sabato 30 ottobre 2010

Il papello nascosto per ordini "superiori"

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Una vergogna, l'ennesima. E' indecente che la Mafia sia entrata così a fondo nelle istituzioni, e noi cittadini non valiamo niente.


Il papello nascosto
Il documento che prova la trattativa Stato-mafia "fu ritrovato cinque anni fa dai carabinieri e rimesso a posto"
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Il papello? Trovato cinque anni fa e rimesso a posto in cassaforte. Tutto “per ordini superiori”. Ma l’ufficiale dei carabinieri che se lo ritrovò tra le mani, nella peggiore tradizione dell’Arma, lo fotocopiò trattenendone la copia. Sono le clamorose rivelazioni di due militari, uno dei quali partecipò alla perquisizione a casa Ciancimino, acquisite agli atti del processo Mori e da ieri depositate e a disposizione delle parti. Protagonista è il capitano dei carabinieri Antonello Angeli che il 17 febbraio del 2005 diresse la perquisizione nella villa di Massimo Ciancimino, sul lungomare dell’Addaura, lasciandosi sfuggire il “papello” di Totò Riina.

L’ufficiale si sarebbe reso perfettamente conto che stava trascurando carte scottanti sulla trattativa tra Stato e mafia, ma avrebbe agito per “ordini superiori”. A rivelarlo ai pm di Palermo è un maresciallo, Saverio Masi, che dice di aver raccolto le confidenze dello stesso capitano poco dopo l’“anomala” perquisizione. Presentatosi spontaneamente ai pm di Palermo Nino Di Matteo e Paolo Guido, che indagano sulla “trattativa” tra Stato e mafia, il sottufficiale ha raccontato che fu lo stesso Angeli a rivelargli come avesse rinvenuto in un soppalco di quella villa dell’Addaura, “la documentazione relativa ai rapporti tra le istituzioni e Cosa Nostra” e in particolare il “papello redatto da Totò Riina”.

Secondo il maresciallo, il papello non fu toccato perché “dai superiori arrivò l’ordine di non procedere al sequestro”, in quanto si sarebbe trattato di “documentazione già acquisita”. Ma al maresciallo, Angeli avrebbe riferito infatti di aver fotocopiato di nascosto la documentazione ufficialmente sfuggita al suo controllo grazie all’aiuto di un collaboratore. Qualche tempo dopo, allo stesso maresciallo, Angeli avrebbe chiesto di contattare un giornalista per denunciare pubblicamente la storia del mancato sequestro. Obbedendo al suo capitano, il sottufficiale, in compagnia di un collega, incontrò l’inviato di un quotidiano nazionale che però rifiutò di pubblicare la notizia. Il giornalista, chiamato dai pm, ha confermato tutto, consegnando persino un biglietto su cui i carabinieri avevano scritto i propri nomi e recapiti. Di quella “strana” perquisizione nella villa all’Addaura da parte di carabinieri incredibilmente “distratti” che avevano messo la casa sottosopra, ma si erano lasciati sfuggire il documento di Totò Riina, aveva già parlato Massimo Ciancimino, sostenendo però che la cassaforte non era stata neppure aperta.

Oggi scopriamo che quel pezzo di carta che prova la trattativa tra la mafia e lo Stato (consegnato da Massimo Ciancimino ai pm di Palermo solo l’anno scorso) in realtà è nelle mani dei carabinieri e in particolare di Angeli, da cinque anni. Un’ulteriore conferma alle parole del maresciallo è arrivata, più recentemente, dal collaboratore di Angeli, Samuele Lecca, che materialmente fotocopiò il ‘’ papello’’, consegnandone la copia al capitano, direttamente in ufficio. Si tratta di un carabiniere semplice che faceva parte della squadra incaricata di perquisire la villa di Ciancimino jr in quel febbraio del 2005. Il militare, convocato nei giorni scorsi dai pm, ha raccontato che durante quel controllo in casa del figlio di don Vito il capitano Angeli gli chiese se conoscesse una copisteria dove potesse ‘’velocemente’’ fotocopiare alcuni documenti per poi riportarglieli in ufficio. Si trattava di numerosi fogli, alcuni a quadretti, molti dei quali scritti a penna e costellati di post it.

Il carabiniere rimase sorpreso perché, per correre a fotocopiare quelle carte, dovette utilizzare la macchina di servizio, sottraendola ai colleghi che rischiavano di non poter tornare in caserma. Il militare, comunque, raggiunse in fretta una copisteria, fotocopiò le carte e riportò originali e fotocopie al suo capitano. Poi partecipò alla catalogazione dei documenti sequestrati in casa Ciancimino e notò che i documenti da lui fotocopiati non facevano parte dei materiali finiti sotto sequestro. Angeli, oggi colonnello dei carabinieri, per anni in servizio presso il Quirinale, è indagato a Palermo per favoreggiamento. È stato interrogato una prima volta nell’estate 2009 e si è avvalso della facoltà di non rispondere. Nuovamente convocato dai pm il 22 ottobre scorso, ha fatto sapere qualche giorno prima dell’interrogatorio, tramite il suo legale, l’avvocato Salvatore Orefice, di non voler rispondere. I magistrati hanno rinunciato a sentirlo. I due testimoni saranno interrogati in aula nel processo Mori.

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mercoledì 27 ottobre 2010

Il Parlamento e il vergognoso vitalizio dei parlamentari

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Noi comuni cittadini, almeno quelli onesti che pagano le tasse, aborriamo ogni forma di privilegio, ovunque essa venga attuata. Una di quelle più becere consiste nel riconoscere ai parlamentari che hanno fatto almeno 5 anni di legislatura un vitalizio cospicuo, ovviamente pagato da noi con le nostre tasse. Questo trattamento è decisamente iniquo rispetto a quello previsto per noi comuni mortali, che dobbiamo versare fino a 40 anni di contributi per avere diritto alla pensione.

Il 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell'Italia dei Valori ha proposto l'abolizione di questo vitalizio. Ecco come è andata a finire:

Presenti in aula 525
Votanti 520
Astenuti 5

Maggioranza 261

Hanno votato sì 22
Hanno votato no 498


Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera:

"Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità.
Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata.
Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.
Per maggiori informazioni ecco il link al sito di Borghesi con il discorso.

Purtroppo questa vergogna è passata praticamente inosservata, dato il silenzio dei mass-media.

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I maneggi di Paolo (senza Lodo) per Silvio (con Lodo)

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C'è chi può (avere il Lodo) e chi non può: lui non può. Povero Paolo, perennemente con meno soldi di Silvio, perennemente scoperto senza Lodi, perennemente in trincea contro il comunismo fra le toghe!


Unipol, gli indagati e i nastri segreti: "Così facciamo vincere Berlusconi"
Escono i verbali degli interrogatori di Raffaelli, incaricato di intercettare le telefonate degli indagati nella vicenda delle scalate bancarie. Fassino: trappola per me e i Ds. Feltri: vogliono la fucilazione in piazza di Paolo Berlusconi. "Ascoltammo anche una telefonata di Briatore che pareva un film di Vanzina"
di EMILIO RANDACIO

MILANO - Tutto sommato sembra essere stato un "gioco" da ragazzi aggirare il sistema di sicurezza della procura di Milano. Almeno così raccontano i protagonisti di questa brutta vicenda. Mettere le mani sui nastri delle scalate ad Antonveneta e alla Bnl, sottrarre file che coinvolgevano politici dei Ds, e "che non erano nemmeno nella disponibilità dei magistrati", oggi sembra essere stato più semplice di quanto si potesse immaginare.

Bisogna fare un passo indietro, e cristallizzare la data di partenza dell'intero affaire: luglio 2005. La Guardia di Finanza di Milano (per mesi finita nel mirino per la fuga di notizie e solo oggi riabilitata), su richiesta di un pool di tre magistrati milanesi, riceve la delega per intercettare le telefonate dei protagonisti dell'estate dei "furbetti del quartierino". Il 17 luglio, l'allora segretario dei Ds, Piero Fassino, chiama Giovanni Consorte, numero uno Unipol, per chiedergli se l'opa lanciata su Bnl ha avuto l'esito sperato: "Ma allora, abbiamo la banca?". In quei giorni, altre telefonate vengono effettuate sull'utenza di Consorte anche da Massimo D'Alema e da Nicola Latorre. Di incontri e telefonate di esponenti del centrodestra con altri protagonisti delle scalate, l'indagine milanese ne riscontra altrettanti, anche se la pubblicazione avverrà solo a indagine conclusa.

Tanto che ieri, l'ex senatore del Pd, Fassino, ha sottolineato come dall'indagine emerga evidente "che c'è stata una chiara operazione per delegittimare me e il partito che rappresentavo. A questo fine si è costruita una vera e propria trappola". Per Fassino non si è trattato di una vicenda isolata, ma di "uno dei tanti episodi che hanno avvelenato la politica italiana e introdotto, da chi li usa, metodi di aggressione dell'avversario fino a qualche anno fa sconosciuti". Per il direttore de il Giornale, Vittorio Feltri, invece, questa vicenda dimostra come "prima o poi va andrà a finire che Paolo Berlusconi sarà fucilato in piazza con la gente che applaude".
Cinque mesi e mezzo dopo quel luglio, - 31 dicembre 2005 - le conversazioni dei leader dei Ds finiscono in prima pagina sulle colonne de il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi. Oggi, due giorni dopo la chiusura dell'inchiesta a carico di Paolo Berlusconi, dell'ex manager della Rcs spa (Research control system), Roberto Raffaelli, e degli imprenditori Fabrizio Favata ed Eugenio Petessi, si scopre cosa il pm Maurizio Romanelli è riuscito esattamente a scoprire.

A inquadrare la vicenda, in un verbale del giugno scorso, è lo stesso Favata. Siamo a settembre, forse ottobre, di 5 anni fa. "Petessi - ricorda Favata - mi dice che Raffaelli ha in mano una registrazione che è una bomba e che se la avessimo data a Berlusconi, gli avremmo fatto vincere le elezioni del 2006". Raffaelli aggiunge particolari, nel suo verbale del 7 luglio scorso. "Avevo in lavorazione - spiega al pm Romanelli - i computer da consegnare ai suoi colleghi della procura. Ero curioso di vedere come era venuto il lavoro che mi era stato richiesto. In quel momento venne da me Petessi, non ricordo il perché, io ero al computer e gli feci vedere come funzionava il sistema. Ricordo che gli feci ascoltare una telefonata di Briatore che era curiosa perché sembrava come un film di Vanzina. Poi gli dissi che c'era un'altra telefonata riguardante Fassino".

L'ex numero uno di Rcs nega di aver ascoltato tutto il materiale che veniva intercettato dai finanzieri. "Io non avevo le abilitazioni necessarie e, comunque, queste cose non venivano fatte in azienda... ho visto alcune telefonate perché appariva il nome famoso. Comunque, c'erano migliaia di telefonate... c'era la possibilità che 15 account potessero collegarsi contemporaneamente. Il sistema è fatto in modo che o uno sa cosa cerca, oppure è come cercare un ago in un pagliaio". Petessi, abile affarista, sembra intuire che quel nastro potrebbe aprire molte porte. "Qualche giorno dopo - ricorda Raffaelli - Petessi mi chiama e mi chiede di venirmi a trovare con Favata chiedendomi di fargli sentire la telefonata. Favata era "sbrillucicante" e mi disse di farla sentire a Paolo Berlusconi". Intorno a novembre, con i personal computer con i nastri consegnati alla procura, Raffaelli si convince che, se la notizia fosse uscita, lui non avrebbe più corso alcun rischio.

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martedì 26 ottobre 2010

Berlusconi e la minorenne di Lele Mora: verità o calunnia?

