giovedì 30 giugno 2011

Lega Ladrona: Cota e le firme false. Le condanne. E ora cacciatelo


E' sempre più Lega Ladrona. Sono mesi e mesi che queste voci si rincorrevano, ora abbiamo l'ufficialità: Cota ha rubato l'elezione alla Bresso in Piemonte per il tramite di un suo mezzamanica. Ora va cacciato a calci nel sedere, senza passare dal via. Ora vorrei sapere cosa ne pensano tutti gli altri leghisti, sempre pronti a fare la morale a Silvio e a dire: "Non non facciamo porcherie".

“False le firme dei Pensionati per Cota”, Michele Giovine condannato a 2 anni e 8 mesi
di Andrea Giambartolomei

Roberto Cota trema ancora. Il consigliere regionale Michele Giovine, eletto nella lista “Pensionati per Cota”, è stato condannato a due anni e otto mesi nel caso delle firme false per l’accettazione delle candidature alle scorse elezioni in Piemonte.

I suoi voti hanno permesso al governatore leghista di superare la presidente uscente, Mercedes Bresso. Anche il padre del consigliere regionale, Carlo Giovine, è stato condannato a due anni e due mesi. Il giudice del Tribunale di Torino, Alessandro Santangelo, ha dichiarato false tutte le 17 firme disponendo l’interdizione dai pubblici uffici di Giovine senior per un anno e sei mesi e di Michele per due anni. Inoltre il consigliere regionale è stato anche privato dei diritti elettorali per cinque anni.

Contro di lui il pm Patrizia Caputo aveva richiesto una condanna a tre anni e 6 mesi, più l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni; una pena di due anni e 6 mesi era stata chiesta contro Giovine senior insieme all’interdizione dagli uffici pubblici e il divieto di candidatura per la durata della pena. “Me l’aspettavo, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Non credo che ricorrerò”, ha detto Giovine all’uscita dall’aula andando contro l’opinione del suo difensore Cesare Zaccone, che ha annunciato già il ricorso.

Soddisfatta la Bresso, parte civile nel processo insieme ai Verdi e alla lista “Pensionati e Invalidi”: “È stata riconosciuta la falsità di una lista determinante per la vittoria delle ultime elezioni regionali. Si è accertato che le elezioni sono state falsate e vinte con la frode. Mi auguro che l’intero procedimento giudiziario faccia coincidere il diritto con la realtà politica”. Uno dei suoi avvocati, Paolo Davico Bonino, ha ricordato che la differenza voti tra Cota e la sfidante è stata di 9372 voti, mentre i “Pensionati per Cota” ne hanno ricevuti 15765: “Avrebbe vinto Bresso”, ha detto nella sua arringa. E così l’elezione di Cota, dopo mesi di attesa davanti al Tar di Torino, torna in discussione in attesa della decisione della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato in autunno.

Giovine avrebbe potuto convalidare la sua lista in maniera molto semplice, ma non l’ha fatto. Bastava rispettare una specifica legge regionale, emanata durante il governo Bresso su forte spinta degli “habitué” delle liste civetta, tra cui figura anche lui. La norma facilita il gioco ai consiglieri già in carica: non devono raccogliere le firme dei cittadini per presentare le proprie liste, ma solo autenticare quelle dei candidati davanti a un notaio o un pubblico ufficiale. E pubblici ufficiali i Giovine lo sono. Michele (in passato già coinvolto in un processo per firme false da cui si è salvato per la prescrizione del reato) è consigliere comunale a Gurro (Verbania), mentre il padre Carlo è consigliere comunale a Miasino (Novara). I due potevano autenticare le firme dei loro candidati nei rispettivi comuni. Niente di più semplice, eppure secondo gli inquirenti i Giovine non hanno fatto neanche il minimo: le firme poste sulle liste non sono quelle dei candidati (quasi tutti parenti e anziani conoscenti, spesso abitanti in altre regioni) davanti ai due “ufficiali” nei municipi di Gurro e Miasino il 25 febbraio 2010 perché quel giorno i Giovine non erano in quei comuni: dall’analisi delle utenze telefoniche risulta che Michele non era a Gurro, ma a Torino; il padre non era a Miasino, ma in giro per altre province del Piemonte; e non erano né a Gurro né a Miasino neanche i candidati, cinque dei quali hanno dichiarato al giudice Santangelo di non aver proprio posto la loro firma sui moduli elettorali. “Tutte queste falsità sono confluite in un’unica falsità che è la lista elettorale. Un fatto estremamente grave perché è lo sfregio più totale di ogni forma di legalità”, ha sostenuto il pm Caputo nella requisitoria del 25 maggio scorso. A questo comportamento, “si aggiunge un reiterato inquinamento probatorio mai visto prima”: molti testimoni sono stati contattati prima delle udienze e istruiti sulla versione da fornire.

Il 6 ottobre prossimo la Corte costituzionale dovrà decidere se il giudice amministrativo e il Consiglio di Stato hanno la competenza per deliberare sull’esito elettorale. In caso positivo, una volta acquisite le carte del processo penale, i giudici amministrativi potranno andare a sentenza in due mesi, stabilire se invalidare le elezioni, assegnare la vittoria della Bresso o mandare i piemontesi alle urne di nuovo.

Quello che Gianni Letta non vuole che si sappia


Luminoso articolo di Marco Travaglio, sempre documentatissimo. Ne consiglio vivamente la lettura a tutti, soprattutto in questi giorni in cui da Casini a Gasparri e finanche al PD tutti fanno a gara a chi incensa di più Gianni Letta: pezzenti...


La verità su Gianni Letta

di Marco Travaglio

Nel 1984 prese un miliardo e mezzo di fondi neri dall'Iri. Nel 1989 diede una bustarella di 70 milioni al Psdi. Nel 2008 si adoperò per far fuori Santoro dalla Rai. Nel 2009 avvicinò un paio di giudici della Consulta per far approvare il Lodo Alfano. E se la piantassimo di dire (anche a sinistra) che è un grande statista?

Ma certo, Gianni Letta è "un galantuomo e un servitore delle istituzioni" (Berlusconi, Pdl). E, ci mancherebbe, "un onesto servitore dello Stato" (Follini, Pd). E, figuriamoci, "gode di una stima a 360 gradi, bipartisan" (Bocchino, Fli). Per cui, ça va sans dire, "è incredibile e indegno solo avanzare dubbi sulla sua correttezza e integrità" (Lupi, Pdl).

Il noto statista di Avezzano infatti "ha sempre fatto gli interessi della collettività" (Galan, Pdl). Un santo laico, "emblema di correttezza e onestà" (Casini, Udc). "Uomo di onestà rara" (Carfagna, Pdl), con "un'attenzione continua all'interesse generale" (Marini, Pd), la cui "integrità sarà dimostrata al più presto" (Maccanico, Pd).

Piacerebbe a molti, se il loro nome finisse in un'indagine, essere immantinente ricevuti dal capo dello Stato e dal presidente della Camera. Ma questa fortuna è toccata solo a Letta, poche ore dopo l'uscita del verbale di Bisignani: "Informavo Letta delle notizie comunicatemi dal Papa (magistrato e deputato Pdl, raggiunto da un mandato di cattura, ndr.) e in particolare di tutte le vicende che potevano riguardarlo direttamente o indirettamente, come la vicenda Verdini e il procedimento che riguardava lui stesso".

E tutti a fare la faccia dell'Urlo di Munch: no, Letta no, è impossibile. Eppure, salvo casi di omonimia, deve trattarsi dello stesso Letta, allora direttore de "Il Tempo", che nel 1984 il presidente Italstat Ettore Bernabei chiamò in causa a proposito dei fondi neri Iri davanti al giudice Gherardo Colombo: "Venne a trovarmi Gianni Letta, al quale consegnai 1,5 miliardi di lire in Cct, dietro promessa di appoggio alla politica economica di Italstat". Letta ammise: "Operazione legittima. L'Iri pagava una campagna promozionale. Chi doveva dirci che i fondi erano neri?". Ma a Bernabei la campagna non risultava: "Nulla so della effettiva utilizzazione da parte del Letta di Cct per 1,5 miliardi di lire". Il processo traslocò a Roma e riposò in pace.

Il nostro monumento di onestà, promosso vicepresidente Fininvest, tornò alla Procura di Milano nel '93 per confessare a Di Pietro di aver versato una mazzetta di 70 milioni al segretario Psdi Antonio Cariglia nel 1989, quand'era il lobbista parlamentare del Biscione, alla vigilia della legge Mammì: "La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino". Lo salvò l'amnistia. Un anno dopo andò al governo e parlò subito da statista: "L'ipotesi di un conflitto d'interessi tra l'imprenditore Berlusconi e il presidente Berlusconi è inesistente e impossibile".

Nel 2008 finì di nuovo indagato a Roma e poi a Lagonegro per abuso d'ufficio, con l'accusa di aver appoggiato una coop vicina a Cl negli appalti dei centri di raccolta profughi e in un contenzioso fiscale (l'indagine su cui Papa spifferava a Bisignani che soffiava a Letta). Intanto veniva sollecitato dal commissario Agcom Innocenzi a darsi da fare col presidente Calabrò per bloccare "Annozero": "Tu sei l'ultima spiaggia", "Proverò a cercarlo". E quando il suo Abruzzo finì sotto le macerie del terremoto e sotto il fango della Cricca, giurò: "Gli imprenditori che ridevano la notte del sisma non hanno mai messo piede a l'Aquila, non hanno avuto né avranno un euro di lavori". Ma le indagini lo smentirono.

Casomai tutto ciò non bastasse, i laudatores dovrebbero rispondere a qualche altra domanda. Che ci faceva nell'ufficio di cotale statista un piduista e pregiudicato per la maxi tangente Enimont come Bisignani? Come ha potuto un simile servitore dello Stato non accorgersi delle imprese dei suoi fedelissimi Pollari (sequestro Abu Omar), Bertolaso e bertoladri assortiti? Che ci faceva due anni fa, come svelò "l'Espresso", a cena con Berlusconi, Alfano, i giudici costituzionali Napolitano e Mazzella alla vigilia della sentenza della Consulta sul lodo Alfano? E a che titolo - come rivela Mentana con l'aria di elogiarlo - "Letta si è adoperato" per agevolare il suo passaggio a La7?

Non vorremmo che Berlusconi, dopo aver messo "le mani e anche i piedi sul fuoco per Gianni", finisse ridotto a moncherino, spianando la strada a Casini, che di mani ne ha da vendere: due le ha già bruciate garantendo per Dell'Utri e per Cuffaro, ma ora mette altre "due mani sul fuoco per Letta". A lui la Dea Kalì gli fa un baffo.

mercoledì 29 giugno 2011

Il declino del Berlusconi "politico" e imprenditore

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"Caro" Silvio, sono finiti i tempi delle vacche grasse, i tempi in cui tutto quello che tu, novello Re Mida, toccavi diventava oro: ora quello che tocchi si guasta.

Amici, vi invito a leggere con estrema attenzione questo articolo tratto dall'ultimo numero de L'Espresso. Berlusconi è già al capolinea. Lui si rifiuta di accetarlo, perché non concepisce niente che non sia nei suoi desideri, ma è così. Il tracollo totale, il baratro che si apre, e lui vi scivola dentro portando con se "amici" e parenti. Circondato da tanti squali nella politica, personacce che succhiano le tette del potere, e intanto mordono per avere sempre qualcosa di più. Il consenso popolare scende in picchiata, infatti non si sente più parlare di sondaggi, la gente scappa dalle sue televisioni, abbandonando trasmissioni in cui tettone troiette lampadate e nerboruti senza cervello si insultano in siparietti inventati a regola d'arte, e l'azienda crolla.

