in cui comparissero le voci di parlamentari prima che il Parlamento avesse concesso l'autorizzazione. Cautele sorprendenti: la legge Boato del 2003 richiede l'ok delle Camere per usare processualmente le intercettazioni indirette di parlamentari, non certo per riportarle negli atti dell'indagine in cui sono state disposte. In ogni caso la Procura "dormiente" ben si guardò dal chiedere alle Camere quell'autorizzazione. Così le bobine riposarono in pace per quattro anni negli archivi dell'Arma e lì sarebbero marcite in eterno senza quel casuale accenno di Ciancimino ai nuovi pm.

Se fossero state valorizzate per tempo, oggi probabilmente si sarebbe già celebrato il processo di primo grado. Non si rischierebbe la prescrizione. E forse Romano non sarebbe ministro. La sua nomina infatti fu accompagnata da una "riserva" scritta del capo dello Stato, che auspicava "chiarimenti" sull'altra indagine, quella per mafia, che la Procura aveva chiesto di archiviare: chissà se Napolitano avrebbe messo la firma su un ministro già imputato o magari addirittura condannato. I magistrati non sono tutti uguali: meglio non nominarli invano.

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sabato 29 ottobre 2011

Tratta di esseri umani a scopo sessuale. Per gli USA c'è Berlusconi

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Era ovvio che sarebbe andata così. La vergogna che questo pedodelinquente sta facendo provare alla società civile italiana non ha mai fine. Altro che "documento segreto" pubblicato da Wikileaks, qui c'è un documento ufficiale del governo americano, redatto da Hillary Clinton, che parla chiaro. Oltre ad allegare il link, ho riportato per intero la parte riguardante l'Italia, col riferimento esplicito a Berlusconi ed alcune lacune del lavoro del governo italiano riguardo al tema, sono tutte in neretto.

Berlusconi citato nel rapporto Clinton sulla tratta di esseri umani. Per il caso Ruby
Il nome del presidente del consiglio compare nel "Trafficking in Persons Report 2011" presentato dal Dipartimento di Stato americano. Non come capo di governo impegnato nel combattere la prostituzione, ma come imputato in un processo "per lo sfruttamento sessuale di una ragazzina marocchina"
di Eugenia Romanelli

Dal 2009, da quando cioè è a capo del Dipartimento di Stato americano, Hillary Clinton, con orgoglio e soddisfazione, presenta il Trafficking in Persons Report (Tip). Che è la summa di dodici mesi di indagini in giro per il mondo: centinaia di pagine che fanno il punto sulla legislazione di cui sempre di più i vari paesi, recependo dettami Onu e delle varie carte dei diritti, si vanno dotando, e sulla applicazione delle leggi per contrastare quel fenomeno-piaga del nuovo millennio che è il traffico di esseri umani.

Nella scheda relativa all’Italia del Tip di quest’anno si fa riferimento per ben due volte a Silvio Berlusconi. E non perché in qualità di presidente del Consiglio di un paese europeo è in prima linea nella lotta al trafficking. Ma perché, si legge nel Report, “nel periodo preso in esame, il primo ministro del paese è finito sotto inchiesta per prostituzione minorile”. Il riferimento è al “caso Ruby”. Infatti, si legge ancora nella scheda, “nel febbraio 2011 i giudici hanno stabilito la data di inizio del processo per il primo ministro Berlusconi accusato di sfruttamento sessuale di una ragazzina (child nella versione originale, ndr) marocchina. Le inchieste giornalistiche hanno indicato prove di una terza parte coinvolta nello sfruttamento: questo sta a significare che la ragazza era vittima di trafficking” (qui il rapporto integrale, in inglese).

Nel presentare il Report – il 27 giugno, ma finora l’imbarazzante citazione era sfuggita – Hillary Clinton ha spiegato che «il Trafficking in Persons Report del 2011 comprende oltre 180 reportage che raccontano gli sforzi dei vari governi per combattere il traffico di persone. In linea con i valori del protocollo sul trafficking delle Nazioni Unite, che mira a garantire la prevenzione e il perseguimento, e anche la protezione per il massimo numero di vittime, gli Stati Uniti definiscono trafficking il lavoro forzato e il traffico di adulti e bambini per sfruttamento sessuale”.

Ed ecco come si inquadra uno dei due brani che riguardano Silvio Berlusconi. Se da una parte “l’Italia è pienamente conforme ai requisiti minimi per l’eliminazione della tratta”, nel senso che il nostro paese è dotato di una legislazione in grado di combattere questa piaga, dall’altra il governo “deve ancora adottare procedure nazionali per l’identificazione e l’aiuto delle vittime”. Anche perché, come sottolineano le Ong, c’è grande preoccupazione per “la focalizzazione del governo sul rimpatrio accelerato dei clandestini e delle donne straniere accusate del reato di prostituzione di strada”. In questo modo “le vittime non sono identificate dalle autorità: viene ritenuto che abbiano violato la legge e sono perseguite per atti illeciti commessi come conseguenza diretta della condizione di vittime di tratta”.

Ed è qui che arriva il primo riferimento a Berlusconi: “Nel periodo in esame, il primo ministro del paese è stato indagato per induzione alla prostituzione minorile”. Come dire: se il primo ministro del Paese viene indagato per prostituzione minorile, come si fa a perseguire chi induce alla prostituzione?

Nella sezione riguardante il nostro Paese, si spiega anche che nonostante la legislazione e nonostante le indagini realizzate dal 2003, anno dell’adozione della Legge contro il Trafficking delle persone che prevede pene che vanno dagli otto ai 20 anni di carcere, ci sono tante situazioni che vedono coinvolti pubblici ufficiali (poliziotti, funzionari di ambasciata, eccetera) colpevoli di trafficking, di cui poi, in sede penale, si perdono le tracce. E in caso di condanna le pene sono molto più basse di quanto previsto.

Nel 2009, il governo italiano ha riferito di aver indagato 2.521 persone sospettate di trafficking, di averne arrestate 286, mentre nel 2008 i sospettati erano 2.738, e gli arresti 365. I condannati nei Tribunali italiani per trafficking sono stati 166 nel 2009 e 138 nel 2008. La condanna media è stata di 6,5 anni di carcere. I condannati per trafficking legato allo sfruttamento della prostituzione minorile e alla schiavitù hanno ricevuto condanne in media, rispettivamente, per 3,5 e 1,5 anni.