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Riporto un articolo pubblicato oggi da Il Fatto Quotidiano. Da leggere con attenzione. Verità o calunnia?


"Io e Berlusconi": una ragazza accusa
Denuncia alla Procura di Milano che sta accertando la veridicità del racconto
di Gianni Barbacetto

Chi gli sta vicino racconta che Silvio Berlusconi è da qualche giorno nervoso, preoccupato. Non soltanto per le vicende della politica italiana: c'è una storia, sottotraccia, che lo angustia più d'ogni conflitto dentro il PDL, più delle vicissitudini del lodo Alfano, più dei rapporti con il capo dello Stato. Una ragazza, appena diciottenne, sta raccontando di avere avuto incontri con lui quando era ancora minorenne. Un nuovo caso Noemi Letizia? No, una vicenda ancor più spinosa, perché questa volta la ragazza racconta fatti, incontri, contesto, particolari. Fa nomi di protagonisti e comprimari.

La storia ha, per ora, contorni molto indefiniti. La ragazza, la chiameremo "Ruby", è di nazionalità marocchina e in questo momento sarebbe ospite di una comunità protetta. Ma fino a qualche tempo fa faceva parte del giro di Lele Mora, che si vanta di essere un vecchio amico di Silvio Berlusconi ed è rimasto vicino al suo ambiente anche dopo le sue disavventure finanziarie (il crac della sua Lm management) e giudiziarie (da cui è uscito con un proscioglimento). La sua auto ha continuato a varcare i cancelli della villa di Arcore: a bordo, un sorridente Lele di solito accompagnato da un paio di ragazze.

"Ruby" dunque era in contatto con Mora. Faceva serate in discoteca, sperando di farsi notare per entrare alla grande nel mondo della moda o della TV. Poi avrebbe avuto il contatto ravvicinato (o i contatti ravvicinati) con Silvio Berlusconi. Questo, almeno, è ciò che racconta. Secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, i suoi racconti sono ora al vaglio dei magistrati della Procura della Repubblica di Milano: dichiarazioni tutte da verificare, perché non prive di smagliature e vistose contraddizioni. Potrebbero essere un tentativo di ricatto, una trappola, una storia inquinata. Oppure un confuso tentativo di farsi ascoltare, lanciato da una ragazza finita in una storia più grande di lei. Soltanto verifiche scrupolose permetteranno di capire che cosa c'è di vero nei racconti di "Ruby".

Per ora in questa vicenda scivolosa di certo c'è solamente il fatto che una ragazza sta parlando. Il contesto è quello emerso negli utlimi diciotto mesi: a partire dalla primavera del 2009, quando il presidente del Consiglio partecipò in una discoteca di Casoria alla festa per il diciottesimo compleanno di Noemi Letizia; e Veronica Lario, moglie di Berlusconi, definì "ciarpame senza pudore" la candidatura di alcune giovani ragazze nelle liste del Pdl alle elezioni europee, ma soprattutto accennò a "figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica".

Poi scoppiò lo scandalo delle notti con Patrizia D'Addario e altre ragazze a Palazzo Grazioli, a Roma, e delle feste estive a villa Certosa, in Sardegna. Un uomo politico alla guida del Paese ha il dovere di non rendersi ricattabile con i suoi comportamenti. Le cronache di questi mesi hanno dovuto invece registrare più d'una polemica attorno allo stile di vita del presidente del Consiglio. Questo oggettivamente lo espone, al di là di ogni valutazione morale, a pressioni e ricatti.

Se poi quello che racconta "Ruby" fosse vero, sarebbe possibile anche ipotizzare reati. Avere rapporti sessuali con minorenni tra i 14 e i 18 anni configura infatti il reato di Violenza Sessuale, se il rapporto è avvenuto approfittando dell'inferiroità fisica o psicologica del minore. Se poi la minore è stata pagata con denaro "o altra utilità", dice il codice, scatta il reato di prostituzione minorile, che punisce l'adulto che quei rapporti sessuali ha preteso. ma tutto questo potrebbe essere un'inutile esercitazione. Nessuno per ora è in grado di dire se ciò che la ragazza racconta sia la verità. Le verifiche, delicate e difficili, sono in corso.

La conferma arriva solo nel tardo pomeriggio, è l’agenzia Agi a diffonderla da Palazzo di Giustizia di Milano: “La versione della ragazza è al vaglio del pm Antonio Sangermano”, scrive l’agenzia di stampa.

“Secondo quanto si è appreso, il racconto della giovane marocchina risulterebbe molto contraddittorio. Anche per questo, il riserbo è massimo, gli inquirenti mostrano molta prudenza perche’ potrebbe trattarsi di una calunnia ai danni del Presidente del Consiglio. Allo stato si è appreso che la versione della ragazza è al vaglio del pm Antonio Sangermano. Non si tratta di una denuncia perche’ la deposizione è stata raccolta nell’ambito di un’altra indagine, sui locali notturni della movida milanese. La giovane donna riferirebbe di avere incontrato Berlusconi insieme ad altre ragazze nella residenza del premier ad Arcore. Per tanto, sempre secondo quanto si apprende, la procura di Milano avrebbe aperto un fascicolo preliminare, ‘modello 45′, ossia ‘atti relativi a…’, non contenente notizie di reato”.

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Belpietro e la fabbrica del fango: tutte le panzane sbugiardate

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Ormai Belpietro è una scheggia impazzita. Da quando si è reso conto che nessuno crede alla storiella dell'attentato (il comico Braida l'avrebbe raccontata meglio) ha perso ulteriormente la testa, e vaga nelle trasmissioni RAI e Mediaset per gettare fango e balle su Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano. Per fortuna a queste panzane e a questo odio è stato contrapposto lo spuXXanamento! Buona lettura.


Io libero, tu occupato (23 ottobre)
di Marco Travaglio

L’altra sera ad Annozero, fra una palla e l’altra, Belpietro è riuscito a dire che il Fatto perde copie. Vista l’attendibilità della fonte, ci siamo subito preoccupati e siamo andati a controllare. Nel primo anno di vita, abbiamo venduto in media 64.540 copie al giorno, più oltre 40 mila abbonamenti. Totale: 105 mila. Già nel 2009, anche se non era certo questo il nostro obiettivo, superavamo Libero che nell’agosto 2009-luglio 2010 sotto la direzione Belpietro (subentrato a Feltri l’estate scorsa) ha venduto 91.175 copie medie (dati Ads).

Siamo in calo? Al contrario: luglio 2010, 64.883 copie (abbonamenti esclusi), agosto 70.541, settembre 72.050. Chi ci mantiene? I lettori. Nei primi nove mesi 2010 abbiamo ricavato 21.186.140 euro tra vendite e abbonamenti e solo 418 mila euro di pubblicità. Contributi per l’editoria dalla Presidenza del Consiglio: zero. Dipendenti: 35 giornalisti e 5 non giornalisti. Vediamo ora Libero. Nella relazione al bilancio al 31 dicembre 2009, approvato dall’assemblea dei soci alla presenza del consigliere Belpietro, si ammette “la riduzione di 33 mila copie al giorno”. E si legge: vendite di settembre 2009, 78.406 copie (contro le 109 mila del luglio 2009, ultimo mese di Feltri); ottobre: 75.838 copie; novembre 71.032; dicembre 70.612. Nell’ottobre 2006 Feltri ne vendeva 153.991. Tre anni dopo, Belpietro è precipitato a meno della metà: 75.838. Da agosto 2009 a luglio 2010 Libero ha “tirato” (cioè stampato) – sempre secondo i dati Ads – 189.671 copie medie. Ma le rese, cioè le copie invendute che tornano indietro dalle edicole, sono una montagna: 82.488 copie. I contributi governativi infatti premiano gli spendaccioni, essendo basati sulle tirature lorde: più stampi, più spendi, più incassi e più distruggi carta al macero.

Filippo Facci attribuisce generosamente a Libero 100 mila copie, cioè la differenza fra tiratura e rese: 102.182 dall’estate 2009 a quella 2010. Ma quelle non sono le copie vendute in edicola (91.172), bensì quelle genericamente “diffuse”. Il dato include le copie cedute in blocco fuori edicola, a chissà chi (magari gli ospedali dell’editore Angelucci, enti, alberghi, treni) e chissà con quali sconti. Quelle vendute fuori edicola sono 17.841, di cui 14.185 “in blocco”. Il dato di Libero paragonabile al nostro di settembre 2010 (72.050 in edicola più 40 mila abbonati: 112 mila copie “vere”) è la misera cifra di 73.334 che l’Ads classifica come “vendita canali previsti dalla legge”.

Come si mantiene, allora, Libero? Grazie al contributo governativo: l’ultimo noto, nel 2008, era di 7,2 milioni di euro. E grazie alla pubblicità raccolta dalla concessionaria Visibilia dell’on. Daniela Santanchè (che ha appena lasciato il campo alla Publikompass, gruppo Fiat): 10,8 milioni. A Concita De Gregorio, direttore de L’Unità, che lamentava la distorsione del mercato pubblicitario che premia la concessionaria di Libero, Facci ha risposto sventolando le dure leggi del mercato: “L’Unità vende 42 mila copie, Libero supera le 100 mila: basterebbe questo a chiudere il discorso”.

In realtà ne apre due, di discorsi: quello delle copie e quello della pubblicità graziosamente concessa agli amici del governo da società statali, parastatali, concessionarie pubbliche, ministeri, aziende autonome ecc. Dal bilancio di Libero 2009 risulta che la raccolta pubblicitaria (10,8 milioni) è cresciuta del 26,5% (+2,3 milioni sul 2008), in un mercato dei quotidiani che flette del 18,6% (dato Nielsen) e a fronte di un crollo di copie vendute (per mascherarlo, il bilancio 2009 di Libero non riporta più i ricavi da vendita).

Morale della favola: il Fatto vende 40 mila copie più di Libero e chiude il suo bilancio in largo attivo senza un euro di fondi pubblici e con appena 400 mila euro di pubblicità. Libero vende 40 mila copie in meno e sta in piedi, con un organico più del doppio del nostro (98 dipendenti contro 40), grazie ai 10 milioni di pubblicità e ai 7 di fondi pubblici. Con quei soldi in più, noi potremmo creare un altro Fatto e assumere altri 100 giornalisti. Ma preferiamo restare così: piccoli e liberi.



Dopo il fango “Libero” passa alle balle (26 ottobre)
Il direttore Maurizio Belpietro dice di non ricevere finanziamenti pubblici, ma li chiede sempre
di Marco Lillo

Maurizio Belpietro, dopo aver mentito sulle vendite del nostro giornale giovedì scorso ad Annozero (“Il Fatto perde copie”), quando è stato preso in castagna da Marco Travaglio (vedi articolo precedente qui sopra) ne ha detta un’altra sui conti propri. Nel suo editoriale di domenica scorsa il direttore di Libero ha scritto: “Travaglio ha raccontato almeno un paio di balle. La prima è quella sul contributo pubblico, senza il quale secondo Travaglio Libero non starebbe in piedi…. Marco potrebbe agevolmente telefonare al dipartimento dell’editoria per scoprire che il nostro giornale non percepisce un euro di denaro pubblico dal 2007 e ciò nonostante sta in piedi senza problemi”.