Vi ricordate quando, un paio di settimane fa, Berlusconi diceva: "E come faccio a pagare la multa per Mondadori?". Ovviamente i soldi ce li ha, solo all'estero tramite società off-shore ne ha nascosti a palate, però quelli visibili si assottigliano... la Legge è scomoda, vero?

Come finirà questa caduta? Finirà alla Craxi, e cioé all'estero? Finirà alla Gardini, e cioé tragicamente? Nei miei desideri c'è che egli faccia la fame, come la sta facendo più della metà degli italiani, a causa della recessione economica che i suoi governi hanno prima creato e poi aggravato, impegnati com'erano a curare i suoi affari personali. Sappiamo che purtroppo non sarà così, ma vederlo sconfitto in tutto... quello sì che sarà bello. Tanto è già solo come un cane: può riempirsi la casa di tutte le troiette che vuole, quello non è né amore né amicizia.

E il boom di clienti di Sky, che Berlusconi con una legge porcata ha cercato di uccidere, parla chiaro.

Buona lettura.

Berlusconi giù, Mediaset ko
di Luca Piana
Il titolo in Borsa ha perso un quarto del suo valore da inizio anno. La controllata Endemol va a picco. La pay tv è in perdita. E gli spot sono svenduti. Il tramonto politico del Cavaliere coincide con quello delle sue tv?

Mai fidarsi degli alleati. Chissà se nei giorni scorsi Pier Silvio Berlusconi ha rivolto un pensiero critico al proprio socio John De Mol. Nelle ultime settimane, infatti, l'imprenditore olandese diventato ricco grazie al successo del "Grande Fratello" si è ritrovato al centro di un micidiale corto circuito.
Proprio mentre tiene banco la crisi finanziaria della sua storica casa di produzione, la Endemol, nella quale lui è oggi un semplice azionista assieme al gruppo Mediaset dei Berlusconi e alla banca Goldman Sachs, De Mol ha infatti piazzato un colpo di tutto rispetto. Un suo programma, "The Voice", è stato inserito nel palinsesto Rai per la prossima stagione.

Una novità che può dar filo da torcere a Mediaset: in Olanda il programma è partito forte, mentre negli Stati Uniti, dove gode della partecipazione di una star come la cantante Christina Aguilera, ha permesso al canale Nbc di triplicare i propri ascolti. Piccolo dettaglio: "The Voice" è una creatura di una nuova società personale di De Mol, la Talpa Media Holding, che il creativo produttore dirige operativamente giorno per giorno. E che, in Italia, ha ceduto i diritti del nuovo programma a un altro concorrente di Endemol e Mediaset, la Toro Produzioni.

Sono mesi difficili per Mediaset. In Borsa il titolo perde terreno (-24 per cento da inizio anno, a fronte di un indice Ftse Mib, quello dei principali titoli milanesi, quasi in pari), proseguendo una discesa iniziata a novembre, in coincidenza con i tremori della maggioranza del governo di Silvio Berlusconi. Al di là del contesto politico, le preoccupazioni degli investitori sembrano soprattutto legate alle difficoltà che sta incontrando nella trasformazione del proprio business. La prima è rappresentata dalla spinosa vicenda Endemol, nella quale la regina delle tivù italiane rischia di fare la fine del pollo da spennare. Quando nel 2007 Pier Silvio ne annunciò l'acquisto, la definì un passo fondamentale nell'internazionalizzazione del gruppo. Valutata 3,6 miliardi, dopo soli quattro anni Endemol rischia di non poter più rifondere i debiti fatti dai soci per comprarla, e caricati sulla società grazie a un meccanismo di leva finanziaria.

La seconda questione è legata al decollo della tivù a pagamento: il pareggio di bilancio, raggiunto per la prima volta a fine 2010, ha lasciato il posto quest'anno a una nuova perdita, in parte causata dagli investimenti per il lancio di nuovi canali. Tra i quali, è la novità delle novità, uno interamente dedicato alle notizie, atteso in autunno. Il terzo problema, infine, è il crollo degli spettatori della tivù tradizionale che, per la prima volta, inizia a ripercuotersi anche sulla pubblicità.

Quanto per Mediaset sia difficile cambiar pelle, lo racconta proprio il caso Endemol. Quando fu acquistata, Pier Silvio disse di aver messo le mani "sul più importante patrimonio creativo internazionale dell'intrattenimento". Endemol era il colosso dei format, i programmi che possono essere replicati in tutto il mondo. E, con il Grande Fratello, aveva cavalcato la rivoluzione dei "reality show", nei quali persone comuni sono messe alla prova in situazioni difficili.

Il vero reality, fatto di fortune improvvise e cadute fragorose, sembra però quello vissuto in questi anni dalla Endemol stessa. Per capire i fatti, bisogna tornare all'anno 2000, quando De Mol e il socio Johannes van den Ende, un impresario teatrale, vendettero una prima volta la loro società al colosso spagnolo Telefónica. Incassarono una cifra mostruosa: 5,5 miliardi, pagati in azioni. Pochi mesi dopo, tuttavia, il numero uno di Telefónica, Juan Villalonga, finì nel mirino del premier spagnolo José María Aznar, che lo accusò di insider trading e lo cacciò, non prima di avergli pagato una liquidazione milionaria. Nel giro di poco tempo, il gruppo realizzò che di Endemol non se ne faceva nulla. E decise di venderla. Lasciando il campo a Goldman Sachs, al ritorno di De Mol (attraverso il fondo Cyrte) e al gruppo Mediaset, che nell'avventura puntò 456 milioni: un investimento che, ora, è stato interamente svalutato.

Endemol sostiene che l'azienda va bene e che le difficoltà sono di natura finanziaria, legate ai forti debiti fatti dai nuovi soci per sostenere l'acquisizione (2,2 miliardi). I problemi sono però vari. Primo: durante i passaggi di proprietà, la società ha subito una vera fuga di autori. Secondo: De Mol le fa, di fatto, concorrenza. Terzo: Mediaset, che dà a Endemol il vantaggio di sperimentare i programmi sulle reti di casa, ha inanellato diversi insuccessi, da "Uno contro cento" a "Fifty-Fifty", oltre che il deterioramento di hit come il "Grande Fratello" o "Chi vuol essere milionario?".

E' su questo punto, dunque, che nella vicenda si insinua la più generale crisi delle reti tradizionali di Mediaset. I programmi lanciati nell'ultimo mese, da "Tamarreide" su Italia 1 a "La notte degli chef" su Canale 5, "hanno registrato al debutto ascolti inferiori alla media di rete, un risultato che in genere ne metterebbe in discussione la sopravvivenza", osserva Francesco Siliato dello Studio Frasi, che ha elaborato i dati sull'audience presentati sopra. Per l'esperto "mentre la Rai ha difeso un po' meglio la propria base di spettatori, quelli della tivù generalista, Mediaset ha perso terreno. E Italia 1, per limitarsi a un esempio, è diventata la quinta tivù italiana".

La questione è sfaccettata. Parte del pubblico si è riposizionato sui nuovi canali digitali e sulle pay tv, anche del gruppo Mediaset, che ha ottenuto alcuni buoni risultati. I clienti dei canali a pagamento sono 4,2 milioni, 2 dei quali abbonati, i più fedeli. Allo stesso tempo, però, da gennaio-marzo, di 300 mila nuove carte attivate, solo 44 mila erano legate a un abbonamento, le altre erano prepagate, le più volatili. E' come se Mediaset faticasse a fidelizzare i clienti, proprio mentre la concorrente satellitare Sky sembra aver riassorbito l'emorragia di abbonati che si erano riversati sulla meno cara Mediaset Premium. A marzo scorso Sky ha segnato il record di abbonati, 4,92 milioni.

Di fronte a questi dati, Pier Silvio non è stato fermo: da luglio sono previsti nuovi canali a pagamento (Crime e Cinema Comedy), mentre in autunno ne arriveranno altri gratuiti: Italia 2, tagliato sui giovani, e il canale di solo notizie affidato alla testata giornalistica interna, diretta da Mario Giordano. Lo sforzo, però, avrà un costo: il pareggio di bilancio raggiunto dalla pay-tv Mediaset rischia di essere una chimera. Il 2011 si chiuderà infatti in perdita, a causa degli investimenti necessari e dell'incremento dei diritti per trasmettere le partite di calcio.

Se lo sforzo non sarà vano, si vedrà. Nel frattempo bisognerà raschiare il fondo del barile, un fatto nuovo per un gruppo che conserva comunque utili consistenti. Lo suggeriscono i dati Nielsen sull'andamento della pubblicità da gennaio a aprile. Rispetto al primo quadrimestre 2010, Mediaset ha trasmesso il 25,6 per cento di spot in più sulle reti tradizionali, il 34,2 sulle digitali (la media fa +28,7 per cento). Nello stesso periodo, i ricavi sono aumentati del 38,9 per cento sul digitale, mentre sono diminuiti dell'1,6 sulle vecchie reti. La media è comunque in perdita, anche se di poco: lo 0,5 per cento. In pratica, Mediaset ha dovuto gonfiare i programmi di pubblicità, svendendola. Un segnale che l'epoca delle vacche grasse è finito. Anche per la tivù del premier.

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venerdì 24 giugno 2011

Bavaglio e Conflitti di Interessi. Riflessioni ad ampio respiro

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Ci risiamo, ne ero sicuro. Riparte la crociata contro la Libera Informazione. A dimostrazione del fatto che noi cittadini per questo Governo non contiamo niente, come questi ultimi anni hanno ben dimostrato (nessuna misura per sostenere l'economia, che è colata a picco; tagli nei fondi a Scuola e Università, coi disoccupati che ne derivano; leggi ad personam per Silvio Berlusconi - per fare alcuni esempi), gli sgherri di Sua Emittenza riportano in auge il Bavaglio, nella duplice corsia del blocco alle intercettazioni (che hanno consegnato alla Giustizia tantissimi delinquenti) e del blocco alle pubblicazioni nei giornali e in televisione. Noi cittadini non dobbiamo sapere se e come e quando il politico di turno delinque, e i magistrati con la forza pubblica non possono usare il più importante strumento di acquisizione di prove.

L'Italia va alla rovescia, e dobbiamo ringraziare Berlusconi e i suoi scagnozzi per questo scempio indecoroso. In questi giorni sono stati i vari Frattini, Alfano e Paniz più di tutti a definire il ritorno di una normativa che solo un anno fa ha portato la gente nelle piazze, e ha visto il Parlamento diventare un campo di battaglia. Ricordiamo che il ddl Intercettazioni venne approvato al Senato proprio un anno fa a giugno 2010, ma si arenò alla Camera. Ed è stato proprio D'Alema (il padrone del PD) a lanciare per l'ennesima volta l'ancora di salvezza al Governo in questi giorni dicendo: "Leggiamo una valanga di intercettazioni che nulla hanno a che vedere con vicende penali e sgradevolmente riferiscono vicende private delle persone", girando la frittata dal lato caro al PDL. Infatti le pubblicazioni riguardanti i politici del PDL hanno evidenziato una fitta trama di accordi e pugnalate alle spalle ben orchestrate da Bisignani, e tutti sono stati svergognati davanti all'opinione pubblica.

Capito? L'indignazione dei politici del PDL sulle intercettazioni pubblicate in questi giorni sta tutta nel fatto che da esse sono stati sputtanati, quando invece la vera indignazione dovrebbe essere quella generale nel scoprire questi maneggi e queste condotte! Rivoltata la frittata per infinocchiare l'opinione pubblica, si passa all'attacco, e il Parlamento - fermo da eoni - viene rimesso in moto per l'autoprotezione della Cricca, mica per il bene comune di noi cittadini, che paghiamo con le tasse lo stipendio a questi scaltri parlamentari e governanti.