Insomma, come ha sottolineato la Clinton: le leggi ci sono, il problema è che non vengono applicate. Il perché, in relazione all’Italia, sembra dire questo punto del report, sta nel fatto che le indagini non vanno avanti, soprattutto quando ci sono di mezzo figure pubbliche. Per poi concludere, come se ci fosse una relazione tra le due cose, che “nel febbraio 2011 i giudici hanno stabilito la data di inizio del processo per il primo ministro Berlusconi accusato di sfruttamento sessuale di una ragazzina marocchina. Le inchieste giornalistiche hanno indicato prove di una terza parte coinvolta nello sfruttamento: questo sta a significare che la ragazza era vittima di trafficking”.
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La parte riguardante l'Italia e Berlusconi la metto per intero:



ITALY (Tier 1)

Italy is a destination and transit country for women, children, and men subjected to sex trafficking and forced labor. Victims originate from Romania, Nigeria, Morocco, Albania, Moldova, Russia, Ukraine, Bulgaria, China, and, to a lesser extent, Belarus, Brazil, Colombia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Pakistan, Bangladesh, and Ecuador. Romanians and other children from Eastern Europe continued to be subjected to sex trafficking and forced begging in the country. A significant number of men continued to be subjected to forced labor and debt bondage, mostly in the agricultural sector in southern Italy and the service sectors in the north of the country. Recruiters or middlemen are often used as enforcers for overseeing the work on farms in the south; reportedly they are often foreigners linked to organized crime elements in southern Italy. Immigrant laborers in the agriculture, construction, and domestic service sectors and those working in hotels and restaurants were particularly vulnerable to forced labor. Forced labor victims originate in Poland, Romania, Pakistan, Albania, Morocco, Bangladesh, China, Senegal, Ghana, and Cote d’Ivoire.

The Government of Italy fully complies with the minimum standards for the elimination of trafficking. The government provided comprehensive social assistance to identified trafficking victims and it continued to vigorously prosecute trafficking offenders. However, the government has yet to adopt national procedures for the identification and referral of victims throughout Italy. Furthermore, NGOs remain concerned that the government’s focus on the expedited return of illegal migrants and foreign women in street prostitution resulted in trafficking victims not being identified by authorities and therefore being treated as law violators and being penalized for unlawful acts committed as a direct result of being trafficked. During the reporting period, the country’s prime minister was investigated for facilitating child prostitution.

Recommendations for Italy: Ensure that formalized protection and services are provided to victims of forced labor in Italy; collect and disseminate comprehensive law enforcement data disaggregating forced labor from forced prostitution convictions; standardize identification and referral procedures for potential trafficking victims on the national level; increase outreach and identification efforts to all potential victims to ensure trafficking victims are not penalized for immigration crimes committed as a direct result of being trafficked; implement proactive anti-trafficking prevention programs targeted at vulnerable groups, trafficked victims and the larger public; consider establishing an autonomous, national rapporteur to enhance anti-trafficking efforts; and share Italy’s best practices on victim protection with other countries.

Prosecution

The Government of Italy continued to proactively investigate and prosecute trafficking offenders during the reporting period. Italy prohibits all forms of trafficking in persons through its 2003 Measures Against Trafficking in Persons Law, which prescribes penalties of eight to 20 years’ imprisonment. These penalties are sufficiently stringent and commensurate with penalties prescribed for other serious offenses, such as rape. In 2009, the government reported investigating 2,521 suspected trafficking offenders, resulting in the arrest of 286 people, compared with investigating 2,738 suspects, and arresting 365 people in 2008. Italian courts convicted 166 trafficking offenders in 2009, an increase from 138 convictions in 2008. The average sentence imposed on offenders convicted under the country’s trafficking law was 6.5 years in prison. Trafficking offenders convicted under exploitation of underage prostitution and slavery laws were given sentences averaging 3.5 and 1.5 years, respectively. The government did not disaggregate its data to demonstrate convictions of forced labor offenders. In February 2011, investigators disrupted a criminal organization composed of three groups of Romanians and Italians suspected of trafficking in persons in Messina. Prosecutors requested the arrest of 40 individuals accused of recruiting, kidnapping, segregating, raping, and forcing Romanian victims into prostitution as well as threatening their relatives in Romania. The suspects reportedly also auctioned off the virginity of underage victims. Although the government continued to investigate acts of trafficking-related complicity involving police officers and other officials, it did not report any resulting prosecutions, convictions, or sentences. Specifically, the government did not report additional action in a case from December 2009 in which authorities arrested and charged two prison guards with exploitation of women in prostitution or a case from September 2007 involving an officer of the Italian consulate in Kyiv arrested for facilitating the trafficking of young girls for forced prostitution. In May 2010, officials arrested two police officers suspected of trafficking-related complicity in a night club in Pisa. In February 2011, judges set a trial date for Prime Minister Berlusconi for the alleged commercial sexual exploitation of a Moroccan child; media reports indicate evidence of third party involvement in the case, indicating the girl was a victim of trafficking.

Protection

In 2010, the Government of Italy continued to provide comprehensive assistance to identified trafficking victims, primarily through the funding of NGOs by national, regional and local authorities. Article 13 of the Law 228/2003 provides victims with three to six months’ assistance while Article 18 of Law 286/1998 guarantees victims shelter benefits for another 12 months and reintegration assistance. Application of this article is renewable if the victim finds employment or has enrolled in a training program, and is sheltered in special facilities. Foreign child victims of trafficking received an automatic residence permit until they reached age 18. While there are arrangements at the local level to help guide officials in identifying and referring trafficking victims, the government did not have formal procedures on the national level for all front-line responders in Italy. The government did not provide information on the overall number of victims identified or the number who entered social protection programs during the year, though it reported that 527 victims obtained temporary residence visas in 2010, a decline from 810 victims who obtained such visas in 2009. The police reported identifying 640 victims of labor exploitation in 2010, compared to 410 identified in 2009. During the reporting period, government funding made available for social assistance programs for trafficking victims was approximately $12.7 million. Eighty-three victims assisted law enforcement in the investigation of their traffickers. The Italian government does not have a formal reflection period during which trafficking victims can recuperate and decide whether to assist law enforcement, but rather informally grants one without it being limited to a finite number of days. A recent NGO report praised this informal reflection period, noting its “important results” when combined with comprehensive assistance provided to victims.

During the reporting period, the government continued to implement anti-immigration security laws and policies resulting in fines for illegal migrants and their expedited expulsion from Italy. Further, in November 2010, the government approved a security package that provides for the return of foreign women in prostitution found on the street in violation of rules adopted by local authorities. Local and international experts continue to voice concerns that this commitment to expedited expulsion has prevented law enforcement authorities from adequately identifying potential victims of trafficking.