Effettivamente al Dipartimento, ma anche agli amministratori della società editrice Libero che lo scrivono nel bilancio 2008, risulta che il quotidiano ha incassato 7,7 milioni nel dicembre 2008 (con riferimento ai conti del 2007) e ha iscritto nel bilancio di quell’anno una sopravvenienza di 1,2 milioni dovuta al maggiore incasso rispetto alla somma di 6,5 milioni prevista. Per smentire Belpietro, comunque, basta leggere Belpietro stesso. Nel 2008 quando dirigeva Panorama e dedicava un’inchiesta allo scandalo dei contributi pubblici, Belpietro scriveva un editoriale titolato “Perché dico basta ai giornali assistiti”. Dopo aver ricordato i 39 milioni incassati da Libero in sette anni, Belpietro aggiungeva: “Senza contributo pubblico forse i giornalisti si sforzerebbero di fare giornali migliori”.

Poi è arrivato a Libero, è diventato consigliere di una società che chiede una dozzina di milioni allo Stato, e ha cambiato idea. Sarà per colpa dei troppi contributi che il suo Libero, con la pancia piena corre poco e ha dimezzato le copie rispetto al glorioso 2006 di Feltri. La smentita più sonora alla balla di Belpietro (Libero sta in piedi senza soldi pubblici) arriva dal bilancio approvato dal consigliere di amministrazione Maurizio Belpietro, il 13 maggio scorso.
Nelle relazioni che accompagnano il bilancio si legge che Libero:
1) ha chiesto i contributi per il 2008 e il 2009 e li ha iscritti a bilancio per 6 milioni all’anno;
2) non ha ancora incassato un euro per il 2008 perché le carte non sembrano a posto alla Presidenza del Consiglio;
3) senza quei contributi, la società non sarebbe in equilibrio. Come tante società del sud, l’Editoriale Libero Spa ha bisogno dell’aiuto dello Stato per sopravvivere. La foto scattata dai suoi amministratori è impietosa: Libero da un anno aspetta con il cappello in mano davanti ai tecnici del Dipartimento dell’editoria che non vedono chiaro nella sua documentazione.

La società di revisione BDO ha certificato il bilancio con questa postilla; “L’equilibrio economico e finanziario della società è strettamente legato all’ottenimento dei contributi suddetti”. Anche l’amministratore nella sua relazione spiega: “Il contributo di competenza dell’esercizio 2008 non risulta ancora liquidato dal Dipartimento dell’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il ritardo nella liquidazione è attribuibile ad alcune verifiche in corso relative al rispetto dei requisiti previsti dalla legge 250 del 1990 già da noi dimostrati in sede di istruttoria. La società ha fornito agli organi verificatori la piena collaborazione per accelerare l’iter di verifica… il ritardo nella liquidazione sta comunque segnando un peggioramento della posizione finanziaria che potrebbe, in caso di protrarsi dei termini di incasso, trasformarsi in uno stato di tensione finanziaria”.

Per avere un’idea di quanto sia importante il contributo per Libero, basti un dato: nel 2008 supera il totale del costo degli stipendi. Gli amministratori di Libero ammettono di aver risolto i problemi solo grazie ai soldi della famiglia Angelucci “con il supporto del socio unico Fondazione San Raffaele nei confronti dei quali già è iscritto tra i debiti del bilancio un’anticipazione finanziaria di oltre 5 milioni”.

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Nuovi documenti su Milano 2 e l'attentato a Falcone

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Ancora e ancora, nonostante da più parti si cerca di insabbiare tutto, esigo la VERITA'!


Mafia, Ciancimino interrogato sui rapporti tra don Vito e B. per la costruzione di Milano 2
Il figlio di don Vito avrebbe depositato anche nuovi documenti sulla trattativa Stato-mafia. Gianmarco Piazza è stato convocato sulla vicenda dell'Addaura
da Il Fatto Quotidiano

Milano, Berlusconi, Milano 2. Eccola la triangolazione su cui oggi Massimo Ciancimino è stato interrogato per tre ore dai magistrati di Palermo. Al centro, naturalmente, gli investimenti mafiosi nel capoluogo lombardo.

La vera, scottante pista che potrebbe fare luci sui primi passi da imprenditore del Cavaliere. Sempre oggi il figlio di don Vito ha consegnato nuovi documenti che riguardano la presunta trattativa tra Stato e mafia. Ma oggi negli uffici della procura siciliano si è parlato anche del fallito tentato all’Addaura (1989) cui sfuggì Giovanni Falcone. Sentito come persone informata sui fatti Gianmarco Piazza, fratello del poliziotto Emanuele Piazza, collaboratore del Sisde scomparso a Palermo negli anni ’90. Recentemente, Piazza, in un’intervista Repubblica : “A organizzare il fallito attentato contro il giudice Falcone non era stata la mafia, ma era coinvolta la polizia”.

Massimo Ciancimino ha fornito ai pm altro materiale in supporto alle rivelazioni dei mesi scorsi, quelle sulle relazioni tra Silvio Berlusconi e il padre. In particolare ci sarebbe un documento che cita chiaramente il politico milanese. Ciancimino ha fornito informazioni sugli investimenti del padre nel complesso edilizio Milano 2, realizzato dal premier negli anni Ottanta. I verbali sono stati secretati. In due interrogatori nel gennaio scorso il figlio di don Vito aveva fornito agli inquirenti informazioni sugli investimenti diretti da Palermo a Milano 2.

Per quanto riguarda il fallito attentanto a Giovanni Falcone nel 1989 all’Addaura, i pm di Palermo Di Matteo e Francesco Del Bene hanno ascoltato Gianmarco Piazza, fratello di Emanuele, collaboratore del Sisde scomparso mentre indagava sulla vicenda. Nelle scorse settimane Piazza ha presentato ai pm un esposto in cui sosteneva che il fratello Emanuele gli avrebbe fatto delle rivelazioni importanti: dietro il fallito attentato c’erano alcuni esponenti della polizia. Il fratello era anche a conoscenza di informazioni sull’omicidio dell’agente di polizia Antonio Agostino, un caso ancora irrisolto. Finora Piazza non ha mai parlato coi pm.

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lunedì 25 ottobre 2010

Travaglio su Alfano oggi a Passaparola

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Illuminante, come al solito. Buona lettura e/o ascolto.



Testo:
"Buongiorno a tutti, questa settimana direi due cose importanti tra le tante: 1) un no di Napolitano, noi spesso abbiamo criticato il Capo dello Stato perché non riusciva a dire la parola “no” questa settimana ne ha detto uno, vedremo perché, cosa implica. 2) Le anticipazioni fornite dai giornali sulla cosiddetta “riforma della giustizia” presentata dal Ministro Alfano, che in realtà non è una riforma della giustizia.

La legge Al Fano sullo scudo a Berlusconi
Ancora una volta usano le parole sbagliate per chiamare le cose, è una riforma dei giudici, che viene spacciata per una riforma della giustizia per far credere alla gente che ciò venga incontro alle nostre esigenze di cittadini, mentre in realtà viene incontro alle esigenze della politica di mettere sotto controllo la magistratura.

Cominciamo dal “no” di Napolitano alla Legge Alfano, non lodo, cominciamo a usare le parole giuste e a fare pulizia nel nostro vocabolario e quindi nelle nostre menti, sapete che e l’abbiamo già detto più volte, i lodi sono soluzioni a controversie decise da arbitri super partes, imparziali, indipendenti, autorevoli, qui non c’è nessuna controversia, ci sono i processi a Berlusconi e non c’è nessun arbitro imparziale, c’è Alfano, è una legge costituzionale prevista dall’Art. 138 della Costituzione che stabilisce alcune cose: 1) per poter processare il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio ci vuole l’autorizzazione della maggioranza del Parlamento, autorizzazione a procedere della maggioranza del Parlamento, con maggioranza semplice, 50% più 1 dei parlamentari; 2) la Legge Alfano è retroattiva, è ovvio che sia retroattiva, vale per i processi cominciati prima che venga approvata e per i reati commessi prima che venga approvata e questo è evidente, la fanno per mandare a monte i processi a Berlusconi, quindi se non fosse “retroattiva” varrebbe soltanto per i processi che nasceranno in futuro, per i reati che verranno commessi in futuro, mentre qui il problema è bloccare i processi già esistenti, quindi è evidente che o lo fanno retroattivo o non lo fanno; 3) la sospensione dei processi fino al termine dell’incarico è reiterabile, cosa vuole dire? Che se oggi Berlusconi riesce a sospendere i suoi processi con questa legge costituzionale Alfano, quando finisce la legislatura prematuramente se si va alle elezioni prima, alla scadenza naturale se si va alle elezioni nel 2013, cosa succede nella nuova legislatura? Succede che se Berlusconi torna a fare il Presidente del Consiglio può avvalersi di nuovo della Legge Alfano e quindi i suoi processi non riprendono neanche tra la fine della legislatura attuale e l’inizio di quella successiva, continua finché non smette di fare il Presidente del Consiglio e ormai ha 74 anni e nel 2013 ne avrà 77 e se sarà Presidente del Consiglio per altri 5 anni arriverà a 82, ma la reiterabilità non implica soltanto che uno si possa portare dietro lo scudo da una legislatura all’altra, implica anche che se cambia poltrona, sempre all’interno di quelle due Presidenza della Repubblica, Presidente del Consiglio, gli vale comunque, quindi se Berlusconi fosse eletto nel 2013 quando si andrà a rinnovare il Capo dello Stato, Presidente della Repubblica, si trascinerebbe lo scudo che aveva come Presidente del Consiglio.
Quindi praticamente la reiterabilità significa che se Berlusconi riesce a tornare a Palazzo Chigi o addirittura andare al Quirinale, quella che chiamiamo sospensione in realtà è un’abolizione in eterno, in secula secolorum dei suoi processi, questo è in sostanza, in parole volgari la legge costituzionale Alfano, sapete che non va in vigore tra poco, devono ancora approvarla al Senato la prima volta, poi alla Camera la prima volta, poi far passare 3 mesi, poi di nuovo passare al Senato, poi di nuovo passare alla Camera se non viene mai emendata a quel punto si va al referendum popolare perché è evidente che se riescono a approvarla con maggioranza del 50+1 e già questo non è sicuro, viste le posizioni critiche dei finiani, quindi è sicuro che non arriveranno alla maggioranza dei 2/3, il referendum è praticamente automatico, basta chiederlo e quindi i cittadini si pronunceranno sulla domanda: volete che la legge sia uguale per tutti o invece che ci sia una persona, il capo del Governo più uguale degli altri? E Berlusconi sarà costretto a farsi una campagna elettorale per chiedere ai cittadini di dargli l’impunità, solo a lui, a nessun altro se non a lui e al Capo dello Stato, se il Capo dello Stato verrà ricompreso in questo scudo, perché hanno compreso il Capo dello Stato nello scudo? Perché non vogliono fare uno scudo dove ci sia proprio il nome del beneficiario, perché se lo fanno solo per il Presidente del Consiglio, anche quelli che oggi fanno finta di non vedere, capiranno che non è una protezione della funzione dei due Presidenti, ma è una protezione della persona di Berlusconi.

Tra l’altro questa cosa per cui chi fa il Capo del Governo non può sottoporsi a processo è ridicola, intanto perché in un paese ordinato chi ha processi non dovrebbe poter fare il Presidente del Consiglio e se avesse processi dopo che è stato nominato Presidente del Consiglio, dovrebbe dimettersi, questo avviene negli altri paesi, ma soprattutto non sta scritto da nessuna parte che uno solo perché è Capo del Governo non abbia tempo di andare ogni tanto a qualche udienza o di mandare i suoi Avvocati a rappresentarlo a qualche udienza, Berlusconi ha fatto il Ministro dello Sviluppo economico per quasi 6 mesi a interim, ha detto di essersi impegnato moltissimo, ora ha smesso perché ha nominato il Ministro Romani, quindi evidentemente quell’impegno grandissimo che ha profuso al Ministero dello sviluppo economico, adesso che non ce l’ha più, gli lascia un sacco di tempo libero e quindi potrebbe utilizzarlo per andare a processo, chi gliel’ha fatto fare di andare qualche giorno nella dacia in Russia a festeggiare il compleanno di Putin, non era mica una missione diplomatica ufficiale, c’è andato per trovare un suo amico, benissimo, è la dimostrazione che di tempo libero ne ha a iosa!