A sentire Paniz e Alfano non si passerà per un Decreto Legge - Fini stesso ha detto che non ci sono i requisiti di "necessità e urgenza" previsti dalla Costituzione, cosa sacrosanta - ma per legge ordinaria. Perché? Il motivo è chiaro: ancora nessuno della Lega per il momento è coinvolto nelle intercettazioni nella vicenda Bisignani, pertanto la fiducia potrebbe venir meno se i leghisti si girassero dall'altra parte... il che tradotto significa: siccome la Lega non ha un vero interesse a bloccare le intercettazioni perché non direttamente coinvolta per interessi di Casta, essa poi chiederebbe in cambio del suo appoggio chissà che cosa.

Ecco dove sta la questione: Alfano e Paniz devono fare bene gli interessi del Padrone (li ha fatti eleggere col Porcellum, prendono lo stipendio d'oro della Politica - che paghiamo però noi, che beffa - quindi devono giustificarlo con attenzione), imponendo a colpi di maggioranza il Bavaglio ma senza chiedere troppo alla Lega, se no questa in cambio chiederà, anzi: pretenderà chissà che cosa. Sembra che Alfano e Paniz stiano trattando per un ostaggio: quale è nella realtà Berlusconi con la Lega... Da una parte Silvio che si vuole salvare le chiappe (e la Cricca con lui), dall'altra la Lega la quale baratta la salvezza del Padrone con lo sfascio delle Istituzioni, che a lei interessa! Bell'accozzaglia di delinquenti interessati che è il Centro-Destra, eh?

Ecco a cosa serve la politica oggi. Scordatevi ch'essa sia ancora un servizio. Essa deve fare gli interessi di chi viene eletto. Il Conflitto di Interessi non è solo di Berlusconi, ma è di tutti quelli che gli ruotano attorno, che danno e chiedono per meri interessi personali.

A proposito di Conflitto di Interessi, di cui oggi non si sente più parlare perché non interessa più a nessuno farlo: dopo le fughe e le epurazioni di giornalisti al TG1, dopo la cacciata di Santoro, ora vanno via anche Fazio e Saviano. I mezzi uomini al servizio del Padrone in RAI lavorano bene: disinformare la gente coi TG (Minzolini su tutti), far calare l'audience, far scappare gli sponsor, eliminare chi non è allineato e fa Informazione. Andranno tutti a LA7? Forse... ma il problema è che un giorno Berlusconi si potrebbe comprare anche quella: potrebbe trovare qualcuno da corrompere o far corrompere (godendone come utilizzatore finale) per un acquisto illecito in puro stile vicenda Mondadori.

Io allora chiedo ai politici del Centro Sinistra: perché non vi mettete a battere duro sul Conflitto di Interessi? Perché non create un programma vicino ai desideri della gente? Non vi ha insegnato niente la vicenda dei Referenda? Perché non esprimete un leader attraverso oneste elezioni primarie, tutto per costruire qualcosa di valido? Vi piace di più stare all'opposizione perenne?

Antonio Di Pietro sta indicando la strada da percorrere: eleggere un vero leader e costruire un vero programma. E infatti Berlusconi - che l'ha capito benissimo - gli ha teso subito la trappola, con quella finta chiacchierata ben videoripresa e fatta girare che sta creando attriti fra l'IDV e gli altri partiti all'opposizione. Il PD fa ridere: sui quesiti referendari aveva deriso Di Pietro, poi quando ha capito che la cosa funzionava è salito sul carro. E ora che Di Pietro indica la strada giusta, il PD si distacca, trattandolo con la stessa diffidenza con cui tratta Vendola. La verità è che nessuno nel PD ha il carisma che hanno un Di Pietro o un Vendola, ecco da dove nasce tutto. Il PD si autosostiene, e finché avrà più voti di IDV o SEL continuerà così. Ma se il vento cambiasse...?

Allora dico al PD: aprite gli occhi, e mostrate palle, leader e programmi, se ne avete la capacità!

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giovedì 23 giugno 2011

La "bella sorpresa" di Polledri (Lega) alla Picierno (PD) - VIDEO

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Che i leghisti fossero degli zotici e incivili lo si sapeva. Quello di cui non abbiamo bisogno, noi della Società Civile, è sentire un imbecille fare battute sessuali a una ragazza, sua collega in Parlamento. Maschilismo sessista della peggior specie: questo maiale rappresenta bene il sozzo che c'è nell'animo di ogni leghista... gentaglia che non vale niente.

“Bella deputata, sotto le mutande ho una sorpresa per te!”
L’onorevole Polledri si è rivolto così a Pina Picierno del Pd durante Agorà
da Giornalettismo

E’ l’ultima frontiera del dibattito politico: minacciare di mostrare gli attributi sessuali. Il pioniere del ‘celodurismo’ esplicito e’ un leghista doc, Massimo Polledri, cinquantenne neuropsichiatra piacentino. Uno che il motto di Bossi sembra averlo preso fin troppo alla lettera.

SI CALA LE BRAGHE – Oggi, nel corso di Agora’, talk show di Rai 3 condotto da Andrea Vianello, il parlamentare ha apostrofato volgarmente Pina Picierno, giovane deputata del Partito democratico. In studio si parla della verifica di maggioranza. Picierno sostiene la tesi del doppio-gioco leghista: “La Lega a Pontida lancia segnali di celodurismo, e poi arriva a Roma e si cala le braghe”, dice. Per Polledri si tratta evidentemente di un affronto personale. Deve essere per questo che alla deputata democratica risponde: “Se ci caliamo le braghe noi, puo’ esserci una bella sorpresa per te…”. In studio si crea imbarazzo. Picierno non coglie le parole del leghista, e va avanti a parlare. Ma gli altri ospiti hanno capito. Vianello chiede: “Scusi ma qual e’ la sorpresa?”. La sottosegretaria del Pdl Maria Elisabetta Alberti Casellati difende il collega e invita pietosamente a soprassedere. “Ma no, lasci stare. E’ una provocazione”, dice al giornalista. A quel punto Picierno si incuriosisce. “Ma cos’ha detto Polledri? Non ho capito…”. Il comunista Marco Rizzo e il giornalista dell’Espresso Marco Damilano, chiosano benevolmente: “Meglio per lei che non ha sentito…”.

AFICIONADOS DEL TRASH – Per la cronaca, Polledri e’ un aficionado del trash in politica. Qualche settimana fa rimprovero’ la deputata disabile Ileana Argentin (Pd) con queste parole: “Stai zitta, handicappata del cazzo”. Era il primo giorno d’aprile, ma non era un pesce d’aprile. L’evento puo’ essere visionato sul sito della Rai a questo indirizzo internet a partire dal minuto 00:45:30. “Il parlamentare leghista Polledri, che si era gia’ distinto per le offese in Aula a Ileana Argentin, oggi ha offerto un altro esempio del suo personale grado di civilta’ durante la trasmissione di Raitre, Agora’, offendendo l’onorevole Picierno, colpevole ai suoi occhi solo di essere una donna”. Cosi’ Stella Bianchi, della segreteria Pd, che osserva: “In America nei suoi confronti sarebbe gia’ arrivata una denuncia: e’ chiaro che, a corto di qualsiasi altro tipo di argomento politico, Polledri faccia ricorso a offese che manifestano il suo senso di insicurezza e inferiorita’. Ancora piu’ grave il fatto che, pur invitato dal conduttore, Polledri non si sia sentito in dovere di chiedere neanche scusa, non solo con l’onorevole Picierno ma anche con tutti gli italiani”.

L’IMPERMEABILE – “Piu’ che i panni del politico Polledri sembra vestire quelli del maniaco con l’impermeabile che si aggira tra le fratte dei parchi pubblici a molestare e spaventare le ragazzine”. Cosi’ la deputata democratica Silvia Velo commenta quanto detto dal deputato della Lega, Massimo Polledri nel corso della puntata di oggi della trasmissione televisiva Agora’ in cui, rivolgendosi alla democratica Pina Picierno, le ha detto ‘sotto le braghe puo’ esserci una bella sorpresa per te’. Per Velo “si tratta di parole indegne, che trascendono la normale dialettica politica e che danno il senso della bassa concezione delle donne di alcuni politici italiani. Per questo le condanno fermamente ed esprimo piena solidarieta’ alla collega Picierno”.

Per chi volesse "gustare" le due performances del maiale, eccole qua:



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L'agghiacciante teatrino PDL nelle intercettazioni Bisignani

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Un circo equestre, dove tutti pugnalano alle spalle tutti. I cortigiani di Sua Emittenza nuotano attorno al Padrone mordendolo come squali affamati, e si diffamano e insultano a vicenda. Tutti sul carro sperando che questo non si fermi, perché quando succederà... la ballata di questi pezzenti finirà miseramente. Dei miserabili.


P4, nel Pdl volano i coltelli. Tutti contro tutti
Michela Brambilla per Bisignani è una "brutta mignotta". Prestigiacomo: "Berlusconi dev'essere intelligente, ma non lo è. Alla Carfagna dà ragione su tutto"
di Luca Telese

Ecco vedi: “Una mignotta come poche”. Non è solo il turpiloquio. Non è solo un gioco del telefono, o il normale effetto retroscena che tutte le intercettazioni regalano. Non è (solo) come guardare nel buco di una serratura, questo ritratto di famiglia (ostile) in un interno. Michela Brambilla per Luigi Bisignani è “una stronza, brutta come un mostro, mignotta come poche”. Non è solo miseria, insomma: questo crepuscolo avvelenato dall’invettiva acrimoniosa è la facciata azzurrina del berlusconismo che si crepa come un fondale di cartapesta preso a cannonate, un altro frammento di sogno che si dissolve.

Non sono quindi parole dal sen fuggite in un impeto d’ira, queste, ma lampi di verità distillata, frammenti di una neo-lingua politica tutta da decrittare. Sono le voci di una corte che vivendo sotto una monarchia assoluta, e subendo il vincolo di lealtà imposto dal sovrano taumaturgo, ha come unico sfogatoio l’ingiuria coperta, la maldicenza, l’invettiva privata. Fa una certa impressione scoprire che il Popolo della libertà e la corte berlusconiana avevano un dark side feroce, “un codice Bisignani” sommerso, fatto di coltellate, lessico triviale e disistima interpersonale elevata all’ennesima potenza. Ed ecco perché suonava quasi grottesco, ieri, il post messo in rete dal ministro Franco Frattini sul suo blog, rivolto (come se a parlare fosse una bella animella turbata dalle maldicenze), al solito immaginario interlocutore gggiovane: “Vorrei chiedere anche a voi, ragazzi se, leggendo i giornali in questi giorni – scrive il ministro – non condividete con me un sentimento di delusione, di fastidio”. Fastidio? Ma figuriamoci.

Invece, piuttosto, il lettore non affetto da moralismo, da paternalismo o dal politicamente corretto, più che fastidio e delusione prova sorpresa e curiosità per l’abisso che si spalanca davanti ai suoi occhi (e alle sue orecchie), sostituendosi all’unanimismo prefabbricato, ai sorrisi da foto opportunity. Che dire per esempio del fatto che Flavio Briatore, il socio per antonomasia di Daniela Santanchè, privatamente parli male di lei? “Quello che mi fa strano è che il presidente l’ha messa lì”. E che dire del fatto che lo stesso Briatore e la Santanchè, insieme, parlassero male dell’Ignazio La Russa (loro amico storico) scalciante nei garretti di Corrado Formigli? “È stata una cosa brutta la sua, molto brutta!”.