Prevention

The Government of Italy demonstrated some efforts to prevent trafficking in 2010, but did not launch any new, comprehensive anti-trafficking campaigns to raise awareness or address demand for forced prostitution and forced labor during the reporting period. The Ministry for Equal Opportunity established a committee that included independent experts and NGOs to draft Italy’s first national action plan on trafficking in 2010. Transparency in the government’s anti-trafficking efforts was limited, however, as the government did not report publicly on its policies or various measures to address the problem. In September 2010, a federation of tour operators and trade unions presented its first report on child sex tourism: reportedly 78 percent of 130 tour operators informed their tourism clients about the need to respect children when traveling abroad; however, the report criticized Italian authorities for not enforcing child sex tourism laws. The Center of Excellence for Stability Police Units continued to organize training on human rights and trafficking for personnel who serve in international missions and the Italian armed forces regularly organize training to prevent the trafficking or sexual exploitation of women and children while troops are deployed abroad for any purpose.

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Articoletto salva delinquenti nel "decreto sviluppo". Ennesimo scandalo


Siamo alle solite. Ai delinquenti non piace che vengano scoperte le proprie attività ciriminose, e allora i delinquenti stessi inseriscono in un testo normativo che si occupa di tutt'altro (il "decreto sviluppo") un piccolo articolo che castra in larga parte le intercettazioni, equiparando il cellulare al wi-fi! Del resto il cellulare è così comodo per organizzare attività criminale, perché allora permettere le intercettazioni? Grazie a questa norma criminogena ogni delinquente potrà organizzare il compimento di reati comodamente, ovunque gli verrà bene: basterà avere un cellulare in tasca e il gioco è fatto.

Ma che bel Governo, ma che bella accozzaglia di delinquenti!

Toh, un'altra legge salva cricche
di Alessandro Longo
Incredibile ma vero: perfino nel decreto sviluppo sono riusciti a infilare un articoletto che rende più difficile intercettare chi è sotto indagine. Il tutto con un trucchetto: equiparare i cellulari all'Wi-Fi

Una norma sta per introdurre l'identificazione light degli utenti Wi-Fi e al tempo stesso renderà più difficile intercettare quelli che navigano e telefonano su internet via rete mobile. E' contenuta nella bozza del Dll Sviluppo e sta già sollevando polemiche tra esperti ed esponenti dell'opposizione. Secondo i quali adesso il governo, in un colpo solo, vuole fare gli interessi sia degli operatori telefonici sia di chi non vuole farsi intercettare dalle forze dell'ordine.

La norma, contenuta al punto 13 del Dll, in fondo prende le mosse da una cosa attesa: il bisogno di aggiornare il decreto Pisanu per quanto riguarda l'identificazione degli utenti Wi-Fi. Com'è noto, da quest'anno sono decadute le disposizioni, contenute nel Pisanu, che obbligavano gli operatori Wi-Fi a identificare in modo certo gli utenti. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni aveva promesso già da fine 2010 che li avrebbe sostituiti con obblighi più leggeri, ma poi non n'è ha fatto più niente. Fino ad ora: il Dll introdurrebbe infatti l'identificazione light, cioè via sms, per altro già utilizzata da tutte le principali reti Wi-Fi. L'utente ottiene i dati di accesso fornendo all'hot spot Wi-Fi il proprio numero di cellulare.

Peccato che la cosa non finisca qui. La norma estende quest'identificazione light anche ai servizi di banda larga mobile via Sim, di fatto equiparandoli a quelli su Wi-Fi. Gli operatori mobili sono esonerati inoltre dal tenere traccia del traffico degli utenti. Si legge: "Anche in deroga a quanto previsto dal comma 2 (del Pisanu, Ndr.), gli utenti che attivano schede elettroniche (S.I.M.) abilitate al solo traffico telematico ovvero che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche o punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili possono essere identificati e registrati anche in via indiretta, attraverso sistemi di riconoscimento via SMS e carte di pagamento nominative".

La conseguenza è che «diventerà molto più difficile, anche per gli esperti incaricati dalla magistratura, identificare e intercettare gli utenti che navigano su rete mobile, con la quale peraltro possono anche telefonare, via internet», dice Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie.

«Equiparare le Sim al Wi-Fi è una follia», continua. «Sono comuni e note a tutti le intercettazioni sul traffico telefonico mobile. Mentre non mi risulta che ci siano mai state indagini per intercettare un hot spot Wi-Fi. E' ovvio, c'è una bella differenza: la Sim te la porti ovunque, l'hot spot è statico in una posizione». La previsione, se passa questa norma, è quindi che chi non vuole essere intercettato avrà gioco facile. Gli basterà attivare una Sim per internet ricevendo un Sms su un numero di cellulare intestato ad altre persone o di un operatore straniero. Potrà quindi parlare via Skype con una persona che ha fatto lo stesso e sarà impossibile intercettarlo: gli inquirenti non avrebbero contezza nemmeno che certi utenti, indagati, hanno fatto traffico internet.

Un politico attento alle questioni di internet ci vede un curioso paradosso: «Da una parte, il governo continua con i tentativi di bavaglio alla libertà di informazione. Dall'altra, comincia a sostenere gli interessi di chi non vuole farsi intercettare», dice Vincenzo Vita (Pd). Sul chi vive anche Paolo Gentiloni (PD): «Ho visto una trentina di bozze circolare, del Dll, con dentro ogni cosa. Non credo quindi sia imminente un testo definitivo. Ma è giusto lanciare un allarme, se con la scusa del Wi-Fi fanno un'operazione di questo genere».

venerdì 28 ottobre 2011

Pubblico Ministero denuncia Berlusconi. Era ora!

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Basta col fango gettato su chi sta solo lavorando. Ed è patetico che Ghedini e Longo dicano che Berlusconi quando accusava il PM del processo Mills di un "uso politico della Giustizia" stava svolgendo le sue funzioni ex art. 68 Cost. Non ci casca nessuno. Questi patetici pagliaccetti al servizio del ducetto la devono finire, come la deve finire lui, il Delinquente di Stato, di vilipendere tutto e tutti. Era più facile non delinquere.

Processo Mills, pm denuncia il premier: "Mi ha diffamato, chiedo 500mila euro"
Il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo ha citato il premier davanti al Tribunale di Brescia chiedendogli un risarcimento per le dichiarazioni che fece nel 2006 in riferimento all'inchiesta ("pervicace volontà accusatoria" e "uso politico della giustizia)
da REPUBBLICA

BRESCIA - Il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo ha citato Silvio Berlusconi davanti al Tribunale di Brescia chiedendogli 500 mila euro per le dichiarazioni che fece nel 2006 in riferimento all'inchiesta Mills. Robledo era contitolare del fascicolo penale a carico di Berlusconi per corruzione in atti d'ufficio.