Ma soprattutto questa cosa è ridicola per un altro motivo e cioè che Berlusconi lo sapeva prima di essere eletto in Parlamento due anni e mezzo fa, nel 2008 e di essere nominato Presidente del Consiglio, di avere dei processi, perché? Perché li aveva già prima e quindi avrebbe potuto inserire nel programma del Pdl un punto, direi in cima al programma del Pdl, visto che è la cosa che più lo impegna, in cui dire: eleggetemi perché se sarò eletto mi farò uno scudo e così sapremmo se gli elettori di centro-destra sono disposti o no a votare Berlusconi per dargli lo scudo, in realtà lui invece le campagne elettorali le fa sempre sul ponte sullo stretto, la riduzione delle… su tutte promesse che poi non mantiene, l’unica che sta mantenendo è lo scudo, però non l’aveva mai promesso prima delle elezioni agli elettori.

Perché Napolitano ha detto di no? Avrebbe potuto dire di no con questa motivazione: signori non ho processi, non vedo per quale motivo dovreste farmi una legge che me li sospende, se volete fare una legge che sospende i processi al Premier, fate una legge che sospende i processi al Premier e tenete fuori il Presidente della Repubblica che non ha bisogno di tutele, avrebbe potuto citare i lavori preparatori della Costituente dove si posa il problema se rendere immune il Capo dello Stato e i padri costituenti decisero di no, decisero che il Capo dello Stato per i reati comuni è processabile come ogni cittadino, mentre non è responsabile degli atti che compie nell’esercizio delle funzioni di Capo dello Stato, infatti come sapete c’è sempre la controfirma di un Ministro quando il Capo dello Stato prende un’iniziativa, proprio perché lui non è responsabile, questo si stabilì, per gli atti commessi nelle sue funzioni, se stende qualcuno con la macchina o accoltella il vicino di casa o fa un abuso edilizio, qualsiasi cosa, quelli sono reati comuni commessi al di fuori dell’esercizio delle funzioni, non parliamo poi dei reati commessi prima di entrare in funzione, per quelli il Capo dello Stato è un cittadino comune, per i reati comuni extra funzionali o prefunzionali.
Ci sono solo due reati commessi nell’esercizio delle funzioni per le quali il Capo dello Stato è processabile, sono i due reati più gravi che può commettere un Capo dello Stato: alto tradimento e attentato alla Costituzione, in questi casi il Parlamento si esprime a maggioranza qualificata, deve votare con una maggioranza dei 2/3 per la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato, il cosiddetto impeachment che in Italia non si chiama così e allora il Capo dello Stato va a finire davanti alla Corte Costituzionale che lo processa o per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. Al di fuori di quei due casi per i reati funzionali il Capo dello Stato non è responsabile e per i delitti comuni viene trattato come un comune cittadino, anche se si è stabilita una prassi, sapete che le prassi giuridiche poi hanno un valore di legge, per cui si è stabilito che per reati comuni si aspetti la fine del mandato, un po’ quello che succede in Francia, anche lì per il Capo dello Stato, è successo per esempio che quando la Procura di Roma aprì l’indagine sui fondi neri del Sisde e alcuni dirigenti del Sisde disse che passavano i fondi riservati, quelli che si usa per le spese che non si possono documentare, pagare informatori, confidenti, pentiti, spie, spie straniere, fondi riservati sono nella disponibilità del Ministro dell’Interno e che quindi alcuni Ministri facevano uso di questi fondi riservati non istituzionale, furono indagati diversi ex Ministri dell’interno tra i quali Scalfaro, si aspettò che Scalfaro finisse il suo mandato presidenziale, poi si mandò avanti l’indagine e si scoprì che non era vero niente, che Scalfaro era una persona per bene e quindi l’inchiesta per abuso d’ufficio fu archiviata ma non fu fatta durante la presidenza della Repubblica a Scalfaro.

Lo strano scudo per il Presidente della Repubblica
Quindi il Capo dello Stato per i reati comuni per prassi viene processato dopo che scade il suo mandato, per i reati funzionali, legati alla carica non è responsabile, salvo per attentato alla Costituzione e alto tradimento, nel qual caso ci vuole la maggioranza qualificata dei 2/3 del Parlamento per metterlo in stato d’accusa e trascinarlo davanti alla Corte Costituzionale.
Adesso non viene abolita questa norma prevista dalla Costituzione, perché? Perché viene lasciata, è un articolo della Costituzione questo che riguarda i possibili reati del Capo dello Stato, a fianco di quella norma costituzionale, nasce la legge costituzionale Alfano nell’intenzione del Governo della maggioranza che dice che per i reati comuni il Capo dello Stato non è processabile salvo autorizzazione a procedere della maggioranza semplice del Parlamento, 50% più 1, quindi paradossalmente gli danno una tutela inferiore a quella che ormai ha il Capo dello Stato, anzi mentre per i reati funzionali il Capo dello Stato per essere messo in stato d’accusa per alto tradimento, per attentato alla Costituzione c’è bisogno dei 2/3 del Parlamento, quindi è molto tutelato il Capo dello Stato, per i reati comuni è facilissimo metterlo sotto l’abuso edilizio, è facilissimo metterlo in stato d’accusa perché? Perché basta il 51% del Parlamento che è ridicolo, è ridicolo perché? Perché intanto non c’è niente di paragonabile all’alto tradimento o all’attentato alla Costituzione, eppure per metterlo in stato d’accusa per quei gravissimi reati è molto difficile perché bisogna raggiungere i 2/3 del Parlamento, mentre invece se fa un abuso edilizio, una diffamazione, un battibecco con un vicino di casa o cose del genere, lì è facilissimo metterlo in stato d’accusa, perché? Perché basta il 51% del Parlamento e quindi il Capo dello Stato diventa ostaggio della maggioranza politica che c’è in quel momento.
Quindi la maggioranza politica che c’è in quel momento, quindi il governo che c’è in quel momento, può tenere sotto scopa il Capo dello Stato, perché? Perché dipende dalla maggioranza semplice stabilire se il Capo dello Stato va o non va sotto processo anche per un reatucolo da 4 soldi e quindi lo possono ricattare ovviamente, se fai il bravo non diamo l’autorizzazione a procedere, se non fai il bravo la diamo. Per questo il Capo dello Stato ha detto no, non perché dica: voglio essere uguale a tutti gli altri cittadini di fronte alla legge com’è adesso salvo i reati funzionali, ma perché dice che così facendo si limita l’autonomia e l’indipendenza del Capo dello Stato che a differenza del Capo del Governo, rappresenta tutta la nazione, non rappresenta soltanto la maggioranza, naturalmente quelli che hanno fatto la Legge Alfano si sono precipitati a dire: adesso guerreggiamo, non ci eravamo accorti, non avevano neanche colto o fingono di non avere colto un fatto così devastante, tutto fatto perché? Perché bisogna mettere una foglia di fico su Berlusconi, il Capo dello Stato viene usato nella Legge Alfano come foglia di fico per Berlusconi.
Adesso cosa faranno? Non si capisce, perché? Perché se mettono anche per il Capo dello Stato un’autorizzazione a procedere dei 2/3, Berlusconi potrebbe avere dei problemi e quindi cosa dovranno fare? Dovranno probabilmente stabilire una maggioranza diversa per l’autorizzazione a procedere al Capo dello Stato e al Capo del Governo, il tutto perché? Perché ovviamente gli interessa bloccare i processi al Capo del Governo, ma di questa Legge Alfano possiamo anche occuparci tra qualche mese o tra qualche anno perché come abbiamo detto non è questa che risolve i problemi al Cavaliere, in quanto ci vorranno un anno e mezzo, due anni per mandarla in vigore, sempre che Berlusconi sia ancora interessato a fare tutto questo calvario di due anni, visto che il tempo stringe e il 14 dicembre è dietro l’angolo e è il 14 dicembre che la Corte Costituzionale stabilirà se il suo legittimo impedimento che lo sospende processualmente fino all’estate prossima è o non è legittimo, perché se non è legittimo Berlusconi torna imputato a Natale e dovrà farsi qualcos’altro alla svelta, tipo un altro legittimo impedimento, magari cambiando un po’ quello appena varato dalla Corte, altrimenti i giudici nel giro di pochi mesi vanno a sentenza nel processo Mills e nel processo Mediaset.

La riforma dei giudici
Due, la riforma dei giudici abusivamente ribattezza “riforma della giustizia” pochi punti importanti, intanto Alfano dice e non ha torto, che questa riforma è presa paro, paro dalla bozza Boato dalla Bicamerale.
Nel 1997 dopo 6 bozze esplorative, Boato presentò la settima e definitiva sulla quale nel 1998 si andò al voto nella bicamerale presieduta da D’Alema, maggioranza di centro-sinistra e tutti i partiti di centro-destra e di centro-sinistra, esclusa Rifondazione Comunista, approvarono quella bozza Boato, per fortuna quando poi si trattò di tradurre in norme costituzionali, quindi in Parlamento la bozza approvata in bicamerale, Berlusconi si tirò indietro, perché? Perché voleva pure l’amnistia e dato che ormai mancava poco alle elezioni, non ricordo se europee, credo di sì, il centro-sinistra non se la sentì di fare un’amnistia perché altrimenti sarebbe stato spazzato via e quindi Berlusconi che voleva usare la bicamerale per arrivare all’amnistia, dato che non gliela diedero, fece saltare la bicamerale, tanto la bicamerale gli era comunque servita per bloccare il centro-sinistra su tutta una serie di norme che lui non voleva, conflitto di interessi, antitrust etc., quelli si erano comprati la sua partecipazione alla bicamerale dandogliene tutte vinte e adesso Berlusconi, al momento opportuno, gli fece un bel gesto dell’ombrello, gli fece cascare la riforma della giustizia con la riforma dei giudici, riforma costituzionale, quindi la bicamerale saltò e infatti poi ci pensò Berlusconi nella successiva legislatura a fare la famosa controriforma dell’ordinamento giudiziario, Castelli, che poi è andata in vigore con i decreti delegati durante il secondo governo Prodi con la riforma Castelli – Mastella che era poi la stessa cosa riveduta e corretta o forse corrotta, il che significa tra l’altro che non c’è bisogno di nessuna riforma della giustizia perché ne hanno già fatte un’ottantina in questi 15 anni, nel libro ad personam ho ricordato quante sono le riforme della Giustizia fatte in questi 15 anni, solo perché adesso ci dicono: finalmente arriva la riforma della Giustizia, no, ne hanno fatte un’ottantina di riforme della giustizia, hanno tutte avuto l’effetto di far durare di più i processi.
Questa non incide minimamente sulla durata dei processi, perché incide solo e esclusivamente sullo status del magistrato e in particolare del Pubblico Ministero, la bestia nera, quindi ricordando che sta copiando la riforma della bicamerale, già votata da tutti i partiti in bicamerale, ma fortunatamente non entrata in vigore perché Berlusconi, Dio lo benedica, fece salvare la bicamerale, Alfano ripropone tutta una serie di punti della bozza Boato, perché? Perché qui si tratta addirittura di riscrivere il Titolo IV della Costituzione, un blocco enorme di leggi, decine di articoli, quello che oggi si intitola “La Magistratura” e che in futuro il Ministro chiamerà “La Giustizia” perché la parola “magistratura” non gli piace. Primo, le carriere, separazione delle carriere, ecco perché fanno una norma costituzionale, perché la Costituzione stabilisce che i giudici si distinguono soltanto per funzioni e appartengono tutti quanti allo stesso ordine che poi è un potere dello Stato, indipendente, dice la Costituzione, autonomo da ogni altro potere, il che significa che tutta la Magistratura è un ordine che costituisce un potere dello Stato e tutta la Magistratura vuole dire: giudici e pubblici Ministeri, adesso invece le carriere verranno separate. La posizione costituzionale del giudice è differenziata da quella del PM, scrive Alfano, il giudice è un potere dello Stato, rimane un potere dello Stato, il PM non più, viene definito un ufficio regolato dalle norme dell’ordinamento giudiziario, quindi il PM non fa più parte della carriera dell’ordine giudiziario, diventa una specie di protesi delle forze dell’ ordine, le forze dell’ ordine vanno da lui e gli dicono: chiedimi l’arresto di questo, chiedimi l’intercettazione per questo, mettimi sotto inchiesta questo, autorizzami a pedinare questo e il PM obbedisce, altra cosa è il giudice che invece giudica.