E che dire del lamento spietato della ministra Stefania Prestigiacomo (sempre al telefono con Bisignani, senti chi parla) che si lasciava sfuggire l’indicibile? “Berlusconi deve essere intelligente, e purtroppo non lo è”. E che dire del fatto che aggiungesse ancora, sconsolata, con una stilettata (già che c’è) alla Carfagna: “Berlusconi le dà ragione su tutto!”.

Anche nella sintesi imperfetta di questi brogliacci, insomma, si consuma un cortocircuito drammatico fra la rappresentazione elegiaca del partito unanimista e il veleno della contesta interpersonale del partito-faida. Il primo è solo un ologramma che si dissolve, il secondo è quello vero, che si macera tra Orazi e Curiazi. E il povero ministro Scajola, quello che tutti a parole difendevano? Sempre parlando con Briatore la Santanchè è categorica: “Ma figurati! Ma Figurati se Scajola ritorna…”. E lui: “No, ma… ma non c’è niente da stupirci lì, eh…”. Lei, sempre più indignata: “Ma scherzi?! Ma che dici?! Non possiamo farlo! I nostri ci mandano… l’80 per cento della nostra gente non lo vuole!”.

E che cosa succede quando “Bisi” parla alle spalle del direttore del Giornale, Vittorio Feltri, con un giornalista come Enrico Cisnetto? “Lui – sostiene Cisnetto – ha in testa di candidarsi in politica appena Berlusconi schioda”. Di più: “Secondo me – aggiunge – alcuni passaggi che lui (Feltri, ndr) fa sono pienamente finalizzati a creare problemi a Berlusconi, perché poi, quando si è messo a tavola a parlare di Berlusconi, ne parlava talmente male… Se avessi avuto un registratore mandavo la cassetta al Cavaliere. Sarebbe svenuto. Cosa non ha detto!”. Il fatto curioso è che Feltri non aveva nascosto le stilettate a Berlusconi in pubblico (“Io, se devo scopare, non ho mica bisogno della claque”). E che dire, di contro del fatto che Bisignani, considera sbagliata la campagna del quotidiano contro Fini? Il fatto è che il meccanismo de relato prevale persino su quello pubblico: come se il parlar male alle spalle, nel centrodestra, fosse il vero modo per combattere battaglie politiche. L’unico linguaggio efficace: il che non può stupire in un partito sterilizzato in cui non si vota mai, e in cui tutto discende dal capo.

Un po’ come il sottosegretario Cosentino intercettato (in un’altra inchiesta) mentre parlava con l’amico Arcangelo Martino contro Stefano Caldoro. Il primo diceva: “Tu mi piacesti assai quando dicesti quel gruppo di ricchioni, di frocetti…”. E Cosentino: “Sì, di frocetti! Ma io sono lungimirante”. E l’altro: “Eh, lo so no tu sta cosa te la porti appresso perché sei stato un grande”. Al che Cosentino concludeva, addirittura euforico: “Sì, sì il fatto dei frocetti rimarrà nella storia”. Profezia avverata, ma non nel senso che lui immaginava.

Così come sarebbe rimasta agli atti, ma non certo a suo onore, la memorabile divisione del partito campano in due aree: “Ci sono i bocchiniani e i bocchinari”. E poi, ovviamente, non mancano gli episodi di comicità involontaria, ad esempio quando un Mauro Masi tutto speranzoso chiede un giudizio a “Bisi” dopo la sua performance ad Annozero: “Come sono andato?”. Risposta lapidale: “Hai fatto una figura di merda”. Il che per una volta combacia alla lettera con il giudizio consegnato ai pm: “Ho sempre pensato che fosse inadeguato a ricoprire quel ruolo”. Qui siamo molto oltre il vilipendio sessuo-antropologico del capo, oltre a quel memorabile epiteto – “culo flaccido” – che Nicole Minetti riservò a Berlusconi. Così, anche se prendi questo grumo di veleni e gli fai la tara, anche se pensi che tutti noi al telefono non risparmiano incazzature e motteggi, resta un segno indelebile. Un tempo si diceva che i panni sporchi si lavavano in famiglia. Stavolta invece restano sporchi, nessuno li lava, e se ne restano lì, come i rifiuti per le strade di Napoli.




P4: “Berlusconi non funziona più. È tutto fuori controllo”
Bisignani al telefono con Scaroni liquida il governo. Indagine bis su gas e petrolio: riemerge Pacini Battaglia. Dagospia e la Carfagna che vuole "farsi impalmare" dal premier, la rete della nuova cricca e il grande business per l'energia
di Marco Lillo e Antonio Massari

Un Governo che “non funziona più, non fa più niente” e una ministra, Mara Carfagna, che chiederebbe d’essere “impalmata” da Silvio Berlusconi. Le conversazioni di Luigi Bisignani, intercettate al telefono, raccontano un Paese allo sbando nel quale la politica, grazie ai suoi governanti, assume toni grotteschi. Nel sottobosco, però, i faccendieri tramano per chiudere affari e acquisire potere: al centro ci sono sempre l’energia, gas e petrolio, con commesse in Russia, Qatar e Cipro.

Affari al centro di un’altra indagine, quella dei pm napoletani Catello Maresca e Marco del Gaudio, che ha in comune il coinvolgimento dello stesso protagonista: Luigi Bisignani. Una seconda inchiesta che ha scandagliato nei sotterranei del potere, facendo riemergere un altro grande vecchio, Francesco Pacini Battaglia, segno che gli uomini di tangentopoli continuano, ancora oggi – spesso all’ombra del Vaticano, lo stesso Vaticano della maxi tangente Enimont – a governare l’Italia e i suoi affari.

Nel 2003 Pacini Battaglia fu condannato a 7 anni e 3 mesi per i fondi neri dell’Eni. Come Bisignani, anche lui è cresciuto nel colosso dell’energia, e se il primo gestisce l’immenso potere che gli è derivato dalle “relazioni”, il secondo continua a occuparsi di petrolio e gas. Bisogna seguire l’affare miliardario dell’energia, e gli uomini che lo governano, per comprendere gli equilibri del Paese. E anche per cogliere gli umori e i giudizi che contano. Come quello di Bisignani che, sul governo Berlusconi, ha un’idea ben precisa. E la spiega all’amministratore delegato dell’Eni, suo uomo di fiducia, Paolo Scaroni, il 25 ottobre 2010: “E’ un governo che non fa più niente, non funziona più”. Frasi dette poco prima dell’appuntamento di Scaroni con Berlusconi ad Arcore, pochi minuti che descrivono l’andazzo di un governo con i “ministri in rivolta” e un totale fallimento strategico per gli stessi interessi di Berlusconi, cioè “l’accordo sulla giustizia”, che non può prescindere da Gianfranco Fini. E Bisignani cerca di consigliare il premier attraverso il suo fido Scaroni.

Scaroni: …sto andando ad Arcore…
Bisignani: calcola che lui è… abbastanza giù, molto polemico col tuo diretto interessato, però, insomma, lascerei perdere perché se no poi…
S: Con chi con…?
B: Giulio, sì, sì
S: Eh, lo so, oggi Draghi mi ha detto delle cose pazzesche di Giulio (…)
B: La situazione è assolutamente fuori controllo (…) secondo me, il discorso che gli puoi fare tu dall’esterno e che, secondo me, lui può apprezzare, gli devi dire… qual è l’urgenza maggiore che hai? Se è quella di fare l’accordo sulla giustizia, mettiti d’accordo con Fini e falla finita, se non è quella vai alle elezioni, però la cosa peggiore che stai… che sta succedendo è questa “morta cora” complessiva, con tutti i ministri in rivolta (…) l’ unica cosa che non si può fare è andare avanti in questo modo… per cui o fai l’accordo mangiando tutto quello che devi mangiare, però lo consideri necessario oppure chiudi la partita (…) Io questo gli direi, perché all’estero questo spettacolo di… di un Governo che non fa più niente non funziona più (…)”.

Questioni d’amore
Niente funziona, dice Bisignani, ma la guerra tra berluscones e finiani frattempo raggiunge livelli da implosione. E per capirlo basta ascoltare la conversazione del 22 ottobre 20101 tra Bisignani e Roberto d’Agostino, patron del sito Dagospia, mentre parlano di Italo Bocchino e Mara Carfagna e della “guerra” con Fini e la sua compagna Elisabetta Tulliani.

D’Agostino: tesoro mio lei non centra un cazzo però a un certo punto gli ho detto perché ha detto quella cosa. .. io non ho visto la puntata (…) era in trasmissione ad Annozero hanno affrontato su chi c’è dietro Dagospia c’ha la faccia del culo… chi c’è dietro alla Carfagna vogliamo scrivere?
B: gli hai detto, no?
D’A: certo … quello che ho fatto io per fermare a (inc.) ho azzerato tutti pettegolezzi di.. della Carfagna e di Bocchino insieme all’hotel Vesuvio in accappatoio mentre arriva mezza Roma (Mezzaroma è il cognome del compagno della Cafagna, ndr) allora dovevamo scrivere questo .. ma vaffanculo allora dice (inc.) stiamo in guerra tu tutti i giorni attacchi Fini e Tulliani (…) poi è un idiota anche perché c’ha quest’altra scema della Carfagna, no (…) che è sempre più matta perché, l’ultima che mi hanno detto che lei vuole … vuole veramente .. pretende davvero la mano di Berlusconi, la sai l’ultima? Veramente vuole che Berlusconi la prenda … la impalmi.
B: ma cose da pazzi…

Affari esteri
E mentre il governo che non funziona implode nella “guerra” con Fini e i gossip su Bocchino e la Carfagna, che vorrebbe essere sposata – secondo d’Agostino – da Berlusconi, altri personaggi, alcuni legati a Bisignani, si muovono per fare affari con petrolio e gas. Al centro della vicenda, oltre Pacini Battaglia, c’è un nome poco noto, quello di Sergio Lupinacci, che secondo la Finanza, può vantare “rapporti di conoscenza e di cointeressenza con numerosi personaggi di spicco dell’ambiente politico, istituzionale, economico e religioso”. Lupinacci, nel suo passato, è stato socio di dalemiani di ferro come Enrico Intini e fondatori di Forza Italia come Marcello dell’Utri o imprenditori del calibro di Paolo Angelucci, proprietario di Libero e del Riformista, oltre che di una società che si occupa di sanità in tutt’Italia. Gli inquirenti lo ritrovano anche nel Cda della fondazione Osservatorio del Mediterraneo, un ente internazionale che fa capo al Ministero degli Affari Esteri. È lui che si spende per la nomina, al vertice del Comitato Esecutivo di “Centro Nord-Sud (un organismo del Consiglio d’Europa), della parlamentare Pdl Deborah Bergamini: il “centro” si occupa di favorire i rapporti dei 47 stati membri con i paesi in via di sviluppo. Lupinacci riesce a sensibilizzare il ministro Franco Frattini attraverso Tonino Bettanini, responsabile del coordinamento della comunicazione al ministero degli Affari Esteri, e l’interesse si spiega, secondo l’accusa, “per la possibilità che avrà la Bergamini di gestire “una marea, un mare di fondi”, dei quali potranno beneficiare, tra l’altro, anche le Università chiamate a presentare progetti”. Nel mondo delle università, e degli interessi di Lupinacci, c’è Tor Vergata, guidata dal rettore Renato Lauro, dove lavora il ricercatore scientifico Nicola Di Daniele. Ma soprattutto, scoprono gli inquirenti, Lupinacci è “attivo, con funzioni d’intermediario, in rilevanti operazioni d’importazione di gas e petrolio greggio, nelle quali risulta coinvolta la società “Nilo Sviluppo” e Francesco Pacini Battaglia. Affari che interessano “anche Renato Lauro, il Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, che Lupinacci contatta per aggiornarlo sulle trattative e per farsi mettere in contatto con Battaglia”. Il compito di Pacini Battaglia, scrve la Guardia di Finanza, è quello “di procacciare gli acquirenti finali di gas”. I pm scoprono interessi con una società di Cipro, altri affari nel Qatar, e soprattutto in Russia, con la Gazprom.