Il magistrato milanese ha avviato la causa in seguito alle frasi di Berlusconi che all'epoca delle indagini aveva parlato di "inerzia" della procura di Milano, di "pervicace volontà accusatoria" e di "uso politico della giustizia". La causa si tiene davanti al giudice del tribunale di Brescia Adriano De Lellis. I legali del Cavaliere hanno sollevato l'eccezione fondata sull'articolo 68 della Costituzione, secondo il quale i parlamentari non sono tenuti a rispondere delle opinioni espresse nell'esercizio delle proprie funzioni.

Due giorni fa il pm di Milano Fabio De Pasquale ha depositato una richiesta di estinzione per prescrizione del reato di riciclaggio contestato a Mills e al banchiere Paolo Del Bue. Secondo il pm il reato è estinto dallo scorso 4 ottobre.

In base al nuovo calendario che le parti hanno deciso assieme, Berlusconi 3dovrebbe essere in aula o per rispondere alle domande o, come pare più probabile, rendere dichiarazioni spontanee, il 5 dicembre. Dopo di che un fitto calendario: otto udienze, con quella del 22 dicembre forse dedicata alla requisitoria, fino ad arrivare al 16 gennaio quando salvo altri 'imprevisti' o il possibile intervento della legge sulla prescrizione breve, potrebbe arrivare la sentenza.

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venerdì 21 ottobre 2011

Saverio Romano, Provenzano e la Mafia. Il documento integrale

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Dell'Utri, Berlusconi, Saverio Romano... Buone letture.

Provenzano e il ministro
di Lirio Abbate
Un nuovo pentito accusa Saverio Romano: lo conosco bene, il padrino ci ha ordinato di farlo eleggere in Parlamento. E la procura di Palermo scrive: "Si è messo a disposizione per aiutare Cosa nostra. Intascando mezzo milione"

Bernardo Provenzano è uno che sulla politica ha sempre avuto la vista lunga, scegliendo i giovani su cui puntare, quelli destinati ad andare lontano. E la sua attenzione sarebbe stata catturata da un rampollo democristiano, un ragazzo sveglio che non disdegnava i contatti con gli amici degli amici. E' così che secondo i nuovi verbali raccolti dagli investigatori il padrino corleonese nel 2001 avrebbe investito sulla carriera di un parlamentare particolarmente promettente: Saverio Romano. Una nuova accusa contro l'onorevole che nello scorso dicembre ha lasciato l'Udc garantendo la sopravvivenza del governo di Silvio Berlusconi e ottenendo poi la poltrona di ministro dell'Agricoltura.

Pochi giorni fa, le prime intercettazioni trasmesse dalla procura di Palermo alla Camera hanno spinto Gianfranco Fini a chiederne le dimissioni, innescando uno scontro con il segretario del Pdl Angelino Alfano. Ma adesso "l'Espresso" è in grado di rivelare tutti gli elementi raccolti dagli investigatori nei confronti dell'esponente siciliano dei Responsabili. A partire dalle dichiarazioni inedite di un collaboratore di giustizia considerato di primo piano dagli inquirenti: Giacomo Greco.

Non è un mafioso qualsiasi, perché arriva da una famiglia che per decenni è stata al fianco di Provenzano. E conosce Romano da sempre perché sono cresciuti nello stesso paese, a Belmonte Mezzagno, piccolo centro a 24 chilometri da Palermo, con una forte presenza mafiosa. Nel 1997 i carabinieri li fermarono insieme durante un controllo di ruotine: con loro c'era un'altra persona, poi assassinata. Ma soprattutto il pentito è il genero del boss Ciccio Pastoia che per decenni curò gli interessi economici e la latitanza del vecchio padrino di Corleone. Nel 2004 Pastoia fu intercettato da una microspia mentre confidava i segreti del sistema di potere di Provenzano, svelando mandanti ed esecutori di diversi omicidi. Fu arrestato e in carcere si suicidò per avere disonorato la sua famiglia. Ma i mafiosi non giudicarono la sua morte sufficiente a lavare l'onta: bruciarono il loculo con la sua bara.

Oggi i verbali di Greco sull'appoggio di Provenzano per il futuro ministro sono importanti perché confermano il contesto delle altre accuse, quelle per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione "aggravata dall'avere avvantaggiato" Cosa nostra. Due procedimenti distinti, per i quali il parlamentare era già indagato prima della nomina a ministro. Le ipotesi di reato sono gravissime. Il parlamentare avrebbe incassato tangenti per circa 500 mila euro per favorire una società in cui avevano interessi Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano. E per questo motivo gli inquirenti ritengono che Romano facesse parte di un "comitato d'affari" dove si "collegano le condotte di imprenditori spregiudicati, liberi professionisti a libro paga, amministratori corrotti, politici senza scrupoli votati ad una "raccolta del consenso" senza regole".

Ma la storia, stando al racconto di Giacomo Greco ai pm di Palermo, comincia con le elezioni del 2001, quando la famiglia dei Mandalà di Villabate, che gestiva la latitanza di Provenzano, e quella di Ciccio Pastoia "si interessarono per far votare Saverio Romano". Il pentito spiega che all'epoca venne a conoscenza di queste direttive dei boss "perché direttamente informato da Ciccio Pastoia e dai suoi figli". Mafia e politica si intrecciano ancora una volta: dieci anni fa, secondo Greco, c'era la "necessità" di portare Saverio Romano in Parlamento. Per farlo eleggere tutto il clan si sarebbe mobilitato. Evitando passi falsi: per non "bruciare" il candidato, Ciccio Pastoia evitò di farsi vedere in pubblico insieme a Romano, ma come rivela il pentito, i due si conoscevano bene e l'uomo di fiducia di Provenzano teneva i suoi rapporti con il futuro ministro attraverso Nicola Mandalà, il mafioso che per due volte accompagnò Provenzano in una clinica a Marsiglia.

"Sia Ciccio Pastoia che i suoi figli Giovanni e Pietro affermarono che su Romano c'era anche l'interesse dello "zio" e cioè di Bernardo Provenzano", spiega il collaboratore di giustizia. Ma nel 2003 le cose cambiano. I carabinieri del Ros cominciano a concentrarsi su Belmonte Mezzagno, piazzando microspie e telecamere nascoste: lo stesso Romano finisce sotto inchiesta assieme a Totò Cuffaro. E i boss sostengono di venire delusi da lui, perché non mantiene più le promesse. "Nel 2004 Ciccio Pastoia mi incaricò di organizzare ed eseguire un attentato incendiario in danno dell'abitazione del padre dell'onorevole Romano. Mi disse che Nicola Mandalà ce l'aveva con Romano perché non aveva mantenuto gli impegni precedentemente assunti". L'intimidazione non venne portata a termine perché il controspionaggio dei mafiosi, come spiega Greco, aveva individuato le indagini segrete del Ros: c'era il rischio di finire nel mirino delle telecamere piazzate nel paese.