Oggi per fortuna non è così, capita spessissimo che le forze dell’ ordine vogliono fare qualcosa e che il PM invece dica no, perché? Perché anche lui è impregnato di cultura dell’imparzialità, mica deve arrestare qualcuno pur che sia, deve far arrestare i colpevoli, non uno purché sia, l’abbiamo detto mille volte, il PM non è pagato a cottimo sugli arresti o sulle condanne, il PM deve cercare la verità, il giudice deve accertare la verità e quindi fanno un mestiere complementare, per questo devono stare nella stessa carriera, perché la verità viene fuori soltanto se PM e giudice hanno nella testa il concetto e il criterio e la bussola dell’imparzialità, le forze di Polizia non hanno questo dovere, le forze di Polizia, come sapete, fanno carriera in base alle statistiche e le statistiche sono tot retate, tot arresti, tot sequestri, poi vai a sapere se quelli che hai preso poi saranno condannati o meno, l’importante è che ne prendi tanti, addirittura arriviamo alle aberrazioni di certi ufficiali o dirigenti deviati che sequestrano più volte la stessa partita da droga o addirittura la fanno trovare, come è successo recentemente a certi alti ufficiali del Ros, perché? Perché devono impinguare le statistiche, il giudice e il PM non c’entrano con questo modo di operare.
Adesso il PM è sganciato dalla cultura dell’imparzialità e della verità che diventerà solo del giudice, sarà una longa manus delle forze dell’ ordine, quelle chiedono e lui concede come un jukebox delle forze di Polizia e questo a tutto danno delle garanzie dei cittadini, naturalmente, perché bisognerà aspettare il giudice che arriva molto dopo per rimediare agli errori che faranno insieme le forze di Polizia e il PM, mentre oggi è il PM il primo baluardo dei cittadini contro eventuali abusi delle forze dell’ ordine.

L’ufficio del PM e questo è il primo limite che viene messo ai poteri del PM, resta titolare dell’azione penale, spetta a lui aprire le indagini e chiedere il rinvio a giudizio, ci mancherebbe altro, ma dovrà esercitarla l’azione penale secondo le priorità indicate dalla legge, ecco cosa fanno, nella Costituzione scrivono che il PM deve rispettare le priorità indicate dalla legge, poi si fa una legge ordinaria, 50% più 1, in cui si dice che il PM deve dare priorità a certi reati rispetto a altri e indovinate un po’ a quali reati dovrà dare priorità il PM, oggi non deve dare priorità a niente, al massimo se ha troppo da fare dà priorità ai reati più gravi o a quelli commessi più di recente, visto che quelli più antichi rischiano di finire in prescrizione, se deve scegliere proprio, ma non c’è nessuna norma per cui tra una bancarotta e uno scippo è ovvio che dà priorità alla bancarotta, perché? Perché la bancarotta ha rubato a migliaia di cittadini milioni di Euro, mentre lo scippo, per quanto grave sia uno scippo, quanto può avere portato via alla vittima?
In futuro vedrete che avremo una legge che imporrà ai magistrati di dare priorità a scippi, furtarelli, reati di strada e di trascurare bancarotte, falsi in bilancio, corruzioni, concussioni, truffe, i reati che portano via i soldi dalle casse dello Stato o dal mondo della finanza ai danni dei cittadini e dei risparmiatori. Figuratevi questa maggioranza che stabilisce i reati prioritari, ma questi sono capaci di togliere pure la mafia, la camorra e l’‘ndrangheta dai reati prioritari, viste le rappresentanze di mafia, camorra e ‘ndrangheta nel governo e nella maggioranza.

Secondo limite al PM, anche la disponibilità della Polizia giudiziaria sarà rimessa alle modalità stabilite dalla legge, nella Costituzione scriveranno questo e poi faranno una legge a maggioranza semplice, 50% più 1, in cui si spiega che il PM non è più il dominus della Polizia giudiziaria, oggi la Polizia giudiziaria fa quello che le dice il PM, il PM dice “vai lì e loro vanno lì” indaga su quello e loro sono obbligati a indagare su quello, invece in futuro la Polizia giudiziaria sarà lasciata al controllo gerarchico che, di chi è? Del governo, la Guardia di Finanza risponde al Ministro Tremonti, la Polizia risponde al Ministro Maroni, interno, i Carabinieri rispondono al Ministro della Difesa, La Russa e dipenderanno dal governo e basta, quindi se il giudice dice: indagatemi un po’ su quella transazione finanziaria, su quella frode fiscale, loro diranno: no, dovranno fare quello che gli dice il governo, gli agenti di Polizia giudiziaria, pensate un po’ quando si tratterà di indagare su un ragazzo massacrato di botte in carcere o durante una manifestazione, casi è inutile che ne facciamo i nomi, li conosciamo tutti, ce ne sono sempre di più!
Quando la Polizia giudiziaria dovrà indagare su sé stessa, se non ci sarà un ordine preciso del Magistrato, con il cavolo che vado a indagare sul mio collega, o su un mio superiore, se ho un ordine del Magistrato lo faccio e sono protetto da quell’ordine, perché? Perché me l’ha chiesto lui, ma se non ho l’ordine del Magistrato e è una mia iniziativa indagare su un mio superiore, non lo faccio, perché? Perché mi stroncano la carriera, mi mandano a indagare sulle pecore in Sardegna o in Aspromonte! Avete capito la logica del separare le carriere e poi dello spolpare i poteri autonomi che garantiscono autonomia del Magistrato, PM e quindi diritti e equità ai cittadini.
Il Csm, è ovvio, separando i PM dai giudici come carriera separano anche il Csm, uno varrà per il PM e uno varrà per i giudici, così intanto spaccano un organismo unico, lo frazionano in due organismi che conteranno molto di meno, naturalmente, perché? Perché rappresenteranno meno gente e che, attenzione, non saranno più composti come dice l’attuale Costituzione per i 2/3 da magistrati e per 1/3 da eletti dal Parlamento, ma se ci va bene saranno eletti fifty-fifty metà dal Parlamento e metà dai magistrati, se ci va male e secondo me ci andrà male, è una legge di Murphy, con questa classe politica, se può andare peggio ci andrà, per 1/3 il Csm sarà formato da magistrati e per 2/3 da politici e lo chiamano organo di autogoverno della magistratura, un organo di autogoverno che in realtà ha la maggioranza di politici, immaginate cosa diventa il Csm, non un organo di garanzia e autogoverno della Magistratura, ma un plotone di esecuzione per punire i magistrati, chi? Quelli incapaci, quelli fannulloni? Quelli pigri? Quelli corrotti? Quelli collusi? No, quelli verranno promossi, verranno puniti quelli bravi, efficienti, in questi anni il Csm ha tradito il suo compito di difendere i magistrati onesti (vedi Forleo, De Magistris, i magistrati Nuzi, Verasani e Apicella di Salerno che avevano osato mettere il naso in certi santuari) e ha tradito nonostante una maggioranza che ancora è dei magistrati, figuratevi quando avranno la maggioranza i politici cosa non riusciranno a fare, probabilmente riusciranno anche a espugnare le procure di Milano e Palermo che per il momento non sono ancora riuscite, nonostante i tentativi a smantellare.

La fine della separazione dei poteri
Il Csm naturalmente non potrà più esprimere pareri sulle leggi vergogna che attengono una magistratura, lo potrà fare soltanto quando glielo chiede il Ministro e dato che il Ministro sa che un Csm degno di questo nome, non può che fare pareri negativi su leggi orrende, non chiederà i pareri al Csm e così non ci sarà neanche questo barlume di controllo sulle normative in materia di giustizia.

E poi tenetevi forte perché c’è un ingrassamento smodato da parte del Ministro della Giustizia, Alfano si dà un po’ di poteri in più, parecchi poteri in più e naturalmente li dà al Ministro, quindi i Ministri alla Giustizia avranno enormi poteri di interferenza sull’autonomia e indipendenza della magistratura, il Ministro della Giustizia riferirà annualmente alle Camere sullo stato della giustizia, sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine, pensate il Ministro della Giustizia, un politico di un partito della maggioranza, va ogni anno alle Camere e fa una relazione su come va la giustizia, su come viene esercitata l’azione penale, su chi i PM hanno chiesto di processare e chi no e sull’uso dei mezzi di indagine, andrà a ficcare il naso se il Magistrato ha usato le intercettazioni, ha usato i pedinamenti, le microspie, questo, quest’altro metodo di indagine, se non gli piace un’indagine, se non gli piace che si indaghi su qualcuno, il Ministro riferisce al Parlamento e il Parlamento alla fine cosa fa? Vota la relazione del Ministro, si mette ai voti in Parlamento l’esercizio dell’azione penale da parte delle Procure della Repubblica, il Parlamento ogni anno deve approvare o disapprovare le indagini della magistratura, pensate che aborto, abominio, mostruosità, dove va a finire la divisione dei poteri, il Parlamento vota sull’attività della Magistratura, oggi non lo potrebbe fare, perché? Perché le procure potrebbero sollevare un conflitto di attribuzioni tra i poteri dello Stato, visto che le procure non devono rispondere a altri, se non alla legge, figurarsi al Parlamento, alla maggioranza o al governo, in futuro le procure non saranno più un potere dello Stato, quindi non potranno più sollevare conflitto davanti alla Corte Costituzionale contro questi abomini, figuratevi il Magistrato come si sentirà intimidito dalla prospettiva che una sua indagine venga pubblicamente denunciata e bocciata dalla maggioranza parlamentare, avendo oltretutto dietro le spalle con il Csm che lo tutela, ma un plotone di esecuzione che lo può fucilare allo spalle, formato da una maggioranza di politici, quindi magistrati che facciano indagini scomode sul potere non se ne troveranno più, salvo kamikaze, aspiranti suicidi.
Il Ministro della giustizia diventa poi una figura che può presentare proposte e richieste al Csm, quindi addirittura partecipa alle riunioni del Csm e propone, concorre alla formazione dei giudici e dei PM, glielo insegna lui ai giudici e ai PM il mestiere di magistrato, glielo insegna il Ministro tramite opportuni insegnanti, potete immaginare quali, immaginate Alfano, Castelli, Mastella, Biondi, Mancuso, i vari Ministri che abbiamo avuto in questi anni, uno più indecente dell’altro, pensate quando potranno concorrere a formare i nuovi magistrati, che formazione tireranno fuori!
Ultimi due punti: ritorna la legge incostituzionale Pecorella, quella che aboliva l’appello del PM, sapete che nel 2005, Berlusconi temendo di perdere il suo processo d’appello, fece abolire l’appello dal suo Avvocato che è l’Avvocato Pecorella che anche il Presidente della Commissione Giustizia, si stabilì che, se tu vieni assolto o prescritto in primo grado e il PM fa appello non lo può più fare, per cui tu la prima volta ti è andata bene, vai a casa per sempre tranquillo e beato, se invece vieni condannato in primo grado, allora tu puoi fare appello e se perdi il processo e ti condannano anche in appello, puoi fare ricorso in Cassazione, il PM invece non può fare appello contro le assoluzioni e le prescrizioni e poi parlano di parità delle armi tra difesa e accusa nel processo penale, è incostituzionale questa porcata, la Corte l’ha bocciata, ha riconsentito anche ai PM, non solo agli imputati di fare appello e adesso la mettono nella Costituzione, una norma già dichiarata incostituzionale dalla Corte.
Infine si prevede anche la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia, come? Con la nomina elettiva di magistrati onorari per le funzioni di PM, avremmo un po’ di PM eletti dal popolo, pensate che meraviglia, si faranno le campagne elettorali per l’elezione del PM, la Lega avrà il suo candidato, il Pdl avrà il suo candidato, il PD avrà il suo candidato, Di Pietro avrà il suo candidato, la Sinistra radicale, l’Udc avrà il suo candidato, chissà se riescono a trovare un candidato incensurato, pensate che meraviglia, le campagne elettorali per l’elezione del PM, dopodiché chi si farà mai indagare da un PM eletto in quota Lega, in quota Di Pietro, in quota Pdl, in quota PD, in quota Udc, pensate che casino, pensate un extracomunitario processato che si trova sul banco dell’accusa un PM eletto a Bergamo in una lista di PM leghisti, pensate come deve sentirsi sicuro, pensate se non ha il diritto di chiedere la legittima suspicione e il trasferimento a un’altra sede.