Tra le persone legate a Bisignani, il ricercatore Nicola di Daniele. Gli inquirenti descrivono “un’articolata struttura associativa composta da soggetti in grado di mediare tra imprenditori, esponenti politici, alti funzionari dello Stato e amministratori di grandi gruppi industriali e bancari appartenenti in passato al sistema delle cd. “partecipazioni statali”. In quest’indagine, Bisignani è stato intercettato più volte, ed è solo una delle inchieste connesse alla P4, che ormai spazia dalla cricca del G8 all’affare Pio Pompa Sismi.

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Intercettazioni Bisignani. Briatore: "La Santanché non merita un c...o"

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E dopo le intercettazioni Briatore/Santanché, che parevano mostrare un profondo rapporto di rispetto e amicizia, ecco quelle Briatore/Bisignani, dove emerge il vero giudizio di Flavio sulla sua "amica" Daniela. E' proprio vero: in quegli ambienti l'amicizia non esiste, esiste solo l'Interesse, e quindi l'ipocrisia. E' comunque un'ottima fotografia su cosa sia Daniela Santanché, e io condivido a pieno. Dal Fatto Quotidiano di oggi in edicola.

Il 14 ottobre del 2010 viene intercettata una conversazione tra Luigi Bisignani e Flavio Briatore. La Guardia di Finanza scrive: "Nel corso di tale conversazione Briatore riferisce che la Santanche andava in giro a dire che Bisignani non l’aveva difesa con gli Angelucci." Il lobbysta reagisce:

Bisignani: “Allora perchè tu lo sappia. Tu glielo dici che me l’hai detto e che se non era per me .. , quelli la facevano fallire per fatture false.

Briatore: Pensa te.

Bisignani: E glielo puoi proprio dire. E lei lo sa benissimo. Dato che ci sono rimasto male. Gliel’ho chiesto, perché mi sembrava una cosa grave. Lei sà benissimo che se non fosse stato per il mio intervento, facevano fallire la società per bancarotta.

Briatore: Pensa tè, che cretina …

Bisignani: Tant’è che lei ha dovuto addirittura pagare delle cambiali. Tre milioni e due di cambiali. No, no, diglielo, … perchè io veramente… E che, cavolo.

Briatore: No, no. Comunque non si merita un cazzo. Guarda. Non si merita un cazzo.

Bisignani: Ma diglielo proprio. E ti dico pure i particolari. Le persone che hanno fatto la trattativa, alle quali io ho chiesto in tutti i modi che trovassero un accordo e non facessero fallire la società. Al punto… addirittura.

Briatore: Loro sono usciti adesso, nò?

Bisignani: Eh cazzo. Sono usciti, ma per non far fallire la società. Con un buco pazzesco eh… Ma, roba da pazzi…

Briatore: La stessa roba con Preziosi, eh…

Bisignani: Ah. Pure?

Briatore: Se tu parli. Ti ricordi che Preziosi era socio… della sua società?

Bisignani: Assolutamente.

Briatore: Se tu parli con Preziosi. Perché io ho sentito la campana di Daniela. Preziosi ha detto: lei mi fregava i soldi, sai. Poi è una che io… (incomprensibile)… cinquanta. Alla fine lei utili non ce ne ha mai perché li prende dalla società.

Bisignani: Io non sò… se li fregava o non li fregava perché io non ho mai avuto un centesimo… da niente. Detto questo mi sono battuto perché si trovasse una composizione… Quelli erano inferociti (incomprensibile)… Ti prego non facciamo casino. Poi hanno trovato una composizione.

Briatore: Però, sono brave persone gli Angelucci, mi sembra, no?

Bisignani: Si, ma comunque erano esasperati. Ma diglielo, perchè questa é una cosa grave, non la riferisse a nessuno perché se nò, mi incazzo.

Bravo Bisignani, tu incazzati: noi ridiamo. E Daniela adesso cosa penserà del suo "amico" Flavio?

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mercoledì 22 giugno 2011

Una riflessione da leggere con attenzione

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Pubblicata su autorizzazione dell'autore.

IO NON "CI" PERDONERO' MAI

E' da parecchio tempo che mi pongo una domanda. Quando tutto questo sarà finito, quando il governo Berlusconi e il berlusconismo saranno solo un nefasto ricordo, cosa leggeranno le generazioni future nei libri di storia circa questo incredibile crollo verticale in termini etici, culturali ed economici del nostro paese? Coloro che svilupperanno i paragrafi relativi a questa angosciosa parentesi della storia italiana a chi additeranno le responsabilità di connivenza che hanno tenuto in piedi per tutti questi anni questo sistema di potere arrogante? Chi, col suo atteggiamento "prudente e ignavo", ha lasciato che il paese abbia subito tutto questo?

Beh, io qualche risposta alla domanda riesco a darmela e vorrei condividerla con voi che insieme a me state vivendo questo scempio. Perchè darla fra 20 anni, e cioè quando sarà tutto finito, sarà fin troppo facile e comodo. Molto meglio darla adesso, così da essere certi del fatto che si è pienamente coscienti di ciò che sta accadendo proprio MENTRE accade e non si possa dire (come successe all'indomani del fascismo) "ora sembra impossibile perchè i tempi sono cambiati e ci si rende conto, ma anni fa era tutto diverso, non ci accorgeva...". Ecco. No. Ora non solo non è diverso da come sarà tra 20 anni ma, anzi, nonostante tutti i filtri figli del conflitto di interessi che selezionano con cura le informazioni che riescono ad arrivarci agli occhi e alle orecchie, io direi che basterebbe anche solo l'1% di ciò che conosciamo per farci indignare come popolo prima e come singoli e portatori di dignità poi.

La risposta è questa: "mi fa molto più schifo chi è connivente di questa situazione e millanta di esserne distante". Provo odio e porterò rancore verso il Vaticano, l'organo che si autocertifica "rappresentante di Dio in terra", storicamente protagonista di ingerenze che hanno fortemente condizionato la nostra società tenendola distante anni luce da uno sviluppo libero e senza vincoli che un paese la cui costituzione definisce "laico" dovrebbe avere; che curiosamente solo con questo governo si è dimostrato di una indulgenza incredibile. Non dimenticherò mai a proposito di questo addirittura una giustificazione a una bestemmia del premier con la versione che "ci sono bestemmie e bestemmie; certe bestemmie è bene contestualizzarle e, pur non condividendole, comprenderle e perdonarle". Provo grande sdegno nei confronti del nostro presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Un uomo, è vero, limitato nella sua opportunità di esternare certi pensieri dal ruolo istituzionale che occupa; ma che ha altresì avuto mille occasioni per mettersi dalla parte dei cittadini facendo pesare a chi governa il suo ruolo di garante della costituzione, più e più volte mortificata dai tentativi criminosi di bypassarla senza scrupolo per la mera fame di privilegi.

Provo rabbia nei confronti della classe politica di destra, (primo su tutti Gianfranco Fini) che ha sposato la causa di un imprenditore entrato in politica per sé e non certo per fondare una destra liberale e moderata, poi ha avvallato le sue molteplici leggi porcata che hanno di fatto messo in ginocchio l'economia e il senso del lavoro del paese, salvo infine abbandonare la nave quando ha pensato che stesse affondando (sbagliando per l'ennesima volta, anche nelle previsioni). Mi sento frustrato e furente contro la sinistra italiana eretta dal PD, un partito tenuto in piedi da politici di professione che da 30 anni anzichè essere "prestati" alla politica si mantengono grazie a essa e non hanno fatto niente di niente per contrastare in maniera decisa e convincente le nefandezze di questa combriccola di delinquenti che tiene sotto scacco la nostra politica. Ce l'ho a morte con i finti giornalisti. Quelli senza palle. Quelli senza dignità. Quelli che hanno perso il senso del "dovere di informazione", adeguando sempre più in questi anni il loro modo di raccontare ciò che accade alle esigenze del potere e stando sempre bene attenti a non urtare la sua sensibilità.

Non perdonerò mai nemmeno la gente, gli elettori, NOI. Quelli di sinistra che hanno preferito lasciarsi assuefare dalla "prudenza" delle parole vuote in italiano arcaico, corretto ma insulso di gente come Bersani, Fassino o D'Alema piuttosto che dare più credito a movimenti "di stomaco", etici e mirati a un vero riscatto "democratico" come il "Cinque Stelle" dei Grillini. Quelli di destra che hanno incredibilmente scambiato una combriccola di delinquenti senza colore politico, contro il progresso, contro le regole e contro il senso delle istituzioni, con l'ideologia destrorsa che mette il rigore e il senso delo Stato sopra ogni cosa. Ma soprattutto ce l'ho col POPOLO ITALIANO. Un'accozzaglia di individui singoli incapaci di "fare gruppo", incapaci di usare l'arma dello spirito patriottico e della condivisione degli intenti per sconfiggere il cancro di chi abusa contando proprio su questa mancanza. Un popolo al quale la storia avrebbe già dovuto far capire quanto non possa permettersi certi accentramenti del potere e certe minacce agli equilibri tra poteri e istituzioni. Un popolo falcidiato da una infinita serie di omicidi di mafia perpetrati ai danni di pochi valorosi (e a questo punto stupidi) uomini che hanno sacrificato le loro esistenze per provare a combattere la malavita che oggi è mai come prima collusa con chi amministra le vite, il lavoro, la quotidianità di noi tutti.
IO NON "CI" PERDONERO' MAI.

F. P.

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Anche il TG2 si ribella

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Fate voi.

Giugno 2009


Ottobre 2009


Giugno 2011


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sabato 18 giugno 2011

Bisignani contro la Bocassini, per aiutare Silvio

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Altre storie alla luce del sole.

Bisignani, al telefono i ministri, così il "fango" sulla Boccassini
La deputata del Pdl Biancofiore: un dossier sul figlio della pm. L'affarista tronca la conversazione: "Meglio parlarne da vicino". E nelle intercettazioni spunta la Prestigiacomo
di DARIO DEL PORTO e FRANCESCO VIVIANO

NAPOLI - Tutti parlavano con il grande "triangolatore" del potere e tanti adesso tremano. Perché l'inchiesta della Procura di Napoli su dossier e ricatti è entrata nel cuore del sistema di relazioni intrecciato da Luigi Bisignani con esponenti di primissimo piano della politica, dell'economia, della magistratura. Con lui si confrontavano o chiedevano consiglio parlamentari e ministri del governo in carica, come la titolare dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. Molti di quei colloqui sono stati intercettati dagli inquirenti. E dalle conversazioni allegate all'indagine emergono episodi che non costituiscono reato ma fanno sicuramente riflettere.

Come una telefonata registrata il 16 gennaio scorso. Da una parte dell'apparecchio c'è Bisignani, dall'altra la parlamentare del Pdl Micaela Biancofiore. La deputata allude a una vicenda vecchia di quasi quattordici anni, una rissa fra ragazzi sull'isola d'Ischia nella quale era rimasto coinvolto il figlio dell'attuale procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, pilastro del pool Mani pulite che in quei giorni sta indagando anche sul caso Ruby e viene tenuta costantemente nel mirino della macchina del fango. La Biancofiore introduce l'argomento. Bisignani però tronca quasi subito la conversazione. "Ne parliamo da vicino", afferma. E in un dialogo successivo la Biancofiore si dice rammaricata, forse proprio per aver affrontato un tema troppo delicato per essere discusso al telefono. Coincidenza vuole che all'indomani
di quella telefonata si sia svolto ad Arcore un pranzo con i direttori delle principali testate riconducibili a Berlusconi. Tempo qualche altro giorno, il 22 gennaio, e il Giornale pubblica un servizio proprio su quella serata ischitana di quasi tre lustri fa, attaccando pesantemente Ilda Boccassini.