Per il documento integrale CLICCA QUI (si può anche scaricare, tutto).

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domenica 16 ottobre 2011

Le parole di un poliziotto sul 15 ottobre

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Leggete con attenzione quanto scrive questo poliziotto che ieri ha prestato servizio in divisa alla manifestazione: ci sono tante verità che i massmedia non vi diranno mai.

15 ottobre, riflessioni di un poliziotto
di Mirko Carletti (agente di Polizia)

Dopo la difficile giornata di ieri e una notte che avrebbe dovuto portare consiglio al risveglio mi trovo con le stesse convinzioni di ieri: in piazza San Giovanni è stata sconfitta la democrazia.

La rete mette a disposizione materiale su quello che è accaduto ieri, c’è l’imbarazzo della scelta: ci sono i violenti che devastano (minoranza) e le persone pacifiche (la maggioranza) che manifestavano e che cercavano addirittura di fermare i violenti. La condanna delle forme di violenza è alla base della civiltà e della convivenza e questo è il primo punto fermo; il secondo è la libertà di espressione e di manifestare nel rispetto della leggi, questo purtroppo non è avvenuto e la responsabilità va attribuita allo Stato che attraverso le sue Istituzioni non è riuscito a garantire lo svolgimento di una manifestazione. Che senso ha criminalizzare il movimentismo? Chiedergli l’isolamento dei violenti? Il movimento esprime disagi, rappresenta problematiche che una classa politica vera ascolterebbe per trovare soluzioni attraverso soluzioni legislative. Il male superiore diventano le persone che scendono in piazza o quelli che approfittano di questi eventi per mettere in pratica violenze e devastazioni? Si rischia di trasformare le vittime in carnefici se si generalizza in modo superficiale. Perché le Istituzioni non riconoscono di aver fallito? L’ordine Pubblico di ieri è stato fallimentare e ha segnato una sconfitta per tutti noi.

Ieri se non fossi stato di servizio avrei partecipato con mio figlio, qualcuno forse può darmi del violento o tacciarmi per uno che non contrasta la violenza?

La città era blindata, gli uffici periferici praticamente chiusi per aver fornito uomini e mezzi all’emergenza della capitale e il risultato è sotto gli occhi di tutti; che l’apparato della sicurezza non ha funzionato è evidente come il fallimento di una sistema che si limita a blindare senza prevenire.

I modelli di ordine pubblico non si creano con un giorno ma se per anni si svuotano di significato gli apparati investigativi (con tagli o continui prelievi per pattuglioni e ordine pubblico) resta solo il modello “militare” fatto di un’enorme “fanteria” dislocata per strada senza una preparazione adeguata e senza equipaggiamenti.

Ieri ero con altre decine di colleghi in piazza del parlamento, la stragrande maggioranza non aveva esperienze di Ordine Pubblico, personale preso in ogni ufficio per fronteggiare il grande evento, siamo stati schierati e pronti ad intervenire dalle 13 fino alle 22 potendo fruire del solo sacchetto vitto delle 13 e senza altro fino alle 23.00 (inizio servizio alle 11,30 e fine servizio ore 23.00), un fallimento anche dell’organizzazione interna che continua a non rispettare i lavoratori di polizia, i loro contratti e la loro dignità professionale.

Il modello “militare” era stato applaudito in occasione del 1° Maggio (nonostante violazioni contrattuali nei confronti dei lavoratori di polizia) e ierii invece si è dimostrato fallimentare, come lo era stato il 14 dicembre, evidentemente perché lo stesso modello non può essere applicato per il black bloc e per i pellegrini.

Oggi molti dei colleghi coinvolti negli scontri saranno nuovamente impiegati per garantire l’ordine pubblico allo stadio, ragione in più per ritenere questo modello non più accettabile anche per limiti operativi evidenziati e per la mancanza di rispetto per i lavoratori di polizia.

Noi che facciamo sindacato e conosciamo i meccanismi interni le pecche di un modello militare che è solo scenico, dove la preparazione e la professionalità sull’ordine pubblico sono subordinate alla “scenografia”. Quando poi si creano situazioni di guerriglia urbana è difficile tenere la situazione sotto controllo, se non si riesce a prevenirle dopo diventa difficile, se non impossibile, gestirle. In altre occasioni si è bonificato il percorso, sono stati tolti i cassonetti e sigillati i tombini proprio per prevenire incendi e la possibilità di alzare barricate.

Un modello diverso di società e un diverso modello di ordine pubblico sono alla nostra portata o resteranno un’utopia?

Lo squallore peggiore continua a fornirlo gran parte della classe politica che sta esasperando il paese con la loro politica di macelleria sociale, con manovre economiche che non intaccano ricchezze e privilegi ma affamano le persone e che si presenta in tv a commentare e strumentalizzare proteste legittime e pacifiche nella stragrande maggioranza, incapace di comprendere che alla base di tutto ci sono loro e della loro incapacità di governare nell’interesse pubblico.

Oggi proporranno inasprimenti delle pene, nuove compressioni dei diritti individuali facendo finta di non capire che la sicurezza urbana, che loro continuano a tagliare, non si esaurisce con il contrasto alla prostituzione ma passa per tutte le libertà, anche quelle di scendere in piazza per poter esprimere le proprie idee.

[Mirko Carletti è poliziotto e sindacalista del Silp Cgil]

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venerdì 14 ottobre 2011

Berlusconi e Maroni aiutano la Mafia: ecco come


Pregiudicati, condannati, indagati per Mafia, Camorra, 'Ndrangheta e quant'altro... ecco il Governo, ecco l'attuale maggioranza. E non venga poi la Lega a dire che è per la Legalità. E spero che il maggiordomo Alfano la smetta di citare le parole di Falcone a sproposito in televisione: sempre più gente ha aperto gli occhi. A questi delinquenti non crede più nessuno.