Questo per dirvi la gravità di quello che sta succedendo, non mi pare di avere notato grande indignazione in circolazione, ma del resto questo è un paese abituato a tutto, per cui questa porcheria viene spacciata per riforma della Giustizia.

Concludo con un appello, questa settimana Il Fatto Quotidiano ha pubblicato una notizia e cioè ha raccontato che l’ufficio stampa dell’Enel aveva mandato una strana comunicazione alla nostra concessionaria pubblicitaria e alla nostra amministrazione, in cui si diceva: visto che avete criticato il collocamento in borsa delle azioni dell’Enel Green Power, è un’operazione da 3 miliardi di Euro che ovviamente vengono chiesti ai risparmiatori, visto che Il Fatto ha criticato questa operazione, dicendo che non era proprio esente da critiche, mica abbiamo detto che è una truffa o cosa… abbiamo detto semplicemente che bisognava stare attenti visti certi precedenti, l’Enel farà in modo di non fare più pubblicità su Il Fatto Quotidiano, questa è stata la comunicazione, naturalmente non ce ne può fregare di meno, nel senso che già lo sappiamo che la nostra linea imparziale, soprattutto nelle pagine dell'economia e della politica, quelle più inquinate sugli altri giornali allontana gli inserzionisti pubblicitari, non li attira perché non siamo disponibili a fare soffietti e pompini in cambio di una pagina di pubblicità, cosa che invece fanno molti altri giornali che gli inserzionisti li attirano perché? Perché parlano sempre bene di loro.
Infatti poco abituati alle critiche dagli altri giornali i signori dell’Enel si sono molto meravigliati delle nostre critiche, evidentemente pensavano che dare qualche pagina di pubblicità ad Il Fatto quotidiano gli esentasse da critiche de Il Fatto Quotidiano all’Enel, si vede che sono abituati così con gli altri giornali, perché erano veramente stupefatti delle nostre critiche ma come, facciamo pubblicità su Il Fatto e voi ci criticate? Sì, certo, perché? Perché la pubblicità non serve a comprarsi un giornale, la pubblicità serve a promozionare un prodotto ai lettori di quel giornale, quindi tu inserzionista dovresti occuparti di un unico particolare, quel giornale vende? Vende copie a un numero sufficiente di persone che ci interessa raggiungere con il nostro messaggio promozionale? Se sì, facciamo la pubblicità e la paghiamo in proporzione alla diffusione di quel giornale, se no, non la facciamo, non ci deve essere altro retro pensiero, interesse, evidentemente non è così in Italia, infatti ci hanno detto che avrebbero fatto in modo di non farci più pubblicità, noi cosa abbiamo risposto? Fate come vi pare, evidentemente avevate sbagliato indirizzo, perché noi non siamo un giornale che rinuncia alle critiche quando sono meritate, soltanto perché il destinatario delle critiche ci ha dato qualche pagina di pubblicità, preferiamo restare senza pubblicità, ma continuare a informare i cittadini su quello che i grandi inserzionisti non vogliono far sapere, ma anche che gli altri giornali non fanno sapere per non perdere preziosi e lucrosi inserzionisti in un momento tra l’altro di crisi dell’editoria e della carta stampata e soprattutto a causa del tirar cinghia degli inserzionisti pubblicitari.
Lo dico perché in questi giorni abbiamo la campagna abbonamenti per la prima volta dopo un anno chiediamo ai nostri abbonati di rinnovare l’abbonati e a quelli che non lo sono di abbonarsi, di abbonarsi on line o di abbonarsi via coupon per poter avere ogni giorno il proprio giornale prenotato in edicola, visto che molto spesso, per fortuna, Il Fatto Quotidiano a una certa ora scompare perché tutti si sono comprati le copie disponibili, se andate sul sito ilfattoquotidiano.it trovate i dettagli per la campagna abbonamenti e per il rinnovo degli abbonamenti, sappiate che con 100 Euro o poco più, vi portate a casa per un altro anno un giornale che da questo punto di vista siete sicuri che non bara, perché quando riceve questi strani messaggi degli inserzionisti pubblicitari, invece di risolvere la questione in separata sede, come avrebbero fatto molti altri o invece di dire: abbiamo un’inchiesta sull’Enel, che facciamo la pubblichiamo oppure ci date pubblicità perché anche questo succede e casi recenti ci hanno fatto capire che uso viene fatto di certe informazioni sensibili, noi cosa abbiamo fatto? Massima trasparenza, abbiamo immediatamente messo sul giornale quello che stava succedendo tra Il Fatto e l’Enel, una critica e l’Enel toglie la pubblicità, abbiamo anche raccontato i precedenti perché molti altri giornalisti che hanno osato toccare certi santuari, hanno provocato l’immediato ritiro della pubblicità ai loro giornali e così questi giornalisti sono diventati non solo dei nemici degli inserzionisti, ma anche dei pericoli pubblici per il loro editore che ha perso dei grossi introiti, a Il Fatto Quotidiano si fanno molti errori, siamo un giornale piccolo, giovane, minorenne, direi, ma non si fanno scherzi e non si fanno truffe, per cui ci date la pubblicità? Continueremo a scrivere di voi quello che pensiamo, non ce la date? Liberissimi, ce la togliete subito dopo che vi abbiamo criticati? Vi mettiamo sul giornale perché deve essere tutto trasparente, soprattutto in un giornale che ha un solo padrone, il lettore, non l’inserzionista e non lo Stato visto che siamo anche uno dei pochi giornali in Italia, direi quasi l’unico che non prende un quattrino dalla Presidenza del Consiglio e forse si vede!

Non prendendo un quattrino dalla Presidenza del Consiglio non abbiamo motivi di riconoscenza nei confronti della Presidenza del Consiglio e non abbiamo paura che ci taglino i fondi, perché? Semplicemente perché non li abbiamo mai voluti, passate parola e se potete abbonatevi, buona settimana!

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domenica 24 ottobre 2010

I veleni del berlusconismo nell'IDV sardo

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Da buon cittadino non iscritto a nessun partito, quando credo in una iniziativa proveniente da un partito, da esterno do' una mano. Rimango sempre dell'idea che la politica sia un Servizio. E' un'idea romantica, e forse anche ingenua. Il Teatrino Italia nella politica ogni giorno si impoverisce di nuove sozze azioni, perché la cosa più importante per la stragrande maggioranza dei politici non è fare politica per migliorare il paese, bensì correre verso poltrone che garantiscano pacchi di soldi e un po' di potere. Brama di denaro e ambizione impoveriscono l'animo umano più di ogni altra cosa, e nella politica determinano un allontanamento degli attivisti dei partiti dai reali problemi del paese. Poi essi si lamentano che "la gente non va più a votare".

Un errore frequente in chi decide di allontanarsi dalla politica (perché prova schifo) è dire "tanto sono tutti uguali": segno indelebile di pochezza e miseria d'animo e di cervello. Però a volte capita che anche i più attenti e intelligenti provino forte sconforto di fronte alle nuove inquietanti sceneggiature scritte dagli attori della politica, e si lamentano con queste parole.

Da quando Antonio Di Pietro ha abbandonato la toga e si è impegnato politicamente, è nato un movimento di idee un po' diverso dai soliti, perché l'Italia dei Valori ha cercato di riportare l'attenzione della politica a questioni inerenti i veri valori che sono a fondamento del nostro Ordinamento Giuridico: la legalità, l'onestà, alcune tematiche sociali. Forse il limite dell'IDV è il mostrarsi molto attivi nel contrastare Berlusconi - che è cosa ottima, visti gli s/fasci del suo operato - ma tralasciando alcune questioni riguardanti il paese altrettanto importanti. Oggi chi vota IDV viene additato come "giustizialista" (ci sono anche molti insulti, pazienza...) e spesso viene guardato storto.

Perché viene guardato storto? Perché nell'IDV sono confluite molte persone che hanno a più riprese mostrato di prestare la propria attenzione al modo più corretto di intendere la politica: appunto un Servizio. Ciò non piace a tante cariatidi del PD e soprattutto a Ferdinando Casini, che rivendica a sé il ruolo di nonsisachecosa nel giudicare gli altri, e che lavora affinché l'IDV venga tenuto ai margini dell'attività del PD, facendo così un grosso favore a tutto il PDL.

A livello locale, e parlo della Sardegna, ho avuto modo di entrare a contatto personalmente con diversi attivisti di questo partito, e la prima impressione è stata molto positiva: ho conosciuto molte persone disposte a sacrificare gran parte del proprio tempo per attuare tutte le iniziative più utili a una buona politica. L'esempio dei referendum sul Lodo Alfano, sull'Acqua Pubblica, il Legittimo Impedimento, il Nucleare, o ancora i tanti convegni su questioni fondamentali per l'Ordinamento Giuridico (a parlare qui sono venuti in tanti: Di Pietro, De Magistris, ma anche esponenti di altri partiti e fasce sociali della popolazione) mi hanno fatto capire che con grande impegno si può dare un piccolo contributo per milgiorare la società in cui viviamo, una società in cui le TV comandano i desideri e le azioni di troppe persone, e dove le nefandezze (o i meriti) della politica sono raccontate sempre in maniera distorta.

Sono stato un ingenuo, per certi versi, e va detto perché. Quando è nata l'Italia dei Valori, subito si sono iscritte tante persone: fra queste c'erano i novizi della politica, quelli carichi di buona volontà e anche una certa cultura, gli idealisti insomma, ma anche i professionisti della politica, e cioé persone provenienti da altri partiti. Fra questi da una parte c'erano quelli che erano scappati da partiti con cui non si identificavano più, dall'altra quelli che invece fiutavano il buon affare, ma non erano poi molti: all'inizio il partito era poca cosa.