Un'idea dell'ampiezza dell'indagine traspare da un inciso dell'ordinanza con la quale il giudice Luigi Giordano ha disposto gli arresti domiciliari per Bisignani per tre ipotesi di favoreggiamento e ha chiesto il carcere per il deputato del Pdl Alfonso Papa. Il gip cita infatti il titolo di un paragrafo della richiesta dei pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio che affronta, fra gli altri argomenti, "i rapporti con Gianni Letta e la presidenza del Consiglio dei ministri, quelli con l'Eni, con altri esponenti di governo, con i vertici dei servizi di sicurezza, con Dagospia". Materiale che il magistrato, dopo aver escluso a carico di Bisignani e Papa le accuse di associazione per delinquere e di aver costituito un'associazione segreta, non ha ritenuto di "approfondire ed illustrare" perché, sottolinea, riguarda "dichiarazioni e intercettazioni di persone non indagate". Da quelle pagine però emerge, rileva il giudice, "la rete di relazioni umane e professionali" nella quale Bisignani si muove da sempre "in modo disinvolto".

Con lui si confrontava il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo in un colloquio intercettato e sul quale il ministro è stata poi anche ascoltata come testimone dai pm Curcio e Woodcock. Anche altri componenti dell'esecutivo erano in contatto con l'influente uomo d'affari. Come il sottosegretario per l'Attuazione del programma Daniela Santanché, in favore della quale Bisignani sostiene di essersi speso per rimuovere il veto politico opposto dal presidente della Camera Gianfranco Fini dopo la scelta della Santanché di guidare la Destra alle ultime elezioni politiche. E sembra che anche Luca di Montezemolo avesse chiesto a Bisignani di valutare la possibilità di far confluire i consensi dell'Eni in Confindustria su un nome apprezzato dal presidente della Ferrari. La caratteristica di Bisignani, ha spiegato ai pm uno dei testimoni, il presidente del Poligrafico dello Stato Roberto Mazzei, è quella di essere "un triangolatore. Difficilmente dice i fatti suoi a qualcuno. È uno che separa". Per poi, se necessario, unire.

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Tutti in piedi (video completo): il trionfo della Società Civile

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Che bella TV, infatti non è Mediaset e non è la RAI(set). I precari che raccontano senza censure del Regime come stanno realmente le cose. Sottolineo l'intervento dell'insegnante ed ello studente universitario: nessuno come loro ha spiegato lo scempio operato dal Governo per mano della racchia Gelmini sulla Scuola e l'Università, con le decine di migliaia di disoccupati creati dalla "riforma", e la Mafia ringrazia.

E' tutto un risvegliarsi dal torpore indotto dai mezzi di distrazione di massa, la gente non ha più soldi, non ha più lavoro, e il Governo sta creando disoccupazione dappertutto: dalla Scuola alle società partecipate. Toccato anche il portafoglio, chiunque alza la testa e urla la sua rabbia. E loro, dall'alto del Parlamento e del Governo, dove prendono quasi trentamila euro al mese e hanno tutto ma proprio tutto gratis, assistono allo spettacolo. Qui ci vuole una rivoluzione: bisogna cacciare a calci nel sedere questi pezzenti e delinquenti che fanno delle istituzioni il loro banchetto, mangiando il denaro pubblico per arricchirsi e vivere nell'oro e nei privilegi. Dobbiamo alzare la testa, dobbiamo farlo tutti, ne va non solo del nostro futuro, ma anche del presente, già irrimediablimente (o no?) compromesso.



























Adesso i leccaculo del Padrone si prodigheranno fra telegiornali e stampa a parlare di odio eccetera, i servi del PDL e della Lega sputano veleno e fanno le vittime, sono la Feccia della Società, un male da estirpare ad ogni costo.

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venerdì 17 giugno 2011

L'uomo che fa tremare tanti italiani: Bisignani. Vertice segreto da Berlusconi

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Le redini di tutto, o quasi. L'uomo invisibile, che conosce tutti e decide tutto. Cresciuto all'ombra di Andreotti fra il 1976 e il 1979 in quanto responsabile stampa del ministero del Tesoro di quel governo. Iscritto alla Loggia P2, alla Massoneria, lavora all'ANSA e scrive lui le notizie più importanti per l'Italia in quegli anni. Compagno (ora ex) della Santanché, amico del migliore consigliere di Berlusconi: Gianni Letta. Non appena il suo nome appare nel registro degli indagati dell'inchiesta Why Not, salta la testa di De Magistris, che era troppo vicino alla verità e che viene puntualmente infangato dalla stampa del Regime.

Lui sa tutto di tutti, e se parla sono cazzi amari a 360°. Lui ha avuto fino a pochi giorni fa la gestione di notizie riservate, appalti, nomine e finanziamenti da parte di un sistema informativo parallelo, segreto e deviato volto alla commissione di «un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia», in un misto di dossier e ricatti, anche attraverso interferenze su organi costituzionali. Ora ha ottenuto i domiciliari, e tutti tremano.

E se a Palazzo Grazioli Berlusconi ha convocato in gran fretta Letta, Ghedini e Alfano, vuol dire che sta rischiando grosso. Chissà perché ieri leggevamo dell'intenzione appena palesata da Berlusconi di andare all'estero. Una o più dorate Hammamet lo attendono.

Ecco un paio di articoli chiarificativi sui cosa sta trapelando e su quanto è grande questo vaso di Pandora. Io sento puzza di insabbiamento.


Servizi segreti e Finanza, una rete in dote a Bisignani
Nel network del faccendiere generali e l'ex direttore del Sismi Pollari. Dieci anni di lavoro per agganciare lo stato maggiore delle Fiamme Gialle
di CARLO BONINI E MARIA ELENA VINCENZI

RACCONTA Luigi Bisignani il 14 marzo: "Non c'è dubbio che i canali informativi di Alfonso Papa erano prevalentemente nella Guardia di Finanza. Al riguardo, lui aveva rapporti con ufficiali del Corpo". Basterebbero queste parole (che non sono le sole), per comprendere come al Comando Generale, siano ore complicate. L'ordinanza napoletana rianima a suo modo il fantasma dell'affaire Visco-Speciale, illuminando un sistema di relazioni e accreditando l'esistenza di un circuito di informazioni privilegiate che annoda alti ufficiali del Corpo al cuore del centro-destra. Quantomeno ad uno dei suoi spregiudicati ambasciatori, Alfonso Papa, l'ex magistrato diventato parlamentare del Pdl e cane da riporto di Luigi Bisignani.

Via dell'Olmata e il generale Poletti
Le carte istruttorie propongono pochi quadri per altrettante testimonianze che provano, allo stato, solo ciò che possono documentare: un network. Papa, del resto, con la Finanza coltiva un antico legame. Che risale al 2001, quando, giovanissimo pm (ha solo 31 anni), lascia Napoli per assumere l'incarico di vice-capo di gabinetto del ministro di Giustizia Roberto Castelli. A Napoli, Papa ha lavorato prevalentemente con la Finanza e, sbarcato a Roma, è il Corpo ad assumersi l'onere del suo alloggio e dei suoi spostamenti. Viaggia su una macchina della Finanza, con personale della Finanza. Prende possesso a un costo di 4.500 lire al giorno di uno degli alloggi di servizio della caserma del Nucleo di Polizia tributaria di via dell'Olmata. Dove conosce l'allora comandante del Nucleo, Paolo Poletti.

I rapporti tra i due proseguono nel tempo, anche perché Poletti diventa presto capo di Stato Maggiore. Anche se - a quanto lo stesso Poletti ha riferito ai pm di Napoli - i due sembrano condividere poco e niente. A cominciare dalla collocazione politica, che vede Poletti nell'orbita del centro-sinistra, legato come è da un rapporto di stima e amicizia con Massimo D'Alema. E' un fatto che Papa non molla né il generale, né uno dei suoi più fidati ufficiali, Luigi Della Volpe. Né negli anni dello Stato Maggiore, né dopo il 2008, quando Poletti e Della Volpe (il primo quale vicedirettore) transitano all'Aisi, il nostro controspionaggio. Racconta l'imprenditore Alfonso Gallo: "Papa attingeva informazioni dalla Guardia di Finanza e mi ha parlato del fatto che conosceva e vedeva il generale Poletti, con cui lo vidi e con cui, io stesso, presi un caffè". L'ordinanza colloca Papa, Poletti e Della Volpe almeno in una circostanza impegnati in conversari nella Galleria Sordi, di fronte a Montecitorio. E lo stesso Poletti, per quanto è stato possibile ricostruire, conferma con i pm quel "rapporto di conoscenza" cui, tuttavia, dà una valenza "neutra", priva di informazioni che non fossero quelle che Papa riferiva sugli equilibri interni al centro-destra.

L'amico Pollari, Pio Pompa, i Servizi, il seggio in Parlamento
Di altro spessore appare il rapporto tra Papa e Nicolò Pollari, l'ex direttore del Sismi, da sempre terminale di informazioni privilegiate della Finanza, sulle cui gerarchie non ha mai smesso di esercitare un peso decisivo. Racconta Luigi Bisignani ai pm: "Papa è sicuramente amico di Pollari". Aggiunge Alfonso Gallo: "Mi disse di essere amico e molto legato a Pollari". Ricorda Paolo Mancuso, ex aggiunto a Napoli, oggi procuratore a Nola: "Per quanto mi fu riferito da Umberto Marconi, Papa era molto vicino a Pollari e per questo era riuscito ad ottenere, non so a che titolo, una scorta della Finanza e un appartamento in una zona centralissima di Roma". Conferma nella sua testimonianza Umberto Marconi: "Non so chi abbia sponsorizzato la candidatura di Papa alle politiche del 2008, so che aveva rapporti di amicizia con Previti e Pollari". Con certezza, mette a verbale l'ex parlamentare Alfredo Vito: "La candidatura di Papa fu conseguenza di un intervento diretto di Pollari, essendo Papa legato all'ambiente dei servizi segreti e ovviamente noto a Pollari e a Pio Pompa", l'uomo che Pollari aveva voluto a capo della fabbrica clandestina dei dossier illegali che il Sismi aveva in via Nazionale. E di cui parla anche Bisignani: "Papa mi disse che conosceva Pompa e che lo aveva incontrato in occasione di un intervento avuto dal padre al san Raffaele. Dei dossier di Pompa, Papa mi disse che la fonte di Pompa sui magistrati non era lui, ma un altro magistrato, di cui ora non ricordo il nome". Del resto, in questo incrocio di Papa con i Servizi, fa capolino anche Valter Lavitola, il direttore de "l'Avanti!" che si muove sul proscenio del caso Fini nell'estate della "casa di Montecarlo" e a cui viene chiesto di far entrare nell'Aise (il nostro spionaggio estero) il maresciallo dei carabinieri Enrico La Monica, una delle "fonti" di Papa.

Adinolfi, Bardi, Mainolfi
Se questo era il nodo indissolubile che legava Papa a Pollari e attraverso di lui ai Servizi, non sorprendono allora i ricordi di Alfonso Gallo e, ancora dello stesso Bisignani, lì dove entrambi segnalano che "Papa diceva di conoscere e vedere" il generale Michele Adinolfi (l'attuale capo di stato maggiore che il centro-destra, cui l'ufficiale è storicamente legato dai tempi dei suoi primi comandi in Lombardia, ha voluto quale successore di Poletti), il generale Vito Bardi (comandante interregionale dell'Italia meridionale ndr.), il generale Giovanni Mainolfi (ex comandante provinciale della Finanza a Napoli). Tutti ufficiali legati a Napoli. Tutti cresciuti nel Corpo con il placet di Pollari.