Il governo taglia l'Antimafia

Con una durissima lettera al ministro Maroni i sindacati delle forze di polizia denunciano: gli stipendi degli agenti della Dia sono stati ridotti fino al 20 per cento nonostante i successi vantati dall'esecutivo nella lotta alla criminalità organizzata. "E' stato questo soltanto il frutto di un'iniziativa scomposta da parte di un alto burocrate del Dipartimento o è l'espressione di una precisa volontà politica?"

da L'Espresso

Il governo Berlusconi taglia i fondi all'Antimafia. Con una durissima lettera di protesta, indirizzata personalmente al ministro dell'Interno Roberto Maroni, tutti i sindacati delle forze di polizia denunciano pubblicamente che sono stati ridotti in blocco del 20 per cento perfino gli stipendi degli agenti della Direzione investigativa Antimafia, il corpo nazionale di investigatori specializzati che fu voluto da Giovanni Falcone e che in questi anni ha già subito pesantissimi tagli alle strutture e al personale.

La lettera, firmata da tutti gli organismi rappresentativi, dal Siulp al Silp fino al Sap e ai funzionari di polizia, chiede a Maroni di dissociarsi da una misura che metterebbe a serio rischio la lotta alla mafia, oppure di assumersi la responsabilità politica di sciogliere definitivamente la Dia per mancanza di fondi. I rappresentanti delle forze di polizia ricordano inoltre che gli straordinari successi vantati dal governo nella lotta alla mafia sono in realtà dovuti in gran parte alle indagini giudiziarie della Dia, che si ripagano ampiamente i costi grazie a continui sequestri e confische miliardarie di patrimoni mafiosi.
La lettera elenca anche un serie di sprechi su cui il governo stranamente non è mai intervenuto, come gli stipendi d'oro riservati ai servizi segreti o i canoni milionari per affittare comandi di polizia che invece potrebbero essere ospitati gratuitamente negli immobili sottratti ai clan. In esclusiva per l'Espresso, ecco il testo integrale della lettera-choc dei superpoliziotti della Dia.

LA LETTERA INTEGRALE

Onorevole Signor Ministro,
ci rivolgiamo a Lei con fiducia nella Sua veste di massima Autorità politica quale Ministro dell'Interno e per quello che in questi anni ha dimostrato con coerenza d'indirizzo, ponendo sempre grande attenzione ai temi riguardanti il contrasto alle mafie.

Non avremmo mai voluto scrivere questa lettera ma gli ultimi avvenimenti che si sono verificati presso la Direzione Investigativa Antimafia ci hanno spinto a farlo. Dai primi giorni di luglio, come Lei sa, si è insediato il Direttore della D.I.A. "pro tempore", di nuova nomina. Questi, come primo atto, senza concertazione alcuna, ha messo a disposizione del Dipartimento della P.S. l'indennità aggiuntiva che i dipendenti D.I.A. percepiscono dal 1992, come previsto dalla legge istitutiva: un taglio di circa 7 milioni di euro, che comporterà una decurtazione dello stipendio al personale pari al 20%; una "punizione" nei confronti di chi, fino ad oggi, ha costantemente raggiunto brillanti risultati di servizio.

L'indennità "incriminata", peraltro, è notevolmente inferiore a quella percepita dai dipendenti delle Agenzie di informazione DIS, AISI e AISE e, nonostante sia a questa legata, non è mai stata adeguata a livello ISTAT. I circa 1300 operatori D.I.A., grazie alla loro professionalità, hanno conseguito risultati eccellenti nell'azione di contrasto. A titolo esemplificativo, in tema di aggressione ai patrimoni mafiosi, nel periodo 2009 – 2011 (primo semestre) sono stati sequestrati e confiscati beni stimati, rispettivamente, per un valore di 5,7 miliardi di euro e di 1,2, miliardi di euro. Tutto ciò rende la D.I.A., in termini aziendalistici, "un'impresa in attivo" che contribuisce in maniera significativa ad implementare le risorse del Ministero dell'Interno e della Giustizia attraverso il FUG.

Il vertice della struttura, prima di intraprendere azioni estemporanee, avrebbe potuto proporre risparmi di spesa conseguenti ad una gestione più oculata delle risorse: anziché mettere le mani nelle tasche dei dipendenti, avrebbe potuto operare sui costi di locazione delle sedi occupate dai Centri Operativi trasferendole in immobili demaniali oppure confiscati alla criminalità organizzata. A questo proposito citiamo l'esempio del Centro Operativo di Palermo che in questi giorni si trasferirà presso una villa confiscata alla mafia.

Altra nota dolente è il costo dell'immobile che ospita a Roma, in zona Anagnina, gli uffici centrali della Direzione Investigativa Antimafia, della Direzione Centrale Servizi Antidroga e della Direzione Centrale Polizia Criminale, il cui canone di locazione, esorbitante, ammonta a circa 17 milioni di euro annui.

Con il suo "atto d'imperio" il Direttore della D.I.A. sembra volersi sostituire a Lei ed al Legislatore, quindi all'intero Parlamento.

Come Lei può immaginare, l'iniziativa ha creato malumore e mortificazione in tutto il personale D.I.A., di ogni ordine, qualifica, grado e provenienza (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Amministrazione Civile dell'Interno), generando in esso un senso di mancata considerazione per l'opera prestata con impegno costante ed abnegazione, a volte mettendo a repentaglio la propria incolumità, nella consapevolezza e convinzione di rendere un servizio al Paese.

Sicuramente l'azione della D.I.A. ha dato prestigio allo Stato in campo nazionale ed internazionale ed ha riscosso il massimo consenso anche nell'opinione pubblica.

I risultati ottenuti sono tangibili: è sufficiente consultare le relazioni semestrali periodicamente inviate al Parlamento.

Tutto ciò con le difficoltà che Lei può immaginare, dovute a risorse economiche destinate alla D.I.A., sempre minori nel corso degli anni: dai 28 milioni di euro stanziati per la D.I.A. nel 2001 si è passati ai 15 milioni di euro attuali; a personale sotto organico, poco più di 1300 unità contro le 1500 previste; a continue emorragie di personale D.I.A. impiegato in "uffici doppione" presso la D.C.P.C. (i gruppi di lavoro sulle "Grandi Opere", G.I.C.E.R., G.I.C.E.X., G.I.T.A.V.); alla disparità di trattamento nella progressione in carriera riservato al personale D.I.A. nelle rispettive amministrazioni di appartenenza non essendo mai stato istituito il previsto "ruolo speciale".

Ci creda, Signor Ministro, tutto questo appare avvilente ed inaccettabile. Abbiamo il dovere morale di denunciare questo ennesimo tentativo di depauperamento della D.I.A., così fortemente voluta da Giovanni Falcone, attentando così anche alle sue idee.

Le nostre parole non sono una difesa corporativista della Struttura ove siamo onorati di prestare servizio ed a cui abbiamo dedicato con orgoglio gran parte del nostro percorso professionale: sono invece espressione del senso di sentita appartenenza allo Stato per il quale magistrati, uomini e donne delle Forze di Polizia e cittadini hanno dato la propria vita.