Le cose sono cambiate però quando l'IDV ha iniziato a riscuotere sempre più consensi, perché tanta gente ha pensato: "Però, questi combattono duro". Alle elezioni sono arrivati tanti voti e là è iniziato l'assalto alla diligenza. In occasione di elezioni nazionali, come negli enti locali, tanti sono stati quelli che, cacciati dai partiti di provenienza, o semplicemente fiutando la poltrona sicura a nuove future elezioni, piano piano sono stati accolti (alcuni anche chiamati, però) nel partito.

In Sardegna questo si è verificato soprattutto negli ultimi due anni, guarda caso pochi mesi prima di elezioni importanti (europee, nazionali, regionali, provinciali, comunali: in questi due anni le abbiamo avute tutte). Fra i chiamati e/o accorsi ci sono diversi ex socialisti, subito vincenti dappertutto. Hanno portato molti voti al partito, e hanno anche goduto dei consensi in crescita, e la morale della favola è che ora occupano poltrone importanti.


Confesso che sono un po' prevenuto nei confronti dei socialisti, ed è facile spiegare il perché: dal PSI è venuto fuori Benito Mussolini, che ha creato il Partito Nazionale Fascista, dal PSI è venuto fuori Bettino Craxi con Tangentopoli (con l'indagine dell'eroico pool di Mani Pulite), dal PSI è venuto fuori anche Silvio Berlusconi, che ha creato Forza Italia... ce n'è per i porci quindi!

Sarà un caso, sicuramente lo è (siamo buoni), ma da poco tempo a questa parte l'IDV in Sardegna si è spaccata in due. Se è vero che in precedenza c'erano discussioni e bisticci, ma come ci sono in tutti i partiti, sia chiaro (nessuno è perfetto, e siamo esseri umani), è anche vero che oggi il partito si è spaccato in due, con parole e accuse gravissime che richiederebbero anzitutto documentazioni al riguardo (se no si finisce nella diffamazione) e poi anche un intervento diretto del capo, Antonio Di Pietro.

Quando è iniziato tutto questo? Esattamente alcuni mesi prima che maturassero i tempi di scadenza del mandato di Segretario Regionale (un tempo: Coordinatore) che si chiama Federico Palomba. Palomba è un ex magistrato, ha ricoperto incarichi importanti per il Ministero della Giustizia (guardasigilli Vassalli), ed è stato il Presidente della Regione Autonoma della Sardegna in una coalizione di sinistra (quando un partito come il PSD'AZ stava a sinistra, e non faceva "accordi programmatici" con Berlusconi). In seguito è entrato nell'Italia dei Valori come deputato. Palomba gode della piena fiducia di Di Pietro, e oggi è anche il vice presidente della Commissione Giustizia alla Camera (un incarico non da poco).

Come ogni politico così sovraesposto ai media, ha i suoi estimatori come i suoi detrattori, ma fino a pochi mesi fa non c'era nessuno qui in Sardegna che avesse lanciato una pesante campagna accusatoria e diffamatoria nei suoi confronti come è invece capitato quando all'interno del partito è stata proposta una nuova candidatura alla carica di Segretario Regionale, nella persona dell'ex sindaco di Bottidda Daniele Cocco. A sostegno della candidatura di Cocco si è schierato un altro consigliere regionale dell'IDV Adriano Salis (che a differenza di Cocco è al secondo mandato alla Regione...), poi anche il terzo consigliere, Giannetto Mariani, e via via alcuni coordinatori provinciali (Nuoro, Oristano, Cagliari), e ancora il vice presidente della Provincia di Sassari, Roberto Desini (altro ex socialista).

Si è sentito anche che la campagna acquisti degli oppositori a Palomba sia stata condotta anche a suon di ricevimenti conviviali, pagati da alcuni degli interessati a questo cambiamento e che la stessa campagna acquisti sia continuata il giorno del Congresso.

Sono state dette molte cose, in questa "campagna elettorale" interna al partito. Forse qualcuna è valida, per esempio si è detto che Palomba, per via dei suoi impegni a Roma non ha tanto tempo da dedicare all'isola (qui però ci sono i coordinatori provinciali, non è che non fanno niente!), e che sarebbe anziano. In effetti ha 73 anni, le energie sono quello che sono. Peccato però che la questione dell'età sia stata tirata fuori per offrire ai tanti iscritti del partito il paragone con l'età di Berlusconi, in modo da mettere in una certa luce (chissà quale) la questione. Ma chi dice che mettere una persona più giovane sia sinonimo di miglioramento? Questo ha infinocchiato tanti giovani, gli stessi che hanno usato gli insulti e le parole peggiori anche in seguito (fatevi un giro su Facebook: lo "stile" dei tanti giovani sostenitori di Cocco è un turpiloquio continuo - sarà mica questo il "rinnovamento"?). Il discorso degli oppositori a Palomba poi è andato avanti tirando fuori accuse su cose fatte/non fatte e dette/non dette da Palomba come Segretario Regionale. Queste accuse ovviamente non sono state provate: è stata solo una montagna di parole non documentate. Poi si è parlato di rinnovamento, di onestà e questione morale (Palomba avrebbe mostrato disonestà? nessuna prova è stata data).

Insomma: tante cose fatte passare prima sottobanco, poi portate sui social network, dove la discussione si è fatta rovente, perché i sostenitori di Palomba sono stati ripetutamente aggrediti ("trucchisti", "siete come Berlusconi", "disonesti" eccetera). Cosa è successo? Semplice: il berlusconismo è stato una delle armi di questa "alternativa" a Palomba, partendo con accuse non documentate e gridando al complotto nel vittimismo dell'aver per forza e ovviamente ragione. Pareva di sentire Capezzone o Ghedini.

Il livello delle discussioni è sceso parecchio, e si è passato agli insulti (e diffamazioni, in limitati casi).

Infine si è arrivato al giorno delle votazioni, al Congresso, tenutosi a Tramatza sabato scorso. Federico Palomba ha scelto di non abbassarsi al livello dei suoi antagonisti, e ha evitato la gazzarra, limitandosi a esporre la sua relazione politico-programmatica. Ma la gazzarra gli è stata fatta piovere addosso: al microfono si è sentito parlare di telefonate di minaccia (dall'altra parte si è replicato che era stato totalmente frainteso) da parte sua e altri raggiri: niente è stato però documentato. La libertà di sparare a zero è stata l'arma usata contro di lui. Ma non solo...

Dalla zona del Goceano, dove si trova Bottidda, il paese di Cocco, sono provenute diverse persone non iscritte al partito che si sono sistemate in una parte della sala (la maggior parte in fondo), e queste hanno rumoreggiato a più riprese quando a parlare era qualche sostenitore di Palomba ("ma stai zitto, cogl...one", "tappati la bocca" più altre sofisticate espressioni in dialetto, dei veri "signori"). Questa claque ha contribuito ad alzare la tensione a livelli difficilmente sostenibili.

Quando hanno parlato quelli vicini a Cocco, il vice presidente della provincia di Sassari ha fatto spostare vicino a sé e Cocco (e quindi presso il palco) diversi giovani che erano con lui, "creando numero" quasi a far vedere che il consenso a Cocco fosse alto; poi quando gli è stato fatto osservare che non era il caso di andare oltre con questa scenetta, ha fatto spostare tutti. Costui ogni volta che nel partito non gli si dà retta parla di "Italia dei disvalori" alla quale lui purtroppo sta partecipando.

Poi Cocco: dal canto suo ha detto pochissimo della sua relazione, e ha preferito parlare a braccio (sarebbe lecito dubitare, per come si è espresso, che quella relazione l'abbia scritta lui - ah, le abbiamo lette entrambe le relazioni, eh!), facendo degli autogol clamorosi che hanno fatto sorridere larga parte della platea. Per esempio Cocco ha accusato il partito (per accusare Palomba) di essere stato assente quando ci sono state le proteste dei pastori a Cagliari, ma ha dimenticato che il partito a Cagliari lo rappresenta lui con Salis e Mariani, essi sono gli unici tre consiglieri dell'IDV alla Regione! O ancora quando ha fatto quel discorso sugli "accozzi" (voleva dire "incozzi"): "chi non ha chiesto a me o a Palomba degli accozzi?", dicendo di aver chiesto un "accozzo" per diventare tecnico radiologo all'ospedale di Nuoro ma poi non ne averbbe usufruito in quanto vincitore del concorso e di averne fatto lui ad altri, di "accozzi" (e questo sarebbe il partito dei "valori"!).

Per replica uno dei coordinatori (credo fosse quello dell'Ogliastra) che ha appoggiato Palomba ha fatto osservare a Cocco e Salis che quando nella sua zona c'erano stati problemi, era stato Palomba ad andare là in Ogliastra da Roma e non loro che sono i consiglieri regionali ("I loro volti li conosco oggi per la prima volta"), includendo il terzo consigliere dell'IDV in Regione: Giannetto Mariani, ex democristiano, anche lui sostenitore di Cocco.

Quando si è passati allo spoglio delle votazioni la situzione ha preso una piega imprevista: nonostante le oltre 40 assenze fra gli olbiesi, che erano tutti con Palomba, nonostante alcuni coordinatori provinciali avessero detto "noi siamo tutti con Cocco", nonostante il clima di intimidazione dovuto alla presenza degli amici goceanini di Cocco... la maggioranza ha scelto Palomba, dando un bello schiaffo in faccia ai tanti teatrini visti anche nella sede di Tramatza. Una lamentela insensata è provenuta subito proprio dallo stesso Cocco, che in un moto d'ira si è lamentato del fatto che la moglie non avesse potuto votare: a costei parò mancavano i 3 voti di delega previsti dallo Statuto, quindi non poteva assolutamente votare. Poi è saltato fuori che gli iscritti a favore di Cocco che potevano firmare le deleghe per i voti erano davvero pochi, e questo spiega la campagna acquisti a suon di cene, bevute e delegati presi a braccetto al Congresso stesso. Infine i festeggiamenti, con Desini che è stato fra i primi a congratularsi con Palomba (dopo essersi mostrato in precedenza fra i più ferrei sostenitori di Cocco), e decisamente fuori luogo è stata la trombetta da stadio suonata non si sa da chi, ma ancora più fuori luogo sono stati gli insulti e gli spintoni messi in atto da diversi perdenti ("no, è stato solo uno che aveva bevuto troppo e poi lo abbiamo allontanato", la patetica spiegazione sui social network).

A distanza di qualche giorno la querelle non è terminata: gli sconfitti gridano al complotto su una presunta quarantina di schede di delegati che sarebbero sparite, e guarda caso Palomba ha vinto per 38 voti, urlano alla disonestà, ai maneggi stile vecchia repubblica, stile berlusconiano... insomma: cercano pagliuzze a destra e a sinistra. Si è letto di accuse su ordini del giorno riguardanti riunioni che sarebbero state indette "con l'inganno" da Palomba allo scopo di raccogliere "dati sensibili" degli iscritti (il partito però li ha già, i dati sensibili, sono richiesti ai neofiti quando si iscrivono al partito!): un'accusa insensata, a rischio querela per diffamazione. Ma se ne leggono anche altre: per chi è interessato basta scorrere la pagina Facebook di Palomba (ma anche di Di Pietro), dove è attivissimo nelle accuse proprio uno dei consiglieri regionali più accaniti: Adriano Salis (al punto che ci si chiede quali programmi aveva in mente di realizzare se avesse vinto Cocco, lui che come detto è al secondo e ultimo mandato in Regione - fra l'altro fino a qualche mese fa non è che i due fossero propriamente c... e camicia).

La macchina del fango ormai è stata avviata, e in rete tanti soprattutto fra i più giovani nell'IDV hanno scritto parole di fuoco e accuse senza essersi documentati su quanto dicevano, segno che questo gioco della menzogna ha attechito e rischia di consumare come un cancro il partito.