Inchiesta P4, tutti gli uomini nella rete. “Bertolaso non può dirmi di no”
Da Nicola Cosentino alla cricca del G8, il vortice dell'onorevole berluscones. Agli atti gli interessi per la vicenda di Santoro e per Finmeccanica. E poi appalti e nomine da pilotare
di Antonio Massari

È impressionante la rete di rapporti intessuta da Alfonso Papa, con magistrati e politici, poi utilizzata, secondo le accuse, per carpire informazioni secretate e rivelarle agli indagati. A rivelarlo è spesso Bisignani, che spiega come ha saputo di essere sotto intercettazione: glielo dice Italo Bocchino. E di lì a poco la “macchina” di Papa si mette in moto.

Il ruolo dell’esponente Fli
“Un giorno l’onorevole Bocchino, mio caro amico, disse di avere appreso che Papa era indagato e che a Napoli c’era una indagine e delle intercettazioni che riguardava alcune schede procurate e diffuse dal Papa. Mi chiese se anche io avessi avuto una di tali schede; Bocchino parlò espressamente di una indagine di Napoli ma non fece mai il nome dei magistrati; io rappresentai immediatamente tale circostanza al Papa e il Papa successivamente fece ulteriori accertamenti verificando la fondatezza di tale notizia…”. Bocchino dichiara che il colloquio s’è effettivamente tenuto, ma in un altro momento, e cioè soltanto dopo la pubblicazione di alcune notizie sull’inchiesta.

Bardi e la GdF
Papa – dice Bisignani – è sicuramente amico di Pollari, di Poletti (…) del generale Adinolfi … Quando gli dissi della notizia (…) mi disse che avrebbe chiesto informazioni a Napoli e che avrebbe parlato con un certo generale Vito Bardi della Guardia di Finanza; dopo qualche giorno tornò da me e mi disse che effettivamente dalle notizie che aveva appreso a Napoli aveva appurato che la notizia dell’indagine era vera (…). In un primo tempo il Papa tentò di minimizzare la portata dell’inchiesta, ma mi accorsi che era sempre più preoccupato (…). Mi disse che Vito Bardi (che ha querelato Bisignani, ndr) gli aveva confermato dell’esistenza dell’indagine, ma che tuttavia, lo aveva rassicurato dicendo che l’indagine era di scarso peso (…).

Cosentino
Gli elementi sulla fuga di notizie riguardante Nicola Cosentino – coordinatore campano del Pdl e imputato per concorso esterno in camorra – si fondano sulle dichiarazioni di Patrizio Della Volpe: “…mi risulta che La Monica sia uomo di fiducia del Papa… La Monica informò il Papa che l’onorevole Cosentino era destinatario di indagine da parte della Procura di Napoli; non ricordo quanto tempo prima rispetto al deposito degli atti (e alla conseguente pubblicazione sui giornali), La Monica diede tale informazione al Papa. Posso dire che avvenne prima del deposito degli atti e dei primi articoli di stampa (mi pare pubblicati su l’Espresso). La Monica avvertì Papa, dal momento che Papa ambiva a fare un salto di qualità in politica…”. Secondo il gip però non ci sono elementi sufficienti.

Lo scandalo Finmeccanica
“Papa – dice Bisignani – s’è proposto, per il mio tramite e di Galbusera, di interessarsi e di intercedere assumendo notizie ed informazioni anche sulle vicende giudiziarie riguardanti il dotto Borgogni di Finmeccanica (…). Ricordo che Papa mi disse di essersi informato, attraverso fonti accreditate, e di aver appreso che nei confronti di Borgogni non vi erano provvedimenti restrittivi…”.

L’indagine Verdini
“Papa – dice sempre Bisignani – si propose di assumere informazioni e adoperarsi quando Verdini fu coinvolto nella nota vicenda giudiziaria (…). Mi consta che Papa era molto amico dell’allora Procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e del figlio Camillo; più volte mi chiese di poter trovare qualche incarico a Camillo. (…). Il Verdini medesimo cominciò a stringere i suoi rapporti con Papa, che fino a quel momento aveva calcolato poco, da quando cominciò a proporre il suo interessamento e la sua possibilità di intervento sulle vicende giudiziarie…”

Bavaglio ad “Annozero”
Papa cerca informazioni anche sulle indagini della Procura di Trani sul “bavaglio” ad Annozero. Nelle intercettazioni compariva l’ex direttore della Rai Mauro Masi. Dice Bisignani “Tramite me s’è proposto di interessarsi di prendere notizie e di intercedere anche a proposito delle vicende giudiziarie riferite a Masi perciò che riguarda la Procura di Trani. Disse di aver acquisito informazioni rassicuranti e le “girai” al Masi. Disse di essersi informato a Trani e di aver appreso che “non c’era da preoccuparsi”. Non chiesi quale fosse la sua fonte…”.

Protezione Civile
“Papa – dichiara Bisignani – mi parlò delle indagini sulla “cricca” e, in particolare, del filone di indagini che pendeva a Roma su Bertolaso; me ne parlò sicuramente prima del deposito degli atti e degli arresti. Sosteneva che la cosa si sarebbe sgonfiata”. Una conferma arriva dall’imprenditore Luigi Matacena: ” …ho conosciuto Papa un anno e mezzo fa (…) Successivamente cominciò a chiamarmi e mi diceva che era a “disposizione” per il mio lavoro e per aiutarmi; mi occupo di fornitura di attrezzatura e mezzi specialistici per vigili del fuoco e protezione civile (…). Mi propose di interessarsi per farmi ottenere delle commesse (…). Mi chiese in modo pressante se lavoravo con la protezione civile nazionale (…). Mi propose di procurami un contatto con Bertolaso; tuttavia poi non lo fece (…). Mi disse, in proposito, che a lui Bertolaso non poteva dire di no perché lui stesso (e cioè il Papa) si stava adoperando e interessando dei problemi giudiziari del Bertolaso, e che a lui, dunque, il Bertolaso non poteva dire di no. Il Papa mi fece tale discorso prima che scoppiasse lo scandalo della Cricca”.

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L'unico e vero fannullone del belpaese

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Lo schifo impera sovrano. Finte battaglia a difesa di mancanze che erano tutte sue. La feccia della politica italiana sputtanata con una facile inchiesta. Un delinquente puro, degno compare di Sua Emittenza. Ecco chi è Renato Brunetta. l'uomo (?) che ruba lo stipendio, gode dei privilegi (7 auto blu, una a completa disposizione solo della sua segretaria, non scordiamolo), insulta tutti tranne il suo padrone. L'uomo che baratta abusi edilizi in un comune con la poltrona in Parlamento al sindaco stesso, l'uomo che diventa professore universitario senza concorso alla faccia della meritocrazia da lui tanto sbandierata. Ce n'è per i porci (come lui, inteso). Un pezzente che solo uno come Berlusconi poteva inserire in un governo, e solo un popolo di deficienti poteva andare a votare questo indecente e sozzo personaggio macchietta, che nell'ultima puntata di Annozero ha insultato pubblico in studio e a casa, e offende i lavoratori precari. Lui che vuole i disoccupati a scaricare cassette al porto, non hai mai fatto niente di costruttivo in vita sua. Una piattola attaccata alle tette del potere.

Da: Gli scandali di 2 anni di governo Berlusconi (lunedì 29 novembre 2010)
Il ministro che doveva rivoluzionare la pubblica amministrazione si è fatto notare, ad oggi, più per le sue (presunte) frequentazioni che per i famigerati tornelli da mettere nei tribunali. Alla fine di settembre il nome del ministro della Funzione pubblica entra (mai indagato) nelle inchieste sul parco delle 5 terre che mettono nei guai il responsabile Franco Bonanini e il sindaco di Riomaggiore, Gianluca Pasini. Di lui e del suo rustico nelle 5 terre gli indagati parlano spesso nelle conversazioni intercettate. Passano due mesi e il nome di Brunetta balza di nuovo agli onori della cronaca, tirato in ballo da Perla Genovesi, ex assistente parlamentare, finita in carcere per spaccio. Genovesi racconta di avere presentato al ministro la sua amica, la escort Nadia Macrì. Macrì a sua volta conferma e racconta di rapporti sessuali con il ministro, per 300 euro a incontro più alcuni gioielli. In cambio la ragazza, separata dal compagno e in difficoltà con l’affidamento del figlio, avrebbe ottenuto l’intercessione con l’avvocato Taormina. Brunetta smentisce gli incontri sessuali, ma conferma di avere conosciuto la ragazza grazie all’interessamento della Genovesi e di averla segnalata a Taormina.

Vedi anche:
Soldi sporchi, escort, Brunetta, Bondi, Fazio e Moratti (sabato 13 novembre 2010)
Altri due limpidi esempi di Lega (Nord) e PDL Ladroni (mercoledì 29 settembre 2010)
Le auto blu e i veri fannulloni (sabato 17 luglio 2010)


L'inchiesta de l'Espresso


Contro il "Culturame", chiudere il rubinetto



La sinistra vada a morire ammazzata


I poliziotti sono panzoni


I precari sono la peggiore italia


Invenzioni giustificative


I giovani a scaricare cassette al mercato


Ne volete ancora?

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giovedì 16 giugno 2011

Via il Porcellum! Rivogliamo il Voto! Una legge elettorale onesta!

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Che soddisfazione! Ne ho parlato anche di recente. Sono mesi che bombardo di e-mail tutti i partiti del centro sinistra e che contatto i Gruppi su Facebook, e ora scopro che la cosa è partita!

"Io firmo. Riprendiamoci il voto". Al via il referendum anti-Porcellum
Presentata questa mattina a Roma una nuova campagna referendaria per cancellare i punti più controversi della legge Calderoli. Dalla prossima settimana via alla raccolta delle firme. Obiettivo: 500mila entro la fine di settembre
di CARMINE SAVIANO

ROMA - Liste bloccate, premio di maggioranza, deroghe alla soglia di sbarramento, obbligo di indicazione del candidato premier. Quattro punti. Quattro disposizioni che fanno del Porcellum, una legge elettorale "da cancellare al più presto". Dando, attraverso un referendum abrogativo, la parola ai cittadini.

È "Io Firmo. Riprendiamoci il voto", iniziativa del Comitato per il Referendum sulla Legge Elettorale, che stamattina a Roma, ha lanciato una nuova campagna referendaria. Si parte la prossima settimana con la raccolta delle firme per eliminare una delle distorsioni più nocive del sistema politico italiano.

Una mobilitazione trasversale, che nasce nella società civile, per mettere un freno ai danni prodotti dal Porcellum: trasformismo, frammentazione, coalizioni disomogenee e ingovernabili. Per questo, secondo Stefano Passigli, "ogni tentativo di modifica della legge è destinato a fallire", e l'unico modo per eliminarne i difetti è "tagliare i quattro punti più discussi". E il ricorso ai cittadini è il modo per superare l'impasse parlamentare: "Se il Parlamento riuscirà a trovare un accordo, tanto meglio. Altrimenti il referendum è inevitabile".

Numerosi gli interventi. Tutti tesi a sottolineare gli orrori del Porcellum. Per Giovanni Sartori, "il premio di maggioranza dato a una minoranza è il vizio maggiore della legge". Perché
"questo falsa tutto il sistema politico: le leggi elettorali trasformano i voti in seggi e questa legge li trasforma male". Poi l'indicazione dei modelli che potrebbero essere importati in Italia: "il doppio turno alla francese o quello tedesco sarebbero i due sistemi che andrebbero bene". E sulle motivazioni del referendum: "È il rimedio contro l'inerzia dei partiti in materia di legge elettorale".