Signor Ministro, ci dia una risposta: è stato questo soltanto il frutto di un'iniziativa scomposta da parte di un alto burocrate del Dipartimento o è l'espressione di una precisa volontà politica?

In quest'ultimo caso, La invitiamo ad assumersi, innanzi al Paese, la responsabilità, chiara e trasparente, di "cancellare" l'Istituzione che rappresenta l'organismo antimafia per eccellenza. Se, invece, tutto ciò è avvenuto a sua insaputa, come noi crediamo, ci attendiamo un suo immediato, diretto e risolutivo intervento, capace di restituire a tutto il personale della D.I.A. la serenità necessaria ad operare in un settore così delicato della sicurezza.

giovedì 6 ottobre 2011

Il Bavaglio, pietra tombale per uno Stato di Diritto. La fiaba

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In un paese lontano lontano c'è un delinquente assatanato. Egli costruì le sue fortune coi soldi della Mafia, soldi riciclati nella banca di cui era amministratore il padre, si iscrisse alla Loggia massonica P2, e commise una sequela interminabile di ogni tipo di illecito civile e penale. Egli "scese in campo" per cambiare tutti i codici e le leggi speciali nelle parti che lo riguardavano, salvandosi dal carcere e sostenendo le sue aziende, in un totale conflitto di interessi. Aveva in mano l'informazione, dai suoi schiavetti perfettamente manipolata, e con questa creò un ampio consenso per restare nelle poltrone di potere. Ogni persona che non gli dava retta veniva distrutta da stampa e televisione allineate a colpi di ingiurie e diffamazioni. Non perse mai il pelo né il vizio di delinquere, e le sue storie vennero fuori, aprendo gli occhi a tanti disinformati che si erano fidati di lui. Siccome poi il paese in cui viveva affrontò una recessione economica fortissima, egli un po' per disinteresse della Res Publica un po' per incapacità sua e dei suoi adepti non fece niente, assolutamente niente, per sostenerlo, e lo fece precipitare in un baratro da cui paesi come la Germania, in mano a gente onesta e capace, erano scappati, e lottavano duro. La gente lo adorava ma poi cominciò ad odiarlo, perché si curava solo di se stesso e lasciava che sempre più connazionali perdessero il lavoro e la dignità. Distrusse lo Statuto dei Lavoratori, distrusse la Scuola Pubblica, distrusse l'Università. Pompò odio nella mente dei seguaci e spaccò la società in due. I danni che fece all'economia del suo paese furono danni che per essere riparati avrebbero richiesto decenni di sforzi e sacrifici. I danni che fece alla morale comune invece furono ancora più gravi: una corsa continua all'ignoranza, all'evasione fiscale, al non rispetto delle persone e delle regole.

Eppure egli si lamentava, attribuendo a chi non gli ubbidiva l'odio che invece era lui a spargere. Appiccava fuochi e vi gettava sopra benzina. Avvelenava pozzi. Chi stava attorno a lui aveva il sostegno della Mafia, della Camorra, della 'Ndrangheta e anche della Chiesa Cattolica, soprattutto per le scelte di Comunione e Liberazione e della parte più alta del Clero, mentre la base si vergognava a morte. A Corte accorsero e lo circondarono corruttori, corrotti, pregiudicati, massoni, ignoranti, prostitute, pedofili, evasori fiscali, tossicodipendenti e quant'altro emerse dalla feccia che insozza le fogne, fogne che lui aprì attingendo a piene mani. Uomini e donne di poche capacità e onestà assente ebbero la loro chance di arricchirsi a spese della comunità, e infestarono cene e poi luoghi di potere.

Intanto il delinquente si lamentava di vivere in uno Stato di Polizia. In realtà era vero: perché era lui a comprimere le libertà garantite dalla Costituzione, però egli faceva la vittima di quello che faceva fare agli altri. La soluzione per proteggere allora la propria nefanda vita privata e pubblica era quella di distruggere la Democrazia, attaccando continuamente e vilipendendo uno dei poteri dello Stato, il Giudiziario, asservendo a sé un altro, il Legislativo, e usando il terzo, l'Esecutivo, come arma dittatoriale. Il garante dell'equilibrio dei poteri, presidente di una Repubblica che più non era nei fatti, era oggetto di continui lanci di strali ogniqualvolta non lo assecondava. Il garante dell'equilibrio della Legge, la Corte Costituzionale, era un terreno di conquista a colpi di nomine: ultimo baluardo di resistenza da acquistare assolutamente, i soldi infatti a questo delinquente non mancavano di certo... corruttore di giudici, testimoni, persone informate dei fatti quale egli era.

Le sue nefandezze erano giustificate dai suoi portavoce con discorsi che insultavano la decenza e l'onestà, proferiti da questi cravattati zombies che mettevano la loro brutta faccia davanti al teleobiettivo, o scritti da pupazzetti che si vantavano di appartenere all'ordine dei giornalisti, ma che in realtà lo insozzavano, l'ordine, ogni volta che prendevano la penna in mano. In udienza le malefatte del delinquente erano protette a colpi di rinvii da uno stuolo di colletti bianchi che usavano le regole (cambiate ad arte dalla "maggioranza") a scopo dilatorio, proponendo anche le richieste più assurde, e gridando al complotto ogni volta che non gli veniva data ragione. Gli stessi colletti bianchi erano quelli che scrivevano le leggi ai Guardasigilli per violentare gli equilibri dell'Ordinamento Giuridico. Generalmente i loro parti abnormi erano anticostituzionali.

Eppure questo non bastava. Non bastava perché questo paese stava reagendo, perché la Società Civile stava acquisendo maggiore consapevolezza e forza attarverso la Conoscenza. Logico che questa dovesse essere distrutta. E allora nacque il Bavaglio: un'accozzaglia di disposizioni criminogene e criminali che tanti effetti dovevano produrre. Il primo effetto era quello di togliere alla Giustizia il suo più importante strumento di acquisizione di prove e di prevenzione di reati: le Intercettazioni. Ecco allora che gli amici del delinquente di Stato sorrisero: la criminalità organizzata tutta poteva lavorare più libera e senza il pericolo di essere scoperta nella realizzazione e nel concepimento delle proprie malefatte. E siccome molti criminali erano al Parlamento e al Governo, anch'essi potevano ordire le loro trame delinquenziali Il secondo effetto del Bavaglio era quello di impedire che la gente venisse a conoscenza attraverso la stampa o la televisione delle nefandezze dei delinquenti, fossero essi o no del mondo della Politica. Quindi se Mario Rossi aveva votato Giorgio Bianchi, e Bianchi magari aveva stuprato una bambina di tre anni, Mario Rossi non lo doveva assolutamente sapere. Il terzo effetto infine era quello più gustoso, perché riguardava la Rete: se un delinquente trovava nei blog e nei siti qualcosa (anche di assolutamente vero) che lo riguardava e non gli piaceva, partivano cannonate contro gli amministratori della pagina web, che doveva chiudere pagando un fio pazzesco.