Ma il fatto è proprio questo: queste accuse non sono documentate, sono soltanto benzina su un fuoco acceso da tempo (come detto). Se queste accuse venissero documentate, si potrebbe traquillamente agire in seno al partito chiedendo direttamente a Di Pietro di intervenire, ma nessuno degli accusatori lo fa. Perché?

Dove sta la ragione? Quali accuse sono reali o costruite ad arte? Palomba ha davvero giocato scorretto o è stato oggetto di una campagna diffamatoria stile Feltri-Belpietro? Perché questo partito, dove si parla di "valori", ha in sé una parte che li ha calpestati in nome di un po' di potere? O sono due le parti? E' davvero entrato anche qui il berlusconismo?

L'avevamo detto sopra, lo ribadiamo adesso: Di Pietro dovrebbe intervenire di persona.

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sabato 23 ottobre 2010

Nuova testimonianza: Ciancimino e Dell'Utri in banca per Berlusconi

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A voi la lettura dell'ennesima testimonianza che getta ombre ancora più scure sul passato (solo?) dell'attuale presidente del Consiglio. Che dirà Ghedini ora?


L’onore dei soldi
Parla il banchiere Scilabra: "L'ex sindaco di Palermo Ciancimino venne da me insieme a Dell'Utri a chiedere 20 miliardi per Berlusconi"
di Marco Lillo

Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri nel 1986 chiesero insieme 20 miliardi di vecchie lire in prestito per le aziende di Silvio Berlusconi alla Banca Popolare di Palermo”. A raccontare l’incontro che proverebbe i rapporti tra il gruppo Berlusconi e don Vito, sempre negati dal Cavaliere, non è Massimo Ciancimino o un pentito qualsiasi ma un manager di banca in pensione, che ha passato metà della sua vita nel cuore del potere siciliano e che ora ha deciso di aprire l’album dei ricordi. Si chiama Giovanni Scilabra, oggi ha 72 anni e allora era direttore generale della Banca Popolare di Palermo del conte Arturo Cassina, il re degli appalti stradali, amico e sodale di Ciancimino. L’ex manager è abbastanza deciso nel collocare l’incontro nel 1986. Don Vito era stato arrestato da Giovanni Falcone per mafia nel 1985 e aveva l’obbligo di risiedere a Roma. Ma il figlio Massimo ha raccontato che, grazie alle sue coperture, circolava indisturbato a Palermo. “Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo”, cerca di riannodare i ricordi l’ex manager, “ricordo che l’incontro avvenne in quella sede”. In pensione dal 1999, Scilabra ha più tempo da dedicare alla lettura. L’ex manager ha seguito con attenzione le rivelazioni del Fatto sugli affari e gli incontri milanesi tra il Cavaliere e Ciancimino. E, quando l’avvocato-onorevole Niccolò Ghedini ha dichiarato: “Nessun rapporto né diretto né indiretto né tantomeno economico vi è mai stato fra Berlusconi e Vito Ciancimino. All’’epoca Berlusconi non sapeva chi fosse il sindaco di Palermo”, Scilabra ci ha aperto la sua bella casa palermitana per dire quello che ha visto con i suoi occhi.

Dottor Scilabra quando ha conosciuto Marcello Dell’Utri?
Nei primi mesi del 1986, il Cavaliere Arturo Cassina, mi disse: ‘Dottore Scilabra, vengo sollecitato da Vito Ciancimino per un finanziamento a un grande gruppo del Nord. Io vorrei che lei lo riceva e ascolti le sue richieste’. Dopo alcuni giorni Vito Ciancimino è venuto insieme al signor Marcello Dell’Utri. Mentre Ciancimino lo conoscevo bene, era stato già assessore e sindaco, Dell’Utri per me era uno sconosciuto. Per accreditarsi mi disse che era palermitano, aggiunse che aveva un fratello gemello. Poi entrò nel vivo. Veniva a chiedere un finanziamento per il Cavaliere Berlusconi.

Perché la Fininvest di Milano chiedeva prestiti a Palermo?
Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario e allora abbiamo tentato con l’amico Ciancimino di sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’.

La richiesta di finanziamento a quanto ammontava?
Circa 20 miliardi di vecchie lire. Il rischio però sarebbe stato suddiviso tra tutte le banche popolari della Sicilia. Feci presente a Dell’Utri che per noi, piccole banche siciliane, quelle richieste erano troppo onerose.

Cosa le disse per convincerla?
Marcello Dell’Utri disse che il gruppo Fininvest avrebbe ripagato con congrui interessi l’operazione. Voleva restituire tutto dopo 3 anni, in un’unica soluzione. Solo gli interessi sarebbero stati pagati durante i 36 mesi.

Lei cosa rispose?
Io dissi: ‘Visto che lei è venuto accompagnato da Vito Ciancimino ne parlerò con le altre banche’. Però aggiunsi che una restituzione a 36 mesi mi sembrava poco fattibile anche perché la Banca d’Italia e gli organi di vigilanza ci stavano con il fiato sul collo e avrebbero sicuramente avuto qualcosa da ridire. Proposi allora di adottare il metodo revolving, cioè con dei rientri ogni 4 mesi del capitale. In modo da permetterci anche di vedere come andavano queste aziende nel frattempo.

E in questa conversazione tra lei e Dell’Utri, che atteggiamento adottò Vito Ciancimino?
La mia impressione è che il ruolo di Ciancimino fosse un po’ quello del sensale dell’operazione.

In che rapporti erano Dell’Utri e Vito Ciancimino?
Cordiali. Si vedeva che si conoscevano bene. Comunque io mi riservai di decidere e passammo ai saluti. Da allora non ho più visto di persona Dell’Utri.

E il finanziamento?
Dall’indomani io mi misi all’opera. Contattai i presidenti e i direttori generali delle banche popolari più rappresentative per sentire il parere di colleghi più anziani di me. Tutti dissero che l’operazione non era fattibile. Era troppo rischiosa per le nostre piccole banche.

Perché il gruppo Berlusconi aveva bisogno di capitali?
Non capii esattamente se dovevano servire per la Edilnord, per la Fininvest o per la Standa (in realtà la Standa sarà comprata da Berlusconi solo anni dopo, ndr). Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi.

Chi erano questi colleghi delle altre banche con i quali ha parlato del finanziamento a Berlusconi?
Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta; il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì; l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa; il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì; Francesco Romano della Popolare di Carini. Allora erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui. Feci’ da regista all’operazione perché ero nel capoluogo, Palermo, ed ero il più giovane, tanto che gli altri sono quasi tutti morti.

E come è finita la storia?
Ciancimino tornò da me, da solo. E gli dissi che l’operazione non poteva andare avanti per i motivi che ho detto.

Come la prese Ciancimino?
Molto male. Nell’operazione secondo me lui si sarebbe certamente ritagliato una mediazione perché secondo me per lui questo oramai era un mestiere. Fu sgradevole come suo solito. Mi disse che eravamo una bancarella, che eravamo tirchi, che avevamo fatto male e che dovevamo dare questi soldi a Berlusconi, un grosso imprenditore che avrebbe pagato interessi congrui.

E Cassina come la prese?
Ovviamente io avevo riferito tutto al commendatore che mi disse di fare tutto il possibile ma – comunque – sempre tutelando l’interesse della banca.

Ci può raccontare chi era secondo lei il Conte Cassina, come lo chiamavano allora?
Era in realtà un signore venuto da Como che usurpò il titolo nobiliare al fratello e che iniziò a lavorare nelle manutenzioni stradali nel dopoguerra. Così entrò in rapporti con Ciancimino, assessore ai lavori pubblici e poi sindaco di Palermo.

E chi erano gli altri soci della banca?
La banca era una piccola popolare con dei soci di riferimento. Oltre a Cassina c’era il cavaliere Alfredo Spatafora, ricchissimo titolare di una catena di negozi di scarpe in tutta Italia e il commendatore D’Agostino che operava nel campo delle opere marittime.

Sta parlando di quel Benni D’Agostino, arrestato nel 1997 e poi condannato per mafia, già socio nel periodo 1979-80 del presidente del Senato Renato Schifani?
Sì, lui era il figlio del commendatore ma si occupava anche lui dell’azienda e lo conoscevo, come il padre.

Perché Cassina era così potente?
Cassina a Palermo era come Costanzo, Rendo e Graci messi insieme a Catania. A Palermo era come Agnelli a Torino. Nella sua villa aveva impiantato uno zoo con centinaia di animali: leoni, leopardi, coccodrilli, giraffe e zebre. Gestiva l’Ordine del Grande Sepolcro di Palermo dove faceva entrare chi diceva lui. Funzionari di polizia, prefetti, politici e mafiosi e colletti bianchi facevano la fila mentre io, ovviamente, me ne fottevo. Cassina era molto amico anche di Gheddafi, che gli affidava gli appalti in Libia. Uno dei primi libretti verdi della rivoluzione del Colonnello finì nelle mie mani perché Gheddafi lo aveva donato personalmente a Cassina che aveva fatto impiantare le tende nei suoi saloni in suo onore.

Ma perché Cassina aveva il monopolio degli appalti?
Nella sua ditta c’era addirittura un distributore delle tangenti. Si chiamava ragioniere D’Agostina, detto manuzza. Il commendatore mi chiamava la sera e mi chiedeva di far preparare al cassiere decine di milioni di vecchie lire in contanti. Al mattino si presentava il ragioniere e mi lasciava un assegno che veniva addebitato sui conti di Cassina. Quei soldi servivano per politici e funzionari. Il ragioniere mi diceva: ‘Assai ci costano i politici al conte Cassina’”.

Chi erano i correntisti della banca?
Prima che io diventassi direttore c’era il papa della mafia, Michele Greco. Era amico del vicepresidente Giuseppe Guttadauro, ex deputato monarchico legato alla mafia di Ciaculli, che fu cacciato dalla banca.

Cosa pensa dei racconti di Massimo Ciancimino sui rapporti economici tra il padre e Silvio Berlusconi?
Per me, al 99 per cento, Massimo Ciancimino dice la verità. Comunque da quello che ho visto io, Ciancimino era un uomo venale. A lui interessava l’argent , cioè i soldi della mediazione. Non era una persona raffinata. Il raffinatissimo, secondo me, era Marcello Dell’Utri.

Quali erano i rapporti tra Ciancimino e Cassina?
Erano culo e camicia. Quando Ciancimino era assessore, tutte le strade, gli acquedotti e le fognature erano appaltate alle ditte di Cassina. Al punto che tutte le mappe delle reti non erano in comune ma in mano a Cassina, anzi nella casa di un capomastro. Se il comune voleva riparare una strada doveva chiedere le mappe a lui. Fu proprio il capomastro a spiegarmi il meccanismo. Un giorno si presentò nel mio ufficio e mi chiese un prestito di 500 milioni di lire dell’epoca, che ovviamente gli rifiutai. Lui allora si inalberò e mi spiegò che non era un capomastro qualsiasi ma quello che aveva le mappe. Alla fine ottenne il prestito, anche se molto inferiore.

A proposito di prestiti rischiosi, lei si è pentito di non avere dato quei 20 miliardi all’uomo più potente d’Italia?
No. Ma che scherziamo? La centrale rischi bancari indicava per il gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi. Era troppo rischioso e avremmo rischiato seriamente di perdere tutti i soldi.

Perché oggi racconta questa storia?
Perché sono stufo delle bugie. Per capire l’Italia di oggi bisogna partire dalle storie come quella di Cassina, che io ho vissuto. E per costruire un paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità.

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