Per Enzo Cheli, "dopo la legge Acerbo, è la peggiore legge elettorale della storia italiana". E ancora: "Al di là delle conseguenze, come le intere aree sociali buttate fuori dal Parlamento, il premio di maggioranza dato ad una coalizione al di là di una soglia minima è a rischio di costituzionalità". Non solo: con il Porcellum, sono saltate tutte le "soglie di ragionevolezza". Da qui l'esigenza di intervenire sulla legge "per ragioni di manutenzione costituzionale". Non manca la preoccupazione per il tipo di legge che verrebbe fuori se il referendum riuscisse ad ottenere il quorum: "Se passa, resta in piedi una legge proporzionale. E, soprattutto, una legge funzionante".

L'obiettivo è raggiungere, entro settembre, le 500mila firme valide necessarie a presentare il referendum alla Corte di Cassazione. Tra le prime adesioni nomi molto noti della cultura italiana: Claudio Abbado, Salvatore Accardo, Umberto Ambrosoli, Alberto Asor Rosa, Corrado Augias, Gae Aulenti, Andrea Carandini, Luigi Brioschi, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Carlo Feltrinelli, Inge Feltrinelli, Ernesto Ferrero. Vittorio Gregotti, Carlo Federico Grosso, Rosetta Loy, Dacia Maraini, Renzo Piano, Mario Pirani, Maurizio Pollini, Giovanni Sartori, Corrado Stajano, Massimo Teodori, Giovanni Valentini, Paolo Mauri, Gustavo Visentini, Innocenzo Cipolletta, Domenico Fisichella, Stefano Mauri, Benedetta Tobagi, Franco Cardini, Luciano Canfora, Irene Bignardi e Margherita Hack.

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mercoledì 15 giugno 2011

Rivogliamo il Voto. Via il "porcellum"!!!

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Il mio appello a tutti i Gruppi e le Pagine nati sui Social Network. Riprendiamoci quello che è nostro!

L'esperienza dei quattro referenda (Acqua, Nucleare, Legittimo Impedimento) è stata fantastica: l'Italia si è riappropiata del potente strumento di Democrazia (intesa appunto come "potere del popolo") del Referendum, e ha cancellato quattro leggi sbagliate, indicando alla politica cosa deve fare. Ma non è giusto fermarsi qui. Noi cittadini, che votiamo ed eleggiamo i nostri rappresentanti a Roma, dobbiamo riprenderci una cosa che ci era stata tolta con l'inganno, e dobbiamo farlo proprio adesso che le nostre coscienze sono attente e vigili, prima che qualche furbo di turno le inebetisca nuovamente.

E' giunto quindi il momento, cari amici che leggete queste righe, di riappropiarci di quello che ci è stato subdolamente sottratto: poter scegliere chi votare alle elezioni politiche.

La Legge Calderoli, la n. 270 del dicembre 2005 ci ha privati del nostro diritto fondamentale quali cittadini: scegliere il nostro rappresentante in Parlamento. Non so voi, ma io sono stufo di votare un partito o una lista di partiti, sapendo che i voti servono a far eleggere il primo della lista e poi gli altri, io voglio scegliermi chi votare, questa scelta non la deve fare nessuno per me.

La legge Calderoli ha consegnato infatti ai partiti la scelta degli eletti, usurpandola ai cittadini, i quali votano solo le liste. E siccome le liste dei candidati sono espressione degli equilibri e degli accordi interni ai partiti, il gioco è fatto. L'abolizione delle liste uninominali, la creazione di liste bloccate, il premio di maggioranza, le soglie di sbarramento sono i punti salienti di queta legge truffa e mostrano come i partiti si spartiscano le poltrone.

E' vero: questa legge non fu votata dai partiti del centro-sinistra, anzi da essi fu criticata, però anch'essi, inseriti nel gioco delle scelte, inquadrarono e premiarono personalità che difficilmente avrebbero preso voti. Questa legge truffa fu sottoposta al voto referendario del 2009, ma allora (2 anni: pare un secolo) il quorum non fu raggiunto, segnando la vittoria dei partiti sulla sovranità popolare.

Questa legge oggi non ha più ragione di esistere perché è antidemocratica: essa svuota il popolo del suo potere di scegliersi i rappresentanti, e ricordiamo che la stessa Corte Costituzionale nelle sentenze di ammissibilità dei referenda elettorali del 2009 per l'abrogazione parziale di questa legge, aveva velatamente messo in dubbio la legittimità costituzionale di alcuni suoi punti. E allora perché se ne parla tanto ma nessuno la vuole cancellare?

Il motivo è semplice: quanti dei politicanti che posano le loro natiche sulle poltrone dorate del Parlamento verranno scelti nuovamente dai cittadini? Chi lo rivoterà per esempio uno Scilipoti? I partiti temono sempre di più la presa di coscienza in atto da parte della Società Civile, e allora dev'essere la stessa Società Civile a scendere in piazza, manifestare questa volontà di cambiamento, e chiedere a gran voce il ritorno a forme elettorali oneste.

Riappropriamoci del VERO Diritto di Voto! Mi rivolgo a tutti i gruppi nati spontaneamente sui social network, gli stessi che hanno fatto una fantastica campagna di informazione per i quattro referenda appena votati e che hanno segnato la vittoria inequivocabile della cittadinanza sulle scellerate scelte del governo: organizziamo tutti assieme un movimento di idee e una lunga serie di manifestazioni per chiedere che ci venga restituito quello che ci spetta: il VERO esercizio della Sovranità Popolare, sancita dall'art. 1 della Costituzione, e che la legge Calderoli ci ha tolto nel dicembre 2005. Ora che siamo caldi e pronti, dobbiamo battere il ferro e riprenderci quello che ci spetta!

Cosa stiamo aspettando?

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Quirra: uranio e napalm. E la Difesa spiega ai militari come mentire

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Che schifo: a Quirra la gente muore, gli animali muoiono, l'ambiente pure. E la preoccupazione del ministero della Difesa è insabbiare tutto, spiegando certosinamente ai militari come mentire a tutti.

Risposte concordate: operazione ‘trasparenza’ del ministero sul poligono sardo di Quirra
La procura di Lanusei (Sardegna) ha aperto un'inchiesta per disastro ambientale per la presenza di cadmio, piombo, uranio e napalm. Il tutto causato dalle esplosioni di ordigni. Un militare indagato. La Difesa, però, ha diffuso un questionario ai militari per indirizzare le loro risposte
dal Fatto Quotidiano (Adele Lapertosa)

Domande e risposte preparate in anticipo, addirittura le cose da dire off the record. È già tutto scritto e deciso, nero su bianco, come dovranno comportarsi e cosa dire i militari italiani, se interrogati sui poligoni di Quirra e di Campo San Lorenzo, i cui dodicimila ettari sono stati messi sotto sequestro dalla procura di Lanusei per il reato di disastro ambientale. Qui, infatti, sorgenti e pozzi, secondo la magistratura, sono contaminati da nano-particelle prodotte dalle esplosioni di ordigni. Davanti a una tale situazione il ministro della Difesa ha varato una linea basata sulla “trasparenza” il cui obiettivo è assicurare, sempre e comunque, che finora non è stato ancora accertato il nesso di causalità tra le attività del Poligono sardo di Salto di Quirra, l’uranio impoverito (che comunque non viene adoperato) e le malattie sviluppate da militari, abitanti e animali della zona.

Il piano, intitolato “In difesa della salute e dell’ambiente”, è stato distribuito recentemente, in forma riservata, in una riunione presso il gabinetto del ministro della Difesa con i vari responsabili della comunicazione per “definire una nuova linea di condotta sull’attività dei poligoni sardi ed evidenziare l’impegno delle Forze Armate a tutela del diritto alla salute del personale della Difesa, della collettività e dell’ambiente, con particolare riferimento ai poligoni militari”.

Insomma, se per la procura di Lanusei esistono le prove che le esercitazioni hanno causato gravi danni alla salute degli uomini e degli animali, che è stato usato uranio impoverito, che l’acqua potrebbe aver subito contaminazioni di nano-particelle provenienti dalle esplosioni del munizionamento, e provocato anche alcuni tumori registrati tra gli abitanti di Villaputzu e Quirra, per il governo la storia sta in altri termini. E così alla domanda: tra i comuni di Quirra e di Escalaplano è stata denunciata un’elevata incidenza di tumori potete escludere che sia collegata in qualche modo alle attività del Poligono? La risposta sarà: “Non sono un esperto di patogenesi o di oncogenesi, le dico però che le nostre famiglie abitano nei comuni limitrofi al Poligono, che noi viviamo e lavoriamo all’interno della base. Siamo i primi a poter affermare di essere interessati perché venga fatta luce sulle cause dell’insorgenza di queste malattie. La nostra disponibilità a collaborare a qualsiasi informazione e fornire dati è totale”. E ancora: “Sei militari e un generale che prestavano servizio al poligono sono recentemente morti per tumore del sistema linfatico”. Risposta: “Non sono un esperto di patogenesi o di oncogenesi, il resto uguale alla precedente”.

Altro consiglio è quello di ponderare bene l’uso di smentite e precisazioni, perché a volte possono avere l’effetto opposto, e di cimentarsi in iniziative di tutela della salute e dell’ambiente anche con con il ministero della Sanità, Università, Regioni, e associazioni ambientaliste come Legambiente, Lipu. Ma perchè la strategia di comunicazione sia “credibile” servono “appositi “monitoraggi” della situazione delle Forze Armate (salute del personale, ambiente, smaltimento rifiuti), statistiche nazionali e locali sulla incidenza di particolari patologie, con riferimento anche al personale militare che opera o ha operato nei poligoni”. Insomma, nulla è lasciato al caso in questa nuova tattica di ‘trasparenza’.

Insomma, se il ministero elude la questione con domande prestampate, la magistratura prova a vederci chiaro. L’inchiesta del procuratore Domenico Fiordalisi, infatti, ha portato sinora all’iscrizione nel registro degli indagati di tre persone: Tobia Santacroce, generale in pensione, ex comandante dell’Ufficio inquadramento, accusato di disastro ambientale colposo e omicidio volontario doloso, Gilberto Nobile e Gabriella Fasciani, due chimici indagati per falso ideologico in atto pubblico per aver attestato la non anomalia di particelle metalliche presenti nei polmoni e negli organi di ovini da loro analizzati. Dalle testimonianze acquisite è emerso inoltre che almeno un missile con una testata da guerra all’uranio impoverito è stato sparato, che tra i rifiuti interrati ci sono sostanze con cadmio, piombo, antimonio e napalm e che tra gli animali malformati ci sono capi con sei zampe, con gli occhi dietro le orecchie e, appunto, a due teste.

Un altro filone di indagine riguarda le morti sospette. Per questo è stata ordinata la riesumazione di una ventina di salme tra pastori e militari per verificare la presenza di particelle Alfa, emesse dall’uranio impoverito. L’ultimo atto disposto da Fiordalisi è stato appunto il sequestro del Poligono.

Eppure, di fronte a un’inchiesta della procura, il governo sceglie di “ridurre il livello di apprensione nella collettività” adottando “misure di comunicazione a tutela dello sforzo e degli investimenti nella ricerca sempre più spinta di soluzioni sostenibili per le attività istituzionali, e minimizzare o neutralizzare il danno d’immagine per Difesa e Forze armate”. Il che mette qualche ombra sul fatto che la salute della popolazione e un’informazione chiara stiano veramente l’obiettivo dei corpi militari.

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