La Libertà di Informazione e di Manifestazione del Pensiero vennero quindi uccise definitivamente.

Quel paese non è quello cui state pensando, sciocchi: si chiama semplicemente Repubblica delle Banane, ed è anni luce lontano dalla Civiltà. Cos'avevate capito, comunisti?

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La Maddalena discarica dei Bertoladri

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Non potrei essere più imbestialito. Esigo l'ergastolo col 41-bis. Hanno fatto proprio come le ditte della Camorra: gettando in mare o seppellendo nell'isola scorie velenose. Gli farei ingurgitare tutto.

La Maddalena, veleni d'oro
di Maurizio Porcu
Non solo nei fondali: anche i terreni dell'isola sono stati riempiti con migliaia di tonnellate di rifiuti tossici. Sparsi dalle aziende a cui Bertolaso aveva dato gli appalti senza gare. Che ci hanno guadagnato sopra un'enormità. Un dossier rivela tutto quello che il governo ha cercato di nascondere con il segreto di Stato

I veleni della Maddalena sono ancora più vasti di quanto si temesse. Un'eredità della grande base militare, prima italiana e poi americana. Ma soprattutto l'effetto dei lavori lampo per il G8 gestiti dalla Protezione civile di Guido Bertolaso, che dovevano trasformare l'isola nell'oasi extralusso dei Grandi e invece hanno sparso sostanze sospette ovunque. Perché mentre da due anni si discute della mancata bonifica dei fondali, adesso si scopre il marcio anche nella pulizia dei terreni dell'arcipelago. A parlare sono i documenti ufficiali, resi pubblici solo ora: per i lavori sull'isola sono state smaltite 74 mila tonnellate di detriti potenzialmente pericolosi.

Finora invece le autorità avevano detto che solo 62 mila tonnellate di terreno e macerie erano state portate via. Una differenza di 12 mila tonnellate, che sembrano sparite dai monitoraggi. Dove sono realmente state scaricate? E perché sono state taciute? Forse perché, contrariamente a quanto si era fatto credere, solo una minuscola parte è finita in siti per rifiuti speciali del Torinese e della Lombardia: la stragrande maggioranza di quella montagna è stata sepolta in Sardegna, dentro discariche non preparate ad accogliere rifiuti a rischio. Il tutto con costi cresciuti a dismisura: fino a quindici volte i valori di mercato.

I dati sono stati diffusi Claudia Zuncheddu, consigliere regionale di Sel-Comunisti-Indipendentistas. Per due anni assieme agli avvocati Luigi Azzena e Renato Margelli ha combattuto una battaglia legale per ottenere i documenti sulla bonifica della Maddalena, protetti dal segreto di Stato. Alla fine i giudici del Tar le hanno dato ragione, obbligando la Presidenza del Consiglio e la Protezione civile a consegnare tutti i carteggi ufficiali. Mille pagine, otto chili e mezzo di atti amministrativi: un dossier costituito da contratti, progetti, planimetrie, tremila formulari di carico e scarico in quadruplice copia dei rifiuti trasportati via dall'arcipelago sardo. Che svelano una serie di arcani.

«Questa è una faccenda con troppe stranezze e un aumento esponenziale dei costi», dice Claudia Zuncheddu. «E tutto ciò proprio nel momento in cui alla Sardegna venivano sottratte ingentissime risorse: da destinare sì alla ripresa economica della Maddalena, ma certo non con i risultati disastrosi che abbiamo visto in seguito. Basti un dato su tutti per comprendere di che cosa si discute. Secondo i prezziari regionali la tariffa per smaltire una tonnellata di materiali inerti si aggira tra gli 8 e i 10 euro, Iva compresa. Il dipartimento e la Struttura di missione guidati ai vertici da Bertolaso per quella stessa quantità hanno invece consentito un versamento da parte della pubblica amministrazione pari in media a 156 euro a tonnellata, Iva esclusa».

Sotto l'occhio dell'esponente sarda c'è anche la «fretta sorprendente nell'assegnare i lavori e una lentezza altrettanto straordinaria nel portarli a termine in maniera definitiva, con ritardi di parecchi mesi rispetto agli impegni originari», spiega ancora, carte alla mano, Claudia Zuncheddu. «E che dire del raffronto facilmente comprensibile da parte di tutti rispetto alle normali procedure amministrative e della lievitazione dei costi? Dove mai si è visto che gli extra in un appalto pubblico vengano saldati a consuntivo?». Il meccanismo è lo stesso evidenziato dall'inchiesta delle procure di Roma, Firenze e Perugia sulla gestione delle grandi opere nell'era Bertolaso, per il quale adesso è stato chiesto il processo. Contratti assegnati senza gare, con aumenti dei costi accettati in nome della fretta di completare i lavori.

Alla Maddalena nel mirino ci sono due cantieri: Bonifica 1 e Bonifica 2. Per il primo l'importo iniziale è di 4 milioni e 729 mila euro, in affidamento alla Covecom, che lieviterà fino ad arrivare a 5 milioni 689 mila euro. Per Bonifica 2, andato alla società Servizi ambientali sardi, l'importo iniziale è di 9 milioni e mezzo. L'appalto gli viene dato l'8 agosto 2008 ma già a fine mese l'Unità tecnica gli accorda un aggiornamento prezzi per ulteriori 8 milioni e mezzo, che nel settembre 2009 aumentano di altri 2 milioni per arrivare a un totale di 19 milioni e 996 mila euro.

La punta di un iceberg che vede incrociarsi anche le tempistiche sulle presentazioni dei progetti preliminari e la decisione poi su quelli esecutivi (in alcuni casi si parla di pochi giorni tra la presentazione dei primi e l'approvazione degli altri). In tutto 24 milioni di euro. Solo una piccola fetta del mezzo miliardo speso dai contribuenti per il G8 del 2009. Il costo record delle strutture della Maddalena mai utilizzate perché si decise di spostare l'evento nell'Aquila terremotata.

LEGGI ANCHE: Ecco i rifiuti tossici lasciati da Bertolaso! e Ancora sullo scandalo La Maddalena